«Che cos’è l’inferno? – chiesi…
Amare
Senza eco,
Chiedere
Senza una risposta,
Scrivere
Senza avere lettori,
Dormire
Senza che nessuno riempia i tuoi sogni,
Fare voti
Senza che ci siano dei,
Avere una chiave
E non avere casa,
Aprire la mano
E non trovare una donna che la legga.»
(AHMED AL-SHAHAWI)

I recenti e ripetuti episodi, balzati all’attenzione dell’opinione pubblica, di violenza della degenerazione del maschile sul femminile, anche se si esprimono con forme diverse, alimentano domande ricorrenti sulla origine di questi comportamenti; personaggi pubblici che si professano come psicoterapeuti ma verso i quali non nutro alcuno spirito di colleganza, hanno argomentato come “in ogni donna è presente, sempre, il fatto di poter usare la seduzione per ottenere un vantaggio”, richiamando addirittura la possibilità di una intrinseca natura da prostituta dell’universo femminile.

L’autore stesso e alcuni zelanti esegeti hanno provato una frettolosa e improvvida marcia indietro, addentrandosi dentro percorsi junghiani, atteggiamento questo che mi ha fatto comprendere il significato profondo della famosa frase dello psicoanalista svizzero “Per fortuna sono Jung e non uno junghiano”.

Il punto che qui voglio sviluppare è estremamente specifico, perché qualsiasi discorso allargato sul tema si trasforma in una paurosa semplificazione, come diceva Waztlawick: amore e violenza non si incontrano mai, sono due rette parallele e la definizione di amore malato è logicamente errata perché esprime una contraddizione in termini.

La dipendenza affettiva, nei suoi aspetti più complessi, può essere un esempio di amore malato e ciò che si ammala è proprio l’elemento che determina l’appartenenza di amore e violenza a due universi di discorso che non possono costruire significato, relazione: la reciprocità.

L’amore è reciproco per definizione, necessità di un altro da sé, della presenza di un altro da sé che può anche assumere forme patologiche; la violenza indica invece una assenza di reciprocità che si trasforma in contrapposizione e lotta, nega la presenza dell’altro.

Un argomento profondo che la poetessa Wislaswa Szymborska è riuscita a esporre facilmente, lasciando un filo conduttore, con questa sua poesia:
Ci sono cataloghi di cataloghi. Poesie su poesie. Ci sono drammi su attori recitati da attori. Lettere in risposta a lettere. Parole che spiegano parole. Cervelli impegnati a studiare il cervello. Ci sono tristezze contagiose come il riso. Carte nate da carte macerate. Sguardi veduti. Casi declinati da casi. Fiumi grandi per il copioso contributo di piccoli. Foreste infestate da foreste. Macchine destinate a produrre macchine. Sogni che all’improvviso ci destano da sogni. Una salute di ferro necessaria a riacquistare la salute. Scale che portano giù come portano su. Occhiali per cercare occhiali. L’inspirazione e l’espirazione del respiro. E ci sia anche, almeno di tanto in tanto, l’odio dell’odio.

Perché alla fin fine c’è l’ignoranza dell’ignoranza. E mani ingaggiate per lavarsene le mani.

L’errore che non dobbiamo commettere è quello di considerali dentro un continuum, come fossero poli opposti, perché staremmo implicitamente pensando che dentro l’amore esiste almeno un granello di violenza e che la prevaricazione violenta contiene un elemento di amore.

Un racconto tratto dal libro della dott.ssa Edith Eva Eger ci aiuterà a chiarire questa differenza in termini: “<<Piccola ballerina>> dice il dottor Mengele, <<balla per me.>> si rivolge ai musicisti perché incomincino a suonare. Le prime, familiari note del valzer sul bel Danubio blu filtrano nel chiuso, tetro stanzone. Lo sguardo di Mengele è fisso su di me. Sono fortunata. Conosco sul bel Danubio blu così bene che potrei danzarlo a occhi chiusi. Ma le mie braccia e le mie gambe sono pesanti, come negli incubi, quando c’è un pericolo e non riesci a fuggire. <<Balla!>> mi ordina nuovamente, e sento che il mio corpo inizia a muoversi” (Edith E.E. pag. 60-61).

Questa scena si svolge dentro l’orrore di un campo di concentramento e ha per protagonisti il dottor Josef Mengele, l’angelo della Morte ed una piccola ballerina ungherese che diventerà una grande donna che porta con sé il dolore dei sopravvissuti.

Pensare che dentro ogni donna ci sia una prostituta o che coloro le quali hanno acconsentito ad avere rapporti sessuali siano in qualche maniera corresponsabili, significa commettere l’errore che un osservatore diretto di questa scena potrebbe commettere: visto che la ballerina danza e inizia a muoversi flessuosa sulle note del valzer di Johan Straus figlio, agisce un desiderio inconscio di concedersi, visto che è stata scelta ha in qualche maniera elicitato un desiderio.

Non c’è scelta nella violenza perché non c’è scelta possibile in una situazione di doppio legame, come quella che si presenta di fronte a chi subisce abusi di questo genere.

Il doppio legame indica una situazione in cui la comunicazione tra due individui, uniti da una relazione emotivamente rilevante, presenta una incongruenza tra il livello verbale (quello che viene detto a parole) e quello non verbale (gesti, atteggiamenti, tono di voce ecc.), e la situazione sia tale per cui il ricevente del messaggio non abbia la possibilità di uscire fuori da questo schema stabilito dal messaggio, o meta-comunicando o chiudendosi in sé stesso. 1

È quindi, come tutte le interazioni violente, uno schema comunicativo che non prevedendo la libertà di scelta dell’altro, esclude la possibilità che sia amore; se pensiamo o comunichiamo che coloro le quali rispondono ad un richiesta violenta, nella sua natura profonda di doppio legame, accettando di ballare sono in qualche maniera corresponsabili, ci stiamo mettendo camicia e stivali neri.

Il nostro compito imprescindibile come essere umani è quello di mettere l’altro nella condizione di potersene andare, di poterci rifiutare o lasciare, l’amore, quello vero, è quella condizione irripetibile in cui portiamo dentro di noi, rispettiamo e curiamo il bisogno dell’altro di allontanarsi da noi, di essere senza di noi.

È una condizione irripetibile perché si struttura intorno ad una evidente contraddizione: una presenza così tanto forte e sicura dell’altro da tollerarne l’assenza.

Dott. Andrea Stramaccioni

Bibliografia:

1. Dr. Eger E. E. (2017), La Scelta di Edith, corbaccio Editore, Milano;

Sitografia:

1. https://it.wikipedia.org/wiki/Doppio_legame_(psicologia)