T Social Group per migliorare le relazioni

Dott.ssa Francesca Mastrantonio
Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa
Presidente Associazione IIRIS
Direttrice didattica Istituto Strategico
Scuola di specializzazione in psicoterapia strategica

Da soli va bene, ma in compagnia è meglio!

Il Social Group Terapeutico è un intervento psicologico che si svolge in setting di gruppo e rappresenta un importante acceleratore di cambiamento per coloro che presentano problematiche nell’ambito relazionale nei diversi contesti di vita: familiare, amicale, di coppia o lavorativo.

È rivolto anche a chi vive una vita sociale più virtuale che reale, a chi si sente isolato, a chi non riesce ad avere relazioni positive e a chi trova più facile incontrarsi con la distanza dei social che con la vicinanza fisica.

Il T Social Group consiste principalmente nella creazione di gruppi di parola, intervallati da momenti più esperienziali ed espressivi.

Il T Social Group può offrire: un supporto di tipo informativo-educativo, sostegno, supporto al problem-solving, sviluppo dell’assertività, riavvio all’autonomia,  condivisione tra pari di situazioni specifiche che creano difficoltà relazionali e sociali.

Il T Social Group permette di:

  • lavorare sulle proprie difficoltà relazionali perché è centrale il lavoro sul sé sociale;
  • aumentare le competenze sociali grazie al feedback e al supporto che si riceve del gruppo;
  • sfruttare gli specifici processi psicologici di gruppo per osservare il proprio comportamento e migliorarne l’efficacia.

Il gruppo si pone come un supporto della relazione terapeutica e, come fosse una lente di ingrandimento, permette ai partecipanti di osservare e comprendere meglio le  proprie modalità relazionali in un contesto di interazione naturale e accogliente. L’osservazione delle interazioni altrui, e  quelle del gruppo nel suo insieme, offrono importanti spunti di riflessione sulle dinamiche comunicative e di ruolo solitamente usate. Infine,  l’alternarsi di momenti esperienziali al “gruppo di parola” favorisce nei partecipanti il cambiamento e la conoscenza di sé.

In pochi mesi riuscirai a migliorare le tue competenze relazionali, la tua comunicazione e sarai più efficace nelle situazioni sociali.

 

Gli incontri si svolgeranno a cadenza quindicinale da marzo a dicembre.
Il Lunedì dalle h 19.00 alle h 20.30.
Data di inizio: 5 marzo 2018
Costi
: € 50,00 (IVA esente) per il singolo incontro
Prenotazione: per partecipare al T Social Group è necessario svolgere un colloquio conoscitivo con la conduttrice del gruppo.

Per prenotarsi telefonare martedì, mercoledì e giovedì dalle 10 alle 13, oppure invia una email

Tel. 06 45445779

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Molestie al Tasso, la psicologa Mastrantonio: "I prof devono essere educatori"

Lo scandalo degli sms hot: “Ho vinto il concorso, ho diritto ad insegnare”
di Diana Maltagliati

Battute sessiste alle alunne ed sms hot: la polemica contro il professore di storia e filosofia del liceo Tasso non si ferma, nonostante la sospensione dall’insegnamento fino alla fine dell’anno scolastico.

Maurizio Gracceva, accusato di molestie da 4 sue allieve che raccontano di centinaia di messaggi a sfondo sessuale e di chiamate continue, è il classico insospettabile. Amante della pittura e “amico” dei suoi studenti, si è sempre dimostrato disponibile con gli alunni, secondo i racconti che trapelano dalle aule scolastiche. Le attenzioni morbose rivolte ad alcune studentesse, però, hanno creato un vero e proprio scandalo, d’altronde il Tasso è uno degli istituti superiori più rinomati di Roma.

Secondo una delle vittime, la questione sarebbe dovuta rimanere riservata, invece il nome del professore è finito su tutti i giornali, coinvolgendo anche i due figli e la moglie, preside dell’Istituto Manin.

Al ritorno a scuola dopo le vacanze di Natale, i ragazzi raccontano di non aver discusso in classe della questione: le lezioni si sono svolte regolarmente, unico assente il professor Gracceva.

Eppure alcune parole dell’insegnante, presunto molestatore, hanno scatenato l’indignazione di tanti. Dopo aver mandato sms parlando di sesso e viagra alle studentesse che hanno mostrato i messaggi ricevuti su Whatsapp, il prof ha reagito alle accuse e alla sospensione dall’insegnamento affermando: “… una cattedra non capita così per caso, è conseguenza di concorsi vinti, un diritto che resta inalienabile, che non può essere cancellato da qualche frase d’effetto detta da Tizio e Caio”.
Parole che fanno trapelare la sua sicurezza di trovarsi nel giusto o forse il suo non riuscire a comprendere del tutto quali siano le responsabilità di un insegnante.

Francesca Mastrantonio, psicoterapeuta con decennale esperienza in psicologia scolastica e Presidente dell’IIRIS ha commentato: “Colpisce il fatto che, di fronte alle proteste degli studenti che hanno minacciato barricate nel caso di suo rientro a scuola, abbia preferito sottolineare che un vincitore di cattedra, uno che ha vinto un concorso, non possa essere privato così facilmente dei suoi diritti di lavoratore”.
Secondo la dottoressa Mastrantonio, essere insegnate è “qualcosa in più” rispetto alla mera competenza accademica e ne ha voluto parlare con Affaritaliani.it.

Ci spieghi meglio: qual è il grande errore del professore implicato nella vicenda?

Sicuramente spicca la difficoltà del professore di comprendere il significato che c’è dietro il ruolo dell’insegnante perché nelle sue affermazioni il prof tende a rimarcare che il suo ruolo è stato assegnato con un concorso vinto, quindi ha tutti i diritti di rimanere al suo posto, sottovalutando tutto l’ambito relazionale di un insegnante e il rapporto che costruisce con i propri allievi. Non è solo una questione di cattedra, non gli viene chiesta solo una competenza tecnica, ma anche una responsabilità sulla sua funzione educativa.

Il prof ha negato che i messaggi contenessero avance. Quando si può parlare di molestie?

Si parla di molestie quando vengono fatte delle avance non gradite tanto da mettere a disagio la ricevente. E non solo quando non vengono gradite, ma soprattutto quando vengono fatte in contesti in cui la persona che le subisce ha minore possibilità di rifiutarle e di sottrarsi al ricatto esercitato da chi le fa, abusando del suo ruolo. Ovviamente qui ci troviamo in una situazione simile. C’è infatti una disparità di poteri che impediscono alla persona di poter esprimere il suo dissenso liberamente. Un professore ha un ruolo importante agli occhi della studentessa.

Un professore può essere legittimato a parlare di sesso con i propri allievi?

Se un professore di filosofia parla di sesso con gli studenti bisogna capire con che fine lo fa. Lo fa con una finalità pedagogica? Queste conversazioni erano private, quindi per quale motivo un adulto e a maggior ragione un professore avrebbe dovuto affrontare certi argomenti coi suoi studenti? Ovviamente il rapporto allievo-professore è un rapporto estremamente complesso e delicato. Come sottolinea la moglie stessa del professore indagato è molto importante non confondere i livelli. E questa attenzione è responsabilità dell’adulto che ha più competenze nella gestione della relazione e sa – o dovrebbe sapere – quanto si possa creare confusione se si inseriscono argomenti di questo tipo. L’adulto deve gestire al meglio questa relazione senza creare equivoci e difficoltà. In questo caso c’è stata quanto meno una sottovalutazione del professore che ha inserito argomenti fuori l’area di sua competenza.

Le allieve coinvolte sono quattro, quindi non si può pensare che il professore si fosse invaghito di un’alunna in particolare. Allora si tratta solo di un gioco di potere?

Si tratta sempre di un gioco di potere quando questi temi e questi argomenti emergono in una situazione in cui c’è una disparità di poteri. La stessa cosa avviene quando il capo al lavoro assume un certo tipo di comportamenti con le sue collaboratrici o collaboratori. La vittima non si sente libera nel rifiutare o nel reagire a certi comportamenti che possono essere non graditi. Il ruolo dell’insegnante è il ruolo anche di maestro e di educatore. È un aspetto che non va mai sottovalutato in questo lavoro. Nella mia esperienza ci sono insegnanti che hanno saputo lasciare un ricordo meraviglioso nei loro alunni. Sono persone che vivono il proprio lavoro come una vocazione e lasciano un segno positivo nella vita dei propri studenti. Non si può sottovalutare il peso che questo ha nella vita di un bambino o di un ragazzo in crescita.

Come si possono evitare queste situazioni? Si potrebbe fare un’indagine psicologica nei confronti dei professori prima che assumano il proprio ruolo?

Non credo. Non può esserci un’indagine continua. Questi problemi sono legati al libero arbitrio. Poi quando succede qualcosa di simile sono il preside e il ministero che devono prendere provvedimenti. La cosa importante probabilmente è aiutare gli studenti attraverso dei corsi e una formazione specifica a discernere le situazioni e a reagire e difendersi. Così si può evitare che questi comportamenti proseguano in un clima di silenzio.

 

Fonte: http://www.affaritaliani.it/roma/molestie-al-tasso-la-psicologa-mastrantonio-i-prof-devono-essere-educatori-518466.html

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Da febbraio 2018, gruppi di sostegno alla genitorialità

L’IIRIS vi invita a partecipare agli incontri che si terranno, a partire da febbraio 2018, il terzo sabato di tutti i mesi dalle 11:30 alle 13:00.

Sono moltissime le domande, e a volte le ansie, che affollano la mente di un genitore.

Neo genitori, genitori in coppia, genitori separati o di figli adolescenti e preadolescenti: tutte le fasi di vita dei bambini hanno delle difficoltà che spesso fanno vacillare il senso di efficacia e l’autostima del genitore.

Di fronte a queste complessità quotidiane i gruppi di sostegno genitoriale sono gruppi di genitori, singoli o in coppia, che si confrontano e condividono uno spazio di ascolto reciproco. Questo percorso viene fatto con l’aiuto e la guida di un facilitatore che proporrà durante ogni incontro un diverso tema da poter affrontare.

Gli obiettivi di questo viaggio saranno Sostenere, Promuovere, Comprendere, Incoraggiare e Prevenire. Sarà possibile parlare di regole, emozioni, educazione e alimentazione promuovendo e individuando nuove strategie che migliorino e facilitino il rapporto genitore-figlio.

Gli incontri verranno condotti dai/le terapeuti/e e dagli/le specialisti/e del Centro d’Ascolto dell’IIRIS.

I costi del singolo incontro sono di 10€, e viene richiesta obbligatoriamente la Tessera associativa che ha validità un anno e permette di partecipare a tutti gli eventi e le iniziative dell’associazione. È possibile acquistare un pacchetto di 5 seminari a 40 euro.

È necessaria la prenotazione, che deve avvenire entro il venerdì precedente L’evento.

  • L’amore ai tempi del post parto: I cambiamenti nella coppia dopo la genitorialità.
  • Neo genitori, sentirsi soli.
  • Genitori si diventa: come nasce un genitore.
  • Genitori imperfetti, impariamo ad apprezzarci.
  • I silenzi da ascoltare: quando l’adolescenza ferisce.
  • Per amore solo per amore: come rispondere alle domande sulla sessualità dei/le propri/e figli/e.
  • Come favorire l’autostima nel/la proprio/a figlio/a.
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Seminari 2019, spazio di formazione per psicologhe/i e psicoterapeute/i

 

L’IIRIS vi invita a partecipare ai seminari di psicoterapia strategica che si terranno, a partire da gennaio 2019.

Le lezioni sono aperte agli psicologi e agli studenti in psicologia interessati ad approfondire le tematiche in elenco.

È necessaria la prenotazione, che deve avvenire entro il giovedì precedente L’evento. È possibile, su richiesta, ricevere l’attestato di partecipazione.

I costi della singola giornata sono di 100€ e viene richiesta obbligatoriamente la Tessera associativa che ha validità un anno e permette di partecipare a tutti gli eventi e le iniziative Iiris. É possibile partecipare a tutte le lezioni dello stesso modulo con uno sconto del 10%.

Elementi di tecniche del colloquio clinico – Dott.ssa Mastrantonio

  • sabato 19 gennaio – ore 15:00/19:00
  • sabato 13 aprile – ore 10:00/14:00 

  • sabato 20 luglio – ore 15:00/19:00
  • domenica 22 settembre – ore 10:00/14:00 

  • domenica 15 dicembre – ore 15:00/19:00 

Contesti applicativi della Psicologia e Psicoterapia: applicazioni nel contesto organizzativo – Dott.ssa Vona

  • sabato 20 luglio – ore 10:00/14:00 

  • sabato 19 ottobre – ore 15:00/19:00 

  • sabato 16 novembre – ore 10:00/14:00 

Contesti applicativi della Psicologia e Psicoterapia: applicazioni nel contesto scolastico – Dott.ssa Mastrantonio

  • sabato 16 febbraio -ore 15:00/19:00 

  • sabato 16 marzo -ore 15:00/19:00 

  • sabato 15 giugno – ore 15:00/19:00 

Contesti applicativi della Psicologia e Psicoterapia: applicazioni sperimentali in psicologia – Dott. Pannunzi

  • sabato 21 settembre – ore 10:00/14:00 

  • sabato 14 dicembre – ore 10:00/14:00 

Contesti applicativi della Psicologia e Psicoterapia: applicazioni nel contesto delle emergenze – Dott.ssa Bernardini

  • domenica 20 ottobre – ore 10:00/14:00 

  • domenica 17 novembre – ore 10:00/14:00 

  • domenica 15 dicembre – ore 10:00/14:00

Contesti applicativi della Psicologia e Psicoterapia: applicazioni nel contesto riabilitativo – Dott. Stramaccioni

  • venerdì 14 giugno – ore 15:00/19:00 

  • domenica 21 luglio – ore 15:00/19:00 

  • domenica 20 ottobre – ore 15:00/19:00 

Contesti applicativi della Psicologia e Psicoterapia: applicazioni nel contesto giuridico – Dott.ssa Cuzzocrea

  • domenica 17 febbraio – ore 10:00/14:00 

  • domenica 16 giugno – ore 10:00/14:00 

  • sabato 16 novembre – ore 15:00/19:00 

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L'approccio strategico in azione, l'ambito dell'emergenza

La Psicologia dell’Emergenza si occupa dell’esperienza psichica e della risposta comportamentale durante e dopo situazioni d’emergenza. Si tratta di attuare interventi concreti volti non solo ad offrire un sostegno alle persone ed ai gruppi colpiti per quanto riguarda il mantenimento o il recupero della loro stabilità emotiva, ma anche di individuare modelli scientifici di spiegazione relativi ai sintomi ed ai disturbi che intervengono in queste situazioni, come pure la verifica dell’efficacia di tali interventi.

Lo Psicologo dell’Emergenza, grazie alle sue capacità umane ed alle sue conoscenze professionali, è in grado di fornire a chi gli si rivolge l’appoggio necessario ad affrontare la crisi e risolverla, con le proprie forze e secondo le proprie risorse. Questo non significa necessariamente dare consigli (tentazione in cui si cade invece facilmente quando qualcuno ci chiede aiuto), offrire soluzioni prefabbricate, avere atteggiamenti critici, paternalistici o consolatori, ma costruire un aiuto veramente prezioso facendo da specchio all’altro, aiutandolo a raggiungere una maggiore comprensione di sé.

Si tratta di una figura professionale relativamente nuova, che aiuta a superare i momenti di difficoltà psichica intervenendo sulla situazione problematica e facendo trovare a Chi è in Crisi la soluzione in se stesso.

Le crisi sono sempre dei passaggi che comportano delle scelte (‘crisi’, in greco, significa appunto ‘scelta’) e come dicono i cinesi sono un misto di pericolo e di opportunità. Ecco perché è importante creare le condizioni all’interno delle quali le persone possano superare l’ambivalenza emotiva di una certa situazione (deprimersi o reagire? Aspettare o prendere iniziativa? Dare la precedenza agli aspetti affettivi o a quelli pratici della situazione?) e convogliare la propria energia in un’unica direzione, uscendo dalla crisi.

Lecito chiedersi se un intervento di supporto psicologico immediato possa aiutare le vittime di catastrofi o altri eventi traumatici a superare più facilmente le conseguenze a lungo termine dello shock che le ha travolte. Esistono Equipe di Psicologi e di Psichiatri che si offrono per un supporto psicologico d’urgenza: ma qual è esattamente il ruolo di queste squadre? Come si svolge il loro intervento?

Spesso in un contesto di emergenza, chi vive un evento traumatico si trova esposto ad una situazione incomprensibile. Mentre nella vita tutto è organizzato secondo una trama che mostra una certa coerenza, nell’emergenza di un trauma invece è il caso a dominare. Lo shock rompe la catena del senso degli eventi. In caso di avvenimenti critici, i meccanismi di superamento abituali possono essere potenzialmente oberati; questo può determinare una condizione di stress psichico e minare la normale attitudine ad adattarsi alla situazione.

L’intervento psicologico attuato in questo contesto necessita, dunque, di conciliare la carica emotiva individuale con la razionalità e la lucidità che una situazione di emergenza, per definizione, richiede.

Le Vittime esigono in primo luogo un riconoscimento di ciò che stanno provando e devono trovare interlocutori in grado di riconoscere che stanno vivendo un dramma e che non cerchino di minimizzare l’evento. Infine il supporto psicologico attuato in urgenza deve porre le basi di una terapia successiva, che usi altri mezzi più strutturati per affrontare il malessere del paziente, qualora ciò sia necessario, al fine di prevenire lo sviluppo del Disturbo Post Traumatico da Stress.

Anche i Familiari in una situazione di emergenza possono trovarsi di fronte a notizie inattese, che costituiscono un potenziale trauma psicologico. Essi devono potersi confrontare con la sensazione di perdita di controllo, e ciò comporta l’emergere di forti emozioni/reazioni difficili da contenere. E così anche il Familiare, al pari del Paziente, ha bisogno di essere accolto, di essere rassicurato, di comunicare in modo da sentirsi partecipe del processo di risposta all’emergenza, vincendo il suo senso di impotenza e di tensione.

I Soccorritori e gli Operatori Sanitari impegnati nel primo soccorso diventano spesso, per vittime e familiari, quelle figure ideali che debbono proteggerli dallo stato di impotenza in cui tutti si sentono bloccati. Difatti, si attiva quasi sempre da parte dell’ambiente un’aspettativa così eccessiva nei loro confronti da rischiare l’illusione di un’onnipotenza soggettiva. L’importanza di un intervento psicologico, dunque, ha l’obiettivo di aiutarli innanzitutto a rimanere in contatto con i propri limiti, per poi accettare le proprie sofferenze psicofisiche al pari di tutte le persone esposti a traumi psichici.

In ambito sanitario, un problema clinico deve essere affrontato con procedura d’urgenza quando vi è una condizione di danno o di pericolo tanto minacciosa da richiedere un intervenire rapido. Si attivano procedure d’urgenza, tuttavia, quando c’è ancora tempo sufficiente affinché gli interventi necessari siano eseguiti da chi è competente ed attrezzato per farlo, secondo quella che è riconosciuta essere la procedura più corretta e rigorosa, rispettando le misure di sicurezza.

All’interno del soccorso sanitario, tuttavia, la richiesta di un intervento psicologico urgente non vale di per sé a definire l’urgenza in psichiatria e psicologia. Occorre una ridefinizione da parte del clinico competente della situazione urgente in termini prevalentemente psicologici o socio-ambientali o propriamente psichiatrici.

Il corso intende fare chiarezza tra i diversi costrutti (Emergenza, Urgenza, Crisi) e si propone di fornire strumenti utili a comprendere le differenti situazioni di urgenza declinando le diverse aree di intervento psicologico, che sarà diverso a seconda della provenienza della richiesta (Paziente o Familiare), della situazione da gestire e del luogo (Territorio, Pronto Soccorso e Rianimazione, Reparto Psichiatrico e Comunità).

OBIETTIVI
Indicazione delle diverse forme di intervento mantenendo un’ottica interdisciplinare, per rispondere alla domanda di un maggiore approfondimento degli aspetti e delle dinamiche psicologiche presenti negli interventi clinici di urgenza e di emergenza e più specificamente negli interventi delle urgenze ospedaliere.

PIANO DEGLI STUDI

  • Teoria della Crisi Psichica
  • Tecniche del Colloquio
  • Emergenze Ospedaliere e di Pronto Soccorso
  • Psicotraumatologia e Rianimazione
  • Lineamenti di Psicofarmacologia in Emergenza
  • Coordinamento tra Intervento Psicologico e Intervento Psichiatrico

 

Le Docenze saranno accompagnate dalla discussione di casi clinici, con riferimento anche alla Psicodiagnostica nei contesti di urgenza.

Saranno previste simulate cliniche in aula.

 

Dott.ssa Lucia Bernardini

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L'amore e la violenza: quando il bel Danubio non suona per amore

«Che cos’è l’inferno? – chiesi…
Amare
Senza eco,
Chiedere
Senza una risposta,
Scrivere
Senza avere lettori,
Dormire
Senza che nessuno riempia i tuoi sogni,
Fare voti
Senza che ci siano dei,
Avere una chiave
E non avere casa,
Aprire la mano
E non trovare una donna che la legga.»
(AHMED AL-SHAHAWI)

I recenti e ripetuti episodi, balzati all’attenzione dell’opinione pubblica, di violenza della degenerazione del maschile sul femminile, anche se si esprimono con forme diverse, alimentano domande ricorrenti sulla origine di questi comportamenti; personaggi pubblici che si professano come psicoterapeuti ma verso i quali non nutro alcuno spirito di colleganza, hanno argomentato come “in ogni donna è presente, sempre, il fatto di poter usare la seduzione per ottenere un vantaggio”, richiamando addirittura la possibilità di una intrinseca natura da prostituta dell’universo femminile.

L’autore stesso e alcuni zelanti esegeti hanno provato una frettolosa e improvvida marcia indietro, addentrandosi dentro percorsi junghiani, atteggiamento questo che mi ha fatto comprendere il significato profondo della famosa frase dello psicoanalista svizzero “Per fortuna sono Jung e non uno junghiano”.

Il punto che qui voglio sviluppare è estremamente specifico, perché qualsiasi discorso allargato sul tema si trasforma in una paurosa semplificazione, come diceva Waztlawick: amore e violenza non si incontrano mai, sono due rette parallele e la definizione di amore malato è logicamente errata perché esprime una contraddizione in termini.

La dipendenza affettiva, nei suoi aspetti più complessi, può essere un esempio di amore malato e ciò che si ammala è proprio l’elemento che determina l’appartenenza di amore e violenza a due universi di discorso che non possono costruire significato, relazione: la reciprocità.

L’amore è reciproco per definizione, necessità di un altro da sé, della presenza di un altro da sé che può anche assumere forme patologiche; la violenza indica invece una assenza di reciprocità che si trasforma in contrapposizione e lotta, nega la presenza dell’altro.

Un argomento profondo che la poetessa Wislaswa Szymborska è riuscita a esporre facilmente, lasciando un filo conduttore, con questa sua poesia:
Ci sono cataloghi di cataloghi. Poesie su poesie. Ci sono drammi su attori recitati da attori. Lettere in risposta a lettere. Parole che spiegano parole. Cervelli impegnati a studiare il cervello. Ci sono tristezze contagiose come il riso. Carte nate da carte macerate. Sguardi veduti. Casi declinati da casi. Fiumi grandi per il copioso contributo di piccoli. Foreste infestate da foreste. Macchine destinate a produrre macchine. Sogni che all’improvviso ci destano da sogni. Una salute di ferro necessaria a riacquistare la salute. Scale che portano giù come portano su. Occhiali per cercare occhiali. L’inspirazione e l’espirazione del respiro. E ci sia anche, almeno di tanto in tanto, l’odio dell’odio.

Perché alla fin fine c’è l’ignoranza dell’ignoranza. E mani ingaggiate per lavarsene le mani.

L’errore che non dobbiamo commettere è quello di considerali dentro un continuum, come fossero poli opposti, perché staremmo implicitamente pensando che dentro l’amore esiste almeno un granello di violenza e che la prevaricazione violenta contiene un elemento di amore.

Un racconto tratto dal libro della dott.ssa Edith Eva Eger ci aiuterà a chiarire questa differenza in termini: “<<Piccola ballerina>> dice il dottor Mengele, <<balla per me.>> si rivolge ai musicisti perché incomincino a suonare. Le prime, familiari note del valzer sul bel Danubio blu filtrano nel chiuso, tetro stanzone. Lo sguardo di Mengele è fisso su di me. Sono fortunata. Conosco sul bel Danubio blu così bene che potrei danzarlo a occhi chiusi. Ma le mie braccia e le mie gambe sono pesanti, come negli incubi, quando c’è un pericolo e non riesci a fuggire. <<Balla!>> mi ordina nuovamente, e sento che il mio corpo inizia a muoversi” (Edith E.E. pag. 60-61).

Questa scena si svolge dentro l’orrore di un campo di concentramento e ha per protagonisti il dottor Josef Mengele, l’angelo della Morte ed una piccola ballerina ungherese che diventerà una grande donna che porta con sé il dolore dei sopravvissuti.

Pensare che dentro ogni donna ci sia una prostituta o che coloro le quali hanno acconsentito ad avere rapporti sessuali siano in qualche maniera corresponsabili, significa commettere l’errore che un osservatore diretto di questa scena potrebbe commettere: visto che la ballerina danza e inizia a muoversi flessuosa sulle note del valzer di Johan Straus figlio, agisce un desiderio inconscio di concedersi, visto che è stata scelta ha in qualche maniera elicitato un desiderio.

Non c’è scelta nella violenza perché non c’è scelta possibile in una situazione di doppio legame, come quella che si presenta di fronte a chi subisce abusi di questo genere.

Il doppio legame indica una situazione in cui la comunicazione tra due individui, uniti da una relazione emotivamente rilevante, presenta una incongruenza tra il livello verbale (quello che viene detto a parole) e quello non verbale (gesti, atteggiamenti, tono di voce ecc.), e la situazione sia tale per cui il ricevente del messaggio non abbia la possibilità di uscire fuori da questo schema stabilito dal messaggio, o meta-comunicando o chiudendosi in sé stesso. 1

È quindi, come tutte le interazioni violente, uno schema comunicativo che non prevedendo la libertà di scelta dell’altro, esclude la possibilità che sia amore; se pensiamo o comunichiamo che coloro le quali rispondono ad un richiesta violenta, nella sua natura profonda di doppio legame, accettando di ballare sono in qualche maniera corresponsabili, ci stiamo mettendo camicia e stivali neri.

Il nostro compito imprescindibile come essere umani è quello di mettere l’altro nella condizione di potersene andare, di poterci rifiutare o lasciare, l’amore, quello vero, è quella condizione irripetibile in cui portiamo dentro di noi, rispettiamo e curiamo il bisogno dell’altro di allontanarsi da noi, di essere senza di noi.

È una condizione irripetibile perché si struttura intorno ad una evidente contraddizione: una presenza così tanto forte e sicura dell’altro da tollerarne l’assenza.

Dott. Andrea Stramaccioni

Bibliografia:

1. Dr. Eger E. E. (2017), La Scelta di Edith, corbaccio Editore, Milano;

Sitografia:

1. https://it.wikipedia.org/wiki/Doppio_legame_(psicologia)

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L'approccio strategico nelle organizzazioni: riflessioni ad alta voce

Mi sembra difficile ragionare sulle implicazioni dell’approccio strategico senza avere alcune consapevolezze di cornice: ci sono stati sicuramente dei cambiamenti nello scenario, non è necessario essere addetti ai lavori per aver notato, penso anche come professionisti inseriti all’interno di organizzazioni, i cambiamenti che hanno contraddistinto le organizzazioni, in quest’ultimo periodo. Si tratta di organizzazioni sempre più complesse da un mercato che richiede forme di risposta specifiche, in tempi molto ristretti. Abbiamo assistito a grandi modifiche all’interno delle organizzazioni: riorganizzazioni, grandi ristrutturazioni e strutturazioni globali, questo ha comportato delle conseguenze, pertanto i cambiamenti dello scenario su cui concentrerò la mia attenzione su diversi livelli. Un primo livello è relativo alle organizzazioni, in quanto avendo visto l’avvicendarsi di cambiamenti all’interno delle organizzazioni si sono modificati anche i modelli di intervento al loro interno. Le figure professionali legate all’ambito della psicologia del lavoro si sono in qualche modo sviluppate e sempre più specializzate. La stessa psicologia del lavoro ha visto in quest’ultimo ventennio un aumento di complessità dei paradigmi psicologici e di analisi organizzativa. Queste sono variabili interrelate fra di loro alle quali vanno aggiunti i cambiamenti che sono intervenuti nella vita delle persone, i cambiamenti di lavoro, tutti sentiamo parlare di flessibilità del lavoro, quindi cambi di lavoro repentini, cambiamenti nel lavoro, c’è una attenzione all’interno delle organizzazioni ai processi organizzativi, come dire, non ci si può più limitare a controllare il proprio spazio, perché dove inizia e finisce il mio lavoro, inizia il lavoro della funzione che viene subito dopo di me. Comunque, cambiamenti nel lavoro sicuramente, un’attenzione ai processi organizzativi, processi a 360°, le funzioni commerciali, marketing, produzione devono essere collegate. Cambiamenti anche per lavoro, vogliamo parlare della innovazione tecnologica che sicuramente ha prodotto notevoli cambiamenti nel lavoro delle persone, quindi alla luce di tutte queste variabili sicuramente si è assistito anche a differenti richieste da parte delle organizzazioni. A fronte di quanto precedentemente esplicitato, c’è stata una richiesta di processi di sviluppo organizzativo, è aumentata anche la formazione, anche l’attività di ricerca, però a fronte di questi cambiamenti, di queste riorganizzazioni si è avuta l’esigenza di rivolgersi a professionisti che si occupassero di consulenza, consulenza organizzativa, consulenza intesa come prendersi cura dell’organizzazione in modo globale, sempre meno specialistico, prendersi cura di parti di essa.

Le organizzazioni molte volte vengono associate ad immagini antropomorfe, come dire, l’organizzazione vuole da me questo, l’organizzazione si aspetta da me quest’altro, tendiamo ad attribuirgli dei connotati umani. Ora, non dimentichiamoci che le organizzazioni sono delle strutture dove obiettivi, ruoli, norme, cultura, si esprimono attraverso le persone, cioè i gruppi di individui che danno vita e anima alle organizzazioni stesse e nel momento in cui io provo a leggere l’organizzazione che mi chiede un intervento, devo tenere in massima considerazione sia la cultura organizzativa sia gli obiettivi a livello organizzativo di gruppi e di individui.

Sia ben chiaro che gli obiettivi devono essere contestualizzati, cioè obiettivi professionali legati a quello specifico contesto organizzativo. Allora io, come consulente, devo avere la massima priorità nei confronti dell’individuazione di un metodo funzionale che consenta l’attribuzione di valore e di differenti obiettivi, li devo tenere praticamente ad uno stesso livello.

Su questo strumento torneremo poi, successivamente con l’analisi di una serie di aspetti, quelli che chiamavo i fattori distintivi, le caratteristiche distintive. Però è imprescindibile parlare di consulenza organizzativa senza tenere in considerazione alcune tipologie di consulenza organizzativa.

Consulenza medico-paziente è quel tipo di consulenza in cui come potete notare il cliente sembra conoscere a grandi linee il problema e aiuta anche in chiave diagnostica il consulente, nel cercare di capire cos’è che non và, ma la diagnosi viene effettuata, esplicitamente verbalizzata dal consulente ed è lui che deve proporre un intervento, non a caso parliamo di consulenza medico-paziente.

La consulenza dell’esperto, invece, è l’occasione in cui il cliente ha già identificato e definito il problema, ha chiara la diagnosi ed il tipo di domanda. Un esempio: c’è un manager che decide di voler riorganizzare una funzione specifica, vuole riorganizzare il lavoro all’interno della funzione marketing. Il tipo di intervento che chiede al consulente è collusivo con il problema che lui pensa di aver rilevato.

Nella consulenza strategica all’interno delle organizzazioni il cliente si sente disagio e non ha una conoscenza specifica del problema, chiede al consulente di aiutarlo per cercare di comprendere cosa accade, cos’è che non va. Attraverso l’esplorazione, abbiamo sentito in queste due giornate molti riferimenti alle tecniche esplorative, il consulente ha come obiettivo strategico quello di fare in modo che il cliente stesso con il suo aiuto, con il suo supporto a fare una diagnosi del problema e a definire le possibili soluzioni al problema. Come possiamo notare la principale caratteristica distintiva della consulenza strategica sta nel mondo in cui il consulente imposta le relazioni con il cliente. Quindi, come dire, è posta un’attenzione differenziata alla relazione che si instaura tra il cliente e il consulente.

Altro punto importante è che il cliente partecipa attivamente alle fasi diagnostiche e alle fasi di risoluzione del problema, perché non dimentichiamoci che il problema è del cliente e la soluzione in qualche mondo deve venirci da lui, perché sarà poi lui ad implementarla, a realizzarla all’interno dell’organizzazione e quindi il cliente è portato ad assumersi la responsabilità finale della decisione operativa e di tutte le azioni che dovranno essere intraprese. Quindi, qui ho riportato due aspetti fondamentali, l’obiettivo prioritario del consulente è quello di aiutare il cliente ad impostare la corretta sequenza di azioni che portano alla soluzione e in tal modo il cliente usa se stesso per produrre cambiamento ed è in grado di apprendere dei processi che gli saranno utili nella corretta gestione, o nel riaffacciarsi di nuovi problemi. Una competenza che dura nel tempo e che in qualche mondo vorrebbe incrementare la sua capacità di diagnosi e risoluzione dei problemi. Per entrare più nello specifico possiamo dire che la consulenza strategica all’interno delle organizzazioni pertanto, ha una sua dimensione squisitamente interazionale, così come abbiamo visto c’è uno stretto rapporto tra il cliente e il consulente. Prevede tempi , strumenti precisi e contestuali e mira ad una coprogettazione con il cliente, quindi coinvolge sia il cliente che il consulente in un processo di diagnosi congiunta, cioè una sorta di intento cooperativo che coinvolge sia il cliente che il consulente nella individuazione del problema e nella individuazione e nella attuazione delle soluzioni da realizzare successivamente. Lo scopo principale è quello di aiutare il cliente a compiere questa diagnosi e a sviluppare un valido piano di azione.

Utilizzando una frase di Schein, il cliente deve imparare a vedere da solo il problema nel corso della sua partecipazione al processo diagnostico ed essere attivamente impegnato nella generazione di una correzione. Credo che un po’ come nella relazione up down tra terapeuta e paziente, in questo contesto specifico, quello organizzativo, molte volte può capitare che nel momento in cui il cliente mi chiede un aiuto, io consulente mi muova con determinati preconcetti, nel senso che a me viene chiesto un particolare intervento, è lui che ha il problema.

Attraverso la consulenza strategica, così come la stiamo vedendo e delineando, vediamo che questa relazione viene in qualche modo pareggiata. Cioè entrambi gli attori possono e devono intervenire per la definizione del problema e l’attuazione di una soluzione, c’è una copartecipazione di entrambi. Ora arriviamo ai fattori distintivi.

Quali sono le caratteristiche dell’approccio strategico negli interventi di consulenza organizzativa? Io qui ne ho sintetizzati alcuni, però avendovi detto in anticipo che si tratta un po’di una sfida, di attivare, come dire, dei ragionamenti su questi ben vengano tutti i suggerimenti al riguardo. Sicuramente c’è un’attenzione rivolta al processo ed al contesto, al processo perché c’è una circolarità della relazione in cui viene attribuita agentività a tutti i soggetti coinvolti, c’è sicuramente un’interazione cliente committente e cliente finale, c’è tutta l’idea del processo.

A noi interessa il cosa viene proposto, il cosa viene realizzato ma dovrebbe interessare parallelamente il processo e come viene realizzato.

Una centratura sul contesto favorisce anche una riduzione del livello di aggressività, come vi dicevo in anticipo sullo strumento di lettura, la famosa lista della spesa e dovrebbe quindi consentire anche una riduzione della resistenza al cambiamento e un più facile raggiungimento dei risultati.

Oltre all’attenzione rivolta al processo ed al contesto ecco qui che ritorna nuovamente l’analisi della domanda. L’analisi della domanda è fondamentale nel momento in cui io mi trovo a contatto, a colloquio con il mio cliente, perché implica una ricerca di attribuzione di senso alla domanda che il cliente rivolge al consulente.

Moltissime volte la domanda che mi fa il cliente, non è la reale domanda. Spesso lo si sente dire quando si parla di contesti terapeutici. Molto probabilmente la domanda che mi viene posta dal cliente è sottesa a mantenere l’esistenza al cambiamento. Ad esempio, mi può chiedere un intervento di riorganizzazione, di una funzione che è già stata riorganizzata più e più volte ma magari il problema che c’è sotto è una inefficace gestione del personale, per esempio. Attraverso che cosa io faccio questo attento lavoro di analisi della domanda? Attraverso l’esplorazione, perché appunto il consulente dovrebbe utilizzare tecniche di tipo esplorativo e sempre meno tecniche interpretative, visto che c’è questo coinvolgimento forte del cliente. Consentendo in tal modo ai suoi interlocutori, committenti, clienti finali che vengono coinvolti sicuramente dalle azioni che verranno messe in atto di esprimersi e di proporsi come agenti attivi del cambiamento.

Un altro aspetto rilevante è l’attenzione rivolta al processo del contesto: analisi della domanda, analisi della cultura organizzativa. Perché devo analizzare la cultura organizzativa? E’ fondamentale, perché una centratura esclusiva sugli obiettivi che prescinda da un’analisi della cultura organizzativa potrebbe nuovamente tra le varie cose innalzare il livello di aggressività dell’organizzazione e fare in modo che gli obiettivi proposti vengono percepiti come non propri e che il consulente sia percepito come: il solito consulente mi propone una cosa, viene propone e se ne va, ma poi noi la dobbiamo realizzare e non sentiamo come nostra.

Come anche un’ulteriore punto distintivo dell’approccio strategico all’interno dei contesti organizzativi è rappresentato dalla definizione degli obiettivi: attraverso la formulazione di ipotesi, attraverso l’uso di metodi e strategie funzionali, io devo in qualche modo rispondere agli obiettivi che mi sono prefissata insieme cliente e devo utilizzare come vi dicevo prima un metodo funzionale. Il consulente rappresenta un pò un esperto di metodo, presenta nuove ipotesi di lavoro in relazione alla significatività e tipologia degli obiettivi che l’organizzazione intende perseguire.. Il consulente strategico punta inoltre alla massima valorizzazione delle risorse delle persone, sostiene le persone nell’individuazione di strategie personali e lavorative più efficaci e anche nell’espressione e valorizzazione di capacità e potenzialità che siano congruenti con gli obiettivi dell’organizzazione. Come dire, io tengo in considerazione gli obiettivi personali/ professionali delle persone, ma che in qualche modo devono essere congruenti con l’organizzazione, perché altrimenti non ha senso che quella persona rimanga all’interno di una determinata organizzazione. In tal modo la relazione cliente consulente acquista quindi, una connotazione differente, perché attraverso la consulenza strategica si stabilisce una forte simmetria nella relazione, c’è un orientamento metodologico che favorisce la cooperazione durante le fasi di diagnosi e di gestione, risoluzione dei problemi, c’è una relazione che permette sia il cliente che al consulente di operare sulla realtà attraverso l’analisi dei vincoli delle opportunità. Attraverso l’analisi dei vincoli delle opportunità che quel problema ha e attraverso l’analisi dei vincoli delle opportunità della soluzione che io voglio promuovere faccio in modo che si resti aderenti alla realtà. Di seguito evidenzio una serie di azioni a sostegno di questa relazione così partecipativa tra cliente consulente, cioè una ricerca attiva, che consenta di raccogliere tutte le informazioni possibili sulla situazione corrente.

  • Ascolto attivo – Empatia. La capacità di costruire e mantenere una relazione di aiuto è di grande importanza, non solo nei contesti terapeutici ma in tutti i tipi di consulenza, anche nel caso della consulenza organizzativa.
  • Chiarezza, circa il problema che si sta cercando di risolvere attraverso l’utilizzo di un canale di comunicazione chiaro.
  • Diagnosi e pianificazione congiunta poichè, come vi dicevo prima, il problema e la soluzione appartengono esclusivamente al cliente. I clienti devono essere aiutati ad individuare quale tipo di aiuto devono ricercare, che cosa si debba migliorare e come si debba farlo in una cocostruzione di soluzioni. Una finalità è anche aiutare il cliente ad aiutarsi da solo, la capacità di imparare ad imparare, che possa essere utile nel ripresentarsi del medesimo problema del futuro.
  • Ruolo del consulente strategico. La figura del consulente si profila all’interno dei contesti organizzativi come una nuova figura che ha soprattutto una funzione di orientamento e di negoziazione, di mediazione nei processi lavorativi ed utilizza come strumento privilegiato l’analisi del contesto e della cultura organizzativa. Perché dico questo? Perché, come dicevamo prima, il consulente all’interno delle organizzazioni è un esperto di metodo, dovrebbe avere questa funzione e dovrebbe anche assolvere alla funzione di mediatore sociale.
  • Esperto di metodo, perché dovrebbe facilitare il perseguimento di una soluzione soddisfacente per il cliente e realistica, vi ricordate vincoli e opportunità, vantaggi e svantaggi, sul piano della fattibilità a livello organizzativo, è inutile proporre una cosa che esula del tutto dal contesto, dal problema presentato dal cliente è che sia anche difficilmente perseguibile.
  • Mediatore sociale perché ha una funzione di mediazione tra il cliente e la situazione critica e rappresenta il tramite attraverso cui gli attori organizzativi possono cogliere tutta la complessità organizzativa e costruire diverse possibilità di azione di intervento. Perché mediatore sociale? Perché il cliente che analizza la propria situazione critica , la analizza da un punto di vista soggettivo. In questo modo viene stimolato dal consulente a prendere in considerazione punti di vista differenti dal proprio ed a focalizzare l’attenzione su alcuni elementi di realtà, come dicevo quali vincoli e opportunità legati al particolare evento.

Per concludere quindi, quali sono le finalità della consulenza strategica? Sviluppare questo intento cooperativo fondamentale attraverso lo stabilirsi di una relazione forte tra cliente consulente.

Perché sviluppare l’intento cooperativo? Per la diagnosi e la gestione e la risoluzione di problemi e per incrementare la capacità di imparare del cliente. Lavorare secondo un’ottica che consente il conseguimento efficace degli obiettivi prefissati.

Fornire al richiedente gli strumenti per saper scegliere in modo consapevole e produttivo nei diversi momenti del percorso professionale e lavorativo. La persona può cambiare se sviluppa competenze e skills promuovendo e attivando le risorse del soggetto.

Sviluppare il potenziale umano sicuramente è inteso come la promozione di queste competenze, ma non solo. Noi in qualche modo, promuoviamo anche l’attivazione di risorse attive, in modo tale che il cliente abbia quella funzione di agentività di cui prima parlavamo.

Vogliamo incrementare la capacità di imparare del sistema cliente e conseguentemente dell’organizzazione.

Dott.ssa Vania Vona

 

Bibliografia

Bellotto M., Trentini G.,Culture organizzative e formazione, 1989, Franco Angeli, Milano.

Depolo M., Sarchielli G. (a cura di), Psicologia dell’organizzazione, 1991, Il Mulino, Bologna.

Morgan G., Immaginazione. Un modo nuovo per agire nelle organizzazioni, 1996, Franco Angeli, Milano.

Piccardo C. (a cura di), Sviluppo organizzativo. Stato dell’arte e nuove prospettive, 1991, Guerini e Associati, Milano.

Piccardo C., Empowerment. Strategie di sviluppo organizzativo centrate sulla persona, 1995, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Schein E.H., Cultura d’azienda e leadership, 1990, Guerini e Associati, Milano.

Schein E.H., Lezioni di consulenza. L’attualità della consulenza di processo come risposta necessaria alle sfide dello sviluppo organizzativo, 1992, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Schein E.H., La consulenza di processo, 2001, Raffaello Cortina Editore, Milano.

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Figli della ricchezza

La “Forza della Vulnerabilità” è il titolo di un bellissimo libro di una psicoterapeuta milanese, Consuelo C. Casula, ma anche la frase che meglio descrive i giovani che troppo spesso si avvicendano nel mio studio di psicoterapia.

Figli della ricchezza sono soli, angosciati, incapaci di affrontare la vita perché continuamente in lotta con il loro vuoto esistenziale e la grande paura di poter fallire chissà quale progetto.

Vivono nell’agio più sfrenato in famiglie distanti emotivamente, ma al tempo spesso piene di confort a cui difficilmente sapranno rinunciare e che, per questo stesso motivo, odiano profondamente.

Sono ragazze e ragazzi che falliscono i loro obiettivi principali come la riuscita scolastica o universitaria, che passano le loro giornate in casa collegati ad un pc, o ad una lamette per tagliarsi, poco ma ovunque. Che cercano amici simili per andarsi a sballare o per provare chissà quale esperienza sfrenata. Tentano di colmare quel vuoto riempendosi di immagini o esperienze virtuali, altri cercano di ignorarlo attraverso le droghe o altre sostanza, c’è chi invece ci entra in competizione tentando di svuotarsi di più e dimagrendo all’inverosimile e chi, stanco di non sentire nulla, preferisce invece il dolore delle ferite fisiche per avere la certezza di esserci. Cercano disperatamente qualcuno che li guardi negli occhi e veda il loro dolore.

Sono così consapevoli di questo che arrivano da soli a chiedere aiuto e a domandare se tutto quello che vivono è frutto della loro stranezza, come molti gli rimandano, o semplicemente è il loro modo per gridare disperatamente aiuto.

Pochi sono gli adulti che comprendono questo loro grido, qualche insegnante attento che resterà nel loro cuore tutta la vita o qualche amico o parente sensibile, non in grado però di soddisfare quel bisogno d’amore e di accettazione che è rimasto inappagato per una vita.

È l’effetto di vivere con genitori presi dalle loro vite e carriere, dalle loro depressioni e conflitti esistenziali incapaci di restituire ai figli un’immagine positiva di sé.

Manager o imprenditori/trici con personalità narcisiste caratterizzate da un sé grandioso, egoista, incapaci di sperimentare l’empatia con conseguenti difficoltà relazionali che aumentano la tendenza a vivere il lavoro come unico spazio di vita. Per accrescere la loro gloria spingono i figli e le figlie verso mete prestigiose che però sono disattese perché la ribellione da questi percorsi obbligati è l’unico modo per sentirsi liberi e pieni.  Proteggono fin troppo i loro figli, per salvarsi dai propri sensi di colpa, dimenticando che le difficoltà formano il carattere e aiutano a sviluppare la resilienza, ossia quella capacità di piegarsi di fronte un evento difficile senza farsi distruggere da esso. Una capacità che preserva dalla depressione e favorisce il benessere, che già Confucio sollecitava dicendo: “La nostra gloria maggiore non consiste nel non sbagliare, ma nel risollevarsi ogni volta che cadiamo”.

La sensibilità e la vulnerabilità sono la forza di questi giovani uomini e giovani donne che, se non soffocate, li aiuteranno a capire sempre chi riuscirà a curare la loro anima ferita e chi invece continuerà ad ignorarla. Dunque cari genitori, insegnanti o educatori non tradite queste sensibilità e vulnerabilità. Cercate di ascoltare quel grido parlando, ma soprattutto ascoltando, cercate di capire cosa fanno durante il giorno, di cosa hanno bisogno, siate curiosi, abolite per un po’ la critica e il giudizio, unici sistemi per non vedere il proprio fallimento nel compito più importante della proprio esistenza, ossia quello di essere delle guide, dei maestri bramosi di insegnare e pronti ad essere superati dal proprio allievo.

Dott.ssa Francesca Mastrantonio

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