Perché abbiamo la paura della paura del giudizio?

Ben oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un campo.
Ti aspetterò laggiù”.
J. Rumi

Faremo un viaggio insieme, un viaggio di scoperta nell’angolo più buio della nostra mente.

E per intraprendere un viaggio del genere bisogna viaggiare con poco bagaglio, non possiamo essere appesantiti da opinioni, pregiudizi e conclusioni, tutto quel vecchio ciarpame che abbiamo messo insieme nel corso della nostra storia.

Iniziate dimenticando tutto quello che sapete su voi stessi, dimenticando tutto quello che avete pensato di voi; cominceremo come se non sapessimo niente di noi stessi, cercando di arrivare alle radici della nostra paura più grande.

Ogni viaggio necessita di una storia e secondo L. Wittgenstein, filoso e logico austriaco (1889 – 1951) le storie vissute sono episodi d’azione condivise, cioè esse rinviano sempre alla presenza di un altro, e quindi di un contesto relazionale che le storie raccontate non rendono immediatamente interpretabile, nonostante sembra esserci un significato evidente alla nostra portata.

Ciò significa che nessun individuo viaggia mai da solo, come vorrebbe la distinzione naturalistica tra soggetto e oggetto, bensì è abitato dalla relazione in cui è vissuto, quindi si riferisce sempre ad episodi di azioni condivise con l’altro.

Sulla porta della parte più buia della nostra mente troviamo un’etichetta linguistica abusata ma sconosciuta, logora ma utilizzata in maniera superficiale, da tutti rifiutata ma iper-usata: il giudizio.

L’etimologia della parola giudicare è da ricondurre al latino judĭcare, derivazione di judex = giudice. Judex deriva dall’unione di ius + decs (dicere) cioè colui che dice, che si pronuncia sul diritto. In senso più ampio, giudicare significa valutare, stimare, esprimere un’opinione.

Il giudizio è infatti uno dei ponti più potenti e distruttivi della relazione tra le persone: gli aggettivi caratterologici giudicanti, le parole che utilizziamo per racchiudere l’esperienza dell’altro in relazione con noi, secondo Bateson, definiscono le caratteristiche fondamentali di una relazione.

Nel definire una parte della relazione, gli aggettivi caratterologici determinano necessariamente anche l’altra e questo è l’aspetto fondamentale e generativo di questo lavoro, il suo costrutto centrale: essere libera/o implica che esista anche una/o schiavo/a; “giocare sporco” implica la percezione di un qualche tipo di pulizia.

Ad esempio, pensate a qualcuno con cui faticate a comunicare o una situazione che non comporta una interazione costruttiva.

Ora immaginate di essere in un grande teatro.

Guardate il modo di comportarsi di questa persona sul palcoscenico, il suo modo di muoversi, di usare la voce e trovate una parola che ne descriva il comportamento: potremmo utilizzare termini dal vocabolario caratterologico, ad esempio egocentrica, aggressiva, narcisista.

Ora fate un respiro profondo e sul palcoscenico vedrete voi stessi mentre interagite con quella persona: siete uno spettatore terzo, un osservatore neutrale.

Notate il vostro comportamento sul palcoscenico: quale parola utilizzereste per voi stessi in movimento? Probabilmente se l’altro è narcisista voi sarete dipendenti o timidi.

Ora possiamo cominciare a vedere il nostro contributo alla danza reciproca nella definizione del sé, una danza basata sulla ricerca di posizioni discorsive consensuali: cerchiamo nel giudizio quello spazio tempo verbale che ci consente di mantenere una relazione stabile con l’altro o con l’idea che abbiamo di noi stessi.

Il giudizio assolve alla funzione di ritrovare il controllo riferendoci a canoni socialmente accettabili e ritornando dentro l’alveo di quella divisione naturalistica soggetto – oggetto così tanto tranquillizzante, funziona come un meccanismo di omeostasi ma contiene anche un elemento di minaccia.

Siamo vicini alla comprensione della natura più profonda di questa paura della paura; abbiamo però la necessità di fare un passo indietro per comprendere quello che abbiamo davanti.

Dobbiamo salire su una nave spettrale, la nave dei folli, la stultifera navis, creazione letteraria ispirata al ciclo degli Argonauti, navi il cui equipaggio di eroi immaginari, di modelli etici, o di tipi sociali s’imbarca per un grande viaggio simbolico: il grande mito dell’esclusione degli alienati e della loro derisione che il filosofo M. Focault ha così brillantemente descritto nella sua storia della follia.

E’ qui che la grande paura si palesa: ciò che ci spaventa realmente è che il giudizio rappresenta un tentativo di azione sulla relazione, una azione che mira alla esclusione.

Il tema del giudizio diventa così inestricabilmente collegato a quello della esclusione, siamo spaventati dalla possibilità che gli altri possano osservarci e indicarci come alieni, estranei, con un chiaro effetto di allontanamento.

Il piacere di condannare. […] Il piacere di esprimere una sentenza negativa è sempre inconfondibile. È un piacere duro e crudele, che non si lascia sviare da nulla. La sentenza è solo una sentenza quando viene pronunciata con una sorta di temibile sicurezza. Essa ignora indulgenza e precauzione. È presto trovata; ed è perfettamente coerente con la sua natura proprio quando scaturisce senza ponderazione. La passione che essa tradisce si collega alla sua rapidità. Le sentenze incondizionate e rapide fanno sì che il piacere si dipinga sul volto del sentenziante. […] Ci si arroga in tal modo il potere di giudice. Ma solo apparentemente il giudice sta nel mezzo, sul confine che separa il bene dal male. In ogni caso, infatti, egli si annovera tra i buoni. La legittimazione del suo ufficio si fonda soprattutto sul fatto che egli appartiene inalterabilmente al regno del bene, come se vi fosse nato. Egli sentenzia in continuazione. La sua sentenza è vincolante. Ci sono soggetti ben determinati sui quali è chiamato a giudicare; la sua vasta conoscenza del bene e del male deriva da una lunga esperienza. Ma anche coloro che non sono giudici, che nessuno ha incaricato di giudicare, che nessuna persona di buon senso incaricherebbe di giudicare, si arrogano continuamente il diritto di pronunciar sentenze su ogni argomento, senza alcuna cognizione di causa. Quelli che si astengono dal sentenziare poiché se ne vergognerebbero, si possono contare sulle dita. La malattia del condannare è una delle più diffuse tra gli uomini: in pratica, tutti ne sono colpiti.” (pag.1340 – 1431).

Di conseguenza, quello che ci spaventa del giudizio, più che il suo contenuto, è la sua natura fortemente pragmatica, di azione sulla relazione: “A questo proposito vorremmo che fosse chiaro fin da ora che usiamo i termini comunicazione e comportamento praticamente come sinonimi: perché i dati della pragmatica non sono soltanto le parole, le loro configurazioni e i loro significati (che sono i dati della sintassi e della semantica), ma anche i fatti verbali concomitanti come pure il linguaggio del corpo” (Watlawick P., pag.13).

Pensiamo, ad esempio, al valore e al potere della diagnosi in psichiatria e psicoterapia.

Una diagnosi rappresenta un’etichetta posta da un osservatore con l’obiettivo di oggettivare l’esperienza relazionale avuta, esprime un profondo bisogno di sicurezza, poiché questa operazione è un modo per non osservare, per sfuggire all’ansia dell’intersoggettività.

Quale è allora la via di uscita di questa malattia che colpisce tutti gli uomini?

Carl Rogers sosteneva che la tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione, ma è dalle parole di Stanisław Jerzy Lec (1909 – 1966), scrittore, poeta e aforista polacco che possiamo trarre ispirazione per questo piccolo lavoro sul giudizio: Ci saranno sempre degli esquimesi pronti a dettare le norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura.

Mutuando il titolo di un recente libro di Guido Catalano, ogni volta che giudichi qualcuno risorge un nazista.

Dott. Andrea Stramaccioni

 

Bibliografia

  1. Canetti E., (1990) Massa e potere, trad. it. di F. Jesi, in Id., Opere, a cura di G. Cusatelli, Bompiani, Milano, vol. I;
  2. Catalano G., (2017) Ogni volta che mi baci muore un nazista, Rizzoli Editore, Milano;
  3. Foucault M., (2011) Storia della follia nell’età classica, RCA libri s.p.a., Milano;
  4. Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., (1971) Pragmatica della comunicazione umana, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma;

Sitografia

  1. www.kainos.it/numero9/ricerche/deconciliis-sulgiudizio.html;
  2. https://it.wikiquote.org/wiki/Stanisław_Jerzy_Lec.
Read More

La bussola e la mappa: strumenti di viaggio e indicatori di trattamento

Una importante domanda che uno/a specialista dovrebbe continuamente porsi durante il suo lavoro è se il trattamento che sta proponendo sta andando bene o sta incontrando degli ostacoli.

Da psicoterapeuta strategica, rigorosamente legata agli obiettivi terapeutici e alla promozione di cambiamenti, sento costantemente la necessità di monitorare l’andamento del trattamento che offro. Per fare questo credo che bisogna partire da una buona pianificazione della terapia che si vuole proporre.

La pianificazione del trattamento è uno degli aspetti più complessi nel lavoro terapeutico, si costruisce in conformità a dei presupposti teorici da cui si sviluppano delle tecniche operative specifiche, sulla base di quanto lo/la psicoterapeuta ha osservato durante l’interazione clinica (R.B. Makover, 1999).

Il trattamento della psicoterapia strategica è basato sul risultato ossia il miglior risultato possibile raggiungibile dal nostro paziente. Tende, in poche a parole, ad avere uno sguardo alla fine del periodo di terapia per individuare il miglior risultato.

Questo si costruirà da una serie di fattori che sono parte imputabili al/la paziente, come la motivazione al lavoro, le risorse psicologiche ed economiche e parte imputabili al/la terapeuta, alla sua abilità di gestire la relazione, alla sua flessibilità e capacità di usare le tecniche a sua disposizione.

Sappiamo bene che nessun approccio psicoterapeutico è migliore di altri, sono tutti efficaci, nel trattamento quindi ciò che può fare la differenza è la qualità della relazione terapeutica, ossia quella particolare capacità del/la terapeuta di saper gestire questa relazione, saperla armonizzare con le tecniche in suo possesso per favorire nel/la paziente un processo dolce e graduale di persuasione verso il cambiamento. In questa lotta tra teorie, approcci, e tecniche chi vince è solo colui o colei che sa entrare in contatto emotivo con i bisogni delle persone, sa come usare le tecniche e le teorie in suo possesso per far cambiare le persone e sa quale specifica direzione prendere per dar loro quel sollievo che cercano.

Come ci ricorda Haley un/a bravo/a terapeuta è chi sa accogliere il dolore della persona, ma sa anche come farla cambiare per superare quel dolore.

La fase di pianificazione di un trattamento diventa per questo motivo centrale nella psicoterapia perché consente di ideare, seppur su base ipotetica, la strada che il/la paziente dovrebbe percorrere per raggiungere uno stato di benessere, le tappe da toccare per giungere alla sua meta, quindi i mezzi da utilizzare per arrivare alle singole tappe.

Quando penso alla pianificazione di un trattamento mi viene in mente la pianificazione di un viaggio il cui territorio (il percorso terapeutico) è pressoché sconosciuto, ma che possiamo conoscere attraverso i mezzi che più facilmente ci consentono di esplorarlo sulla base delle sue caratteristiche specifiche.

Una buona pianificazione di questo viaggio prevede la definizione di una meta chiara da raggiungere al fine di ridurre nei viaggiatori (entrambi i protagonisti della psicoterapia, specialista e paziente, che si apprestano ad intraprendere questo cammino sconosciuto) il rischio di perdersi in quel territorio e ottimizzare al contrario le risorse e i tempi del viaggio.

La meta è l’obiettivo concordato con il/la paziente durante il primo colloquio. Non si esaurisce però in esso. Seppur l’obiettivo concordato non deve essere mai messo in secondo piano, abbinato a questo saranno presenti dei sotto-obiettivi, ossia quei traguardi intermedi che sono necessari per raggiungere la meta e dei meta-obiettivi, ossia quei progressi insiti in una psicoterapia evolutiva senza i quali probabilmente non è possibile godere appieno di questo viaggio e, soprattutto, assicurarsi che il cambiamento cercato resti costante nel tempo.

Sappiamo che quando i cambiamenti non sono consolidati il sintomo può cambiare forma, spostarsi. In questo caso purtroppo il nostro intervento solo all’apparenza produrrà il cambiamento sperato, ovvero non saremo arrivati alla meta. Il consolidamento del cambiamento si avrà solo quando le risorse del/la paziente saranno tali da non aver più bisogno del sintomo, per questo è utile lavorare anche sui meta-obiettivi. Il raggiungimento dei sotto-obiettivi insieme ai meta-obiettivi garantirà l’efficacia del trattamento.

Sono proprio questi meta obiettivi gli indicatori di trattamento, la bussola, attraverso i quali è possibile capire a che punto del tragitto ci troviamo.

Ovviamente nonostante una buona pianificazione del viaggio sappiamo che un grado di incertezza rimarrà sempre. Purtroppo, i fattori che incidono sui tempi e sulla qualità dell’itinerario sono molteplici e incontrollabili, perché attengono anche alle scelte dell’altro viaggiatore per cui sarebbe illusorio e ingenuo pensare di avere in tasca la soluzione. A fronte di ciò sappiamo però che un viaggio ben pianificato consente di ridurre i tempi di attesa e i margini di errore, e garantisce ai viaggiatori la possibilità di affermare parafrasando M. Erickson che “non ci vorrà un giorno di più di quello che è necessario”.

Ciò che consente allo/a psicoterapeuta di ipotizzare un buon programma di viaggio è la sua capacità di osservazione dell’interazione clinica. L’osservazione è, infatti, il metodo principale che utilizza lo/a terapeuta in tutto il processo della psicoterapia. Una osservazione concentrata sui microcambiamenti comportamentali, percettivi, relazionali ed affettivi degli attori coinvolti.

Questi microcambiamenti, capaci di diventare indicatori di cambiamento, si possono individuare già dalle prime fasi del trattamento e consentono al clinico di ottenere numerose informazioni sulla persona che ha richiesto il colloquio, sulla relazione che si sta strutturando tra i due compagni di viaggio, sulla motivazione al colloquio e sull’andamento della terapia.

Il focus osservativo è sui cambiamenti, non solo del sintomo, ma anche:
– dello stile relazionale e comportamentale del paziente,
– dello stile esplicativo degli eventi,
– del modo in cui il paziente utilizza le difese.

In questa sede non ci concentreremo sui cambiamenti del sintomo, di cui la terapia strategica ha fornito ampie ed esaustive spiegazioni, ma ci soffermeremo su questi altri tre aspetti, altrettanto utili a capire l’andamento della trattamento e che in questa sede definiamo come: indicatori del cambiamento nel processo clinico.

Essi infatti possono essere contemporaneamente la meta da raggiungere, ma anche la bussola dell’intero viaggio.

Costituiscono il meta-obiettivo che risiede dietro ogni sforzo psicoterapeutico, ma assumono anche il ruolo di segnalare l’andamento evolutivo del processo clinico, essendo dei risultati attesi, dei passaggi obbligati in una psicoterapia evolutiva. Se ci soffermassimo solo sul cambiamento del sintomo perderemmo di vista quei passaggi importanti del nostro viaggio, godendo solo del risultato e tralasciando il processo di crescita individuale che la psicoterapia può offrire.

Immaginiamo il nostro percorso:

I ___x____x____m___x____x___x___m__x___m__x______ O

Dove per I intendiamo l’inizio, il primo colloquio, in cui il problema era cristallizzato e ingestibile, per O maiuscola intendiamo l’obiettivo concordato che si declina nel superamento del problema e l’acquisizione di abilità tali da rendere il sintomo definitivamente non può necessario. Con le x minuscole individuiamo i sottobiettivi e i con le m minuscole i meta-obiettivi che riteniamo necessari attraversare per arrivare alla O.

Avremo in questo modo una “mappa” chiara da seguire che ci aiuterà anche a capire i mezzi specifici da utilizzare (prescrizioni, tecniche strategiche, tecniche provenienti da altri approcci, ecc.).

Questo sguardo attento alle tappe da attraversare influenza positivamente il suo senso di efficacia del trattamento e consentirà ad entrambi i viaggiatori di capire quando saranno arrivati all’obiettivo per iniziare a lavorare sulla chiusura del trattamento.

1. Stile relazionale del paziente

Iniziamo con il primo indicatore che attiene allo stile comportamentale e relazionale del paziente. Prende in considerazione la modalità con cui la persona interagisce con gli altri e attiene allo stile di comunicazione e al livello di differenziazione del sé. Un buon percorso di psicoterapia dovrebbe migliorare questi due fattori.

1.1. Stile di comunicazione

La comunicazione definisce la relazione, sappiamo infatti che la gran parte dei messaggi oltre ad avere la funzione di trasmettere un contenuto (notizia) espongono anche una richiesta all’altro (comando) (Gulotta, 2008). È questo secondo aspetto che attiene alla relazione tra i comunicanti, il contesto in cui ha luogo la comunicazione servirà a chiarire ulteriormente la relazione. Porre attenzione all’aspetto di relazione della comunicazione attiene alla capacità di metacomunicare, requisito fondamentale della comunicazione efficace, ed è anche strettamente collegato alla consapevolezza di sé e degli altri (Watzlawick et al., 1971).

Solitamente i paziente non hanno dimestichezza con gli aspetti relazionali insiti nella comunicazione. Sperimentarli in terapia porta i paziente a migliorare sia la comunicazione sia i rapporti con le persone vicine. Inoltre, si assiste ad un miglioramento dello stile di comunicazione che può passare da uno stile comunicativo Aggressivo/passivo versus uno assertivo.

1.2. Differenziazione del sé

Strettamente correlato al precedente è il fattore inerente il grado di differenziazione del sé.

Con il termine differenziazione si allude al processo con il quale si sviluppa un sé chiaramente differenziato pur rimanendo in stretto rapporto con coloro che si amano. Indica una competenza acquisita nel gestire le emozione con le persone vicine. Differenziarsi significa bilanciare due forze vitali: il bisogno di individualità e quello di vicinanza. La differenziazione è la capacità di mantenere il senso del sé quando si è emotivamente e fisicamente vicino agli altri. Consiste nella capacità di esprimere se stessi e le proprie opinioni pur essendo in legame profondo con qualcuno che la pensa diversamente da noi (Schnarch, 1997).

Implica l’aver abbandonato dinamiche di dipendenza o di controdipendenza con le figure di riferimento e l’aver sviluppato un sé autonomo, ossia capace di differenziarsi nonostante ci sia un profondo legame affettivo con l’altro. All’opposto la fusione emotiva indica una insufficiente separazione che porta ad una perdita di individualità e di autenticità (ibidem) che si esprime con eccessiva adesività o oppositività al pensiero dell’altro.

Nella relazione terapeutica può essere utile concentrarsi su questo fattore quando per esempio si lavora con le prescrizioni. Eludere una prescrizione, in taluni casi, può essere l’indicatore di una maggiore autonomia del paziente dall’opinione del terapeuta, quindi un buon segnale di efficacia del trattamento, e non esclusivamente una resistenza al cambiamento.

2. Lo stile esplicativo

Quando si parla di stile esplicativo si fa riferimento alla modalità che le persone adottano per spiegare gli eventi che capitano loro. Questo aspetto è stato ampiamente studiato da Seligman (1990) in occasione delle sue ricerche sull’ottimismo.

Lo stile esplicativo è caratterizzato da tre dimensioni cruciali: la permanenza, la pervasività e la personalizzazione. La permanenza è una dimensione che spiega gli eventi in termini temporali del tipo sempre o mai. Spiegare un evento negativo con una dimensione di permanenza tende a dare un senso di impotenza maggiore nella persona.

La pervasività riguarda invece lo spazio che occupa un evento. Gli eventi possono essere spiegati come universali, altri come specifici di un centro ambito.

La personalizzazione indica la tendenza delle persone a spiegarsi gli eventi come attribuibili a se stessi.

Seligman ci dice che le persone che tendono a spiegare gli eventi in modo permanente, pervasivo e personalizzato sono quelle che più di altre tenderanno ad avare una visione pessimistica della vita e ad incorrere più facilmente in una depressione.

All’inizio della psicoterapia i pazienti tendono a cadere in questa visione negativa cui si accompagna un senso di impotenza determinato dall’aver fallito nel tentativo di superare il problema da soli.

Seligman ha dimostrato che attraverso la psicoterapia le persone possono migrare verso uno stile temporaneo e imparare a credere che molte cose che le colpiscono possono essere modificate. La terapia può generare cambiamenti nella modalità di spiegare gli eventi e soprattutto può favorire la tendenza ad assumere un senso di responsabilità nella propria vita. Questa modalità di spiegare gli eventi favorisce la resilienza negli individui.

Secondo Michael Rutter (1985), la resilienza è la capacità di svilupparsi in modo accettabile a dispetto di uno stress o di un’avversità che comporta il rischio di un esito negativo.

Si tratta quindi non solo della resistenza ma anche del superamento delle difficoltà. Comporta, per la persona sottoposta a pressioni, la possibilità di proteggere la sua integrità, di costruirsi e aprirsi delle vie malgrado le difficili circostanze.

La resilienza può quindi essere considerata come la capacità di affrontare eventi stressanti, superarli e continuare a svilupparsi aumentando le proprie risorse con una conseguente riorganizzazione positiva della vita (Malaguti, 2005).

La capacità di affrontare in modo resiliente gli eventi stressanti è influenzata da alcune caratteristiche personali che possono essere riassunte con la consapevolezza di essere un agente attivo. La consapevolezza è strettamente correlata alla fiducia in se stessi, all’autoefficacia, al locus of control interno, all’ottimismo e alla speranza.

Queste caratteristiche fanno parte del meta-obiettivo della psicoterapia, entrano per cui nel nostro percorso.

3. Meccanismi di difesa

La capacità della persona di percepire, discriminare, mentalizzare e comunicare è influenzata dalla maturità delle difese prevalenti. In un trattamento di psicoterapia evolutivo tra i cambiamenti auspicati rientra anche il passaggio da meccanismi di difesa primitivi (frammentazione, scissione, identificazione proiettiva, negazione, proiezione, acting-out, idealizzazione, svalutazione ecc.) a meccanismi di difesa prevalentemente nevrotici (rimozione, spostamento, intellettualizzazione, razionalizzazione, ecc.) verso meccanismi di difesa maturi (umorismo, anticipazione, sublimazione, autoaffermazione, ecc.) (Lingiardi V., 2009).

Valutare lo sviluppo di questi fattori durante il processo clinico offre al/la clinico/a un’ulteriore indicatore sull’andamento del trattamento.

Secondo la prospettiva strategica un trattamento può essere considerato efficace se giungerà al cambiamento concordato e, aggiungerei, farà in modo che il cambiamento si dimostri consolidato nel tempo. Questo si realizzerà solo se, oltre a favorire il cambiamento iniziale, la terapia offrirà al suo viaggiatore nuove modalità di ottenere ciò di cui si ha bisogno con sistemi più funzionali e costruttivi, senza ricorrere al sintomo. Questo cambiamento, come abbiamo visto, necessita dello sviluppo di modalità relazionali più mature che si identificano nei meta obiettivi sopracitati.

Infatti, quando la psicoterapia lavora non solo sul problema ma anche sulle risorse della persona consente di costruire le abilità che permettono di dialogare adeguatamente con se stessi e affrontare le avversità in modo costruttivo e incoraggiante.

Sono proprio queste risorse, o meta obiettivi, quel faro che permetterà al terapeuta di percorrere la sua strada fra tanti ostacoli, senza perdersi e condurre il suo paziente alla meta del suo viaggio.

 

Bibliografia
Clement U., (2004), Terapia sessuale sistemica, tr. It., Milano, Raffaello Cortina Editore.
Erickson M. H, (1983), La mia voce ti accompagnerà, Roma, Astrolabio.
Gulotta G., (2008), Commedie e drammi nel matrimonio, Milano, Feltrinelli.
Lingiardi V. in Dazzi N., Lingiardi V., Gazzillo F., (a cura di) (2009), La diagnosi in psicologia clinica, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Makover R.B., (1999), La pianificazione dei trattamenti in psicoterapia, Roma, Las.
Malaguti, E. (2005). Educarsi alla resilienza: come affrontare crisi e difficoltà e migliorarsi. Trento, Erickson.
Schnarch D., (1997), La passione nel matrimonio. Sesso e intimità nelle relazioni d’amore, tr. It. Raffaello Cortina Editore, Milano.
Seligman M. E.P., (1996), Imparare l’ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero, Firenze, Giunti ed..
Watzlawick P., Nardone G., (a cura di) (1997), Terapia breve strategica, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Watzlawick P., Bevin J.H., Jackson D.D. (1971), Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio.

Read More

GENNAIO 2018 – Soli per forza. Gruppi di Parola per persone sole

Nella vita di ognuno può essere capitato il momento in cui ci si trova soli per un periodo più o meno lungo. I motivi di questa solitudine possono essere i più vari cercati o subiti come: separazioni, cambiamenti di vita, vita che non cambia, trasferimenti, ecc.. Spesso questi momenti sono accompagnati da sentimenti difficili da gestire come: tristezza, senso d’impotenza a cambiare le cose, sfiducia e solitudine.

Proprio la solitudine, oltre che un sentimento, diventa una condizione da cui si vorrebbe scappare e si trasforma invece nella migliore compagna di vita. Da soli, infatti, si trascorre molto tempo e può essere difficile creare nuove amicizie, incontrare gente, uscire o semplicemente parlare…

Leggi tutto sui “Gruppi di Parole”, inizio a gennaio 2018

Read More

Quanto dura una terapia? ∆S≥0

Il tempo e la sua gestione è uno dei costrutti su cui gli approcci terapeutici si interrogano più frequentemente; quanto debba durare un percorso terapeutico, come affrontare il passato e il presente delle persone in terapia, è parte di un annoso dibattito fatto di domande aperte, che non sembra avere fine.

L’unica cosa di cui siamo sicuri è che esiste un costrutto temporale che chiamiamo passato, attraverso cui ricordiamo che cosa siamo stati, un costrutto temporale che chiamiamo presente, attraverso cui descriviamo la nostra esperienza nel qui ed ora ed infine un ultimo costrutto temporale che chiamiamo futuro, attraverso cui ci proiettiamo a quello che saremo.

Un prima, un adesso ed un dopo.

Questa sicurezza, che ha improntato ed impronta la pratica professionale di intere generazioni di psicoterapeuti, è sbagliata, si tratta di una costruzione mentale che ci serve per affrontare l’angoscia dell’esistere, la stessa emozione che probabilmente si lega al suicidio di colui che comprese questo meccanismo, uno dei tanti suicidi che hanno visto come protagonisti mente geniali e visionarie, quella di Ludwig Bolzman, un paffuto fisico austriaco, sopranominato dalla sua ragazza <<dolce e caro ciccione>>.[0]*

Bolzman sosteneva che la differenza tra passato e futuro si riferisce alla nostra visione sfocata, è un abbaglio e una miopia, perché nelle leggi fisiche che governano il mondo non c’è distinzione tra causa ed effetto, non esiste un passato che determina il presente ed influisce sul futuro: distinguiamo passato e futuro perché osserviamo con occhiali grossolani e sfocati.

L’origine fisica della differenza tra passato e futuro sta’ dentro il disordinarsi naturale delle cose, è la naturale entropia (espresso in maniera sintetica per problemi di spazio,): “Se osservo lo stato microscopico delle cose, la differenza tra passato e futuro scompare. Il futuro del mondo, per esempio, è determinato dallo stato presente, né più né meno di come lo sia il passato. (pag. 36)”.

Il tempo per esempio non scorre in maniera uniforme ovunque: in basso tutto scorre più lentamente che in alto e di conseguenza una seduta di psicoterapia in pianura costa di più che in montagna!.

Noi cediamo spesso alla comune “tentazione della sicurezza”: è il nostro essere propensi a vivere in un mondo di solidità percettiva priva di dubbi, in cui le nostre convinzioni ci portano a credere che le cose sono così come le vediamo, senza alcuna visione alternativa.

La tradizione strategica invece, costruttivista come orientamento epistemologico, ha fatto propria questa maniera rivoluzionaria di pensare al tempo, cogliendone la sua natura potentemente liberatoria: qualsiasi configurazione è possibile in una realtà che è costruita dal soggetto.

H. von Foerster, ad esempio, sostiene che “Quel costrutto concettuale che chiamiamo tempo è……semplicemente un prodotto secondario della nostra memoria la quale in certi casi, può usare “il tempo” come un utile parametro per indicare la sincronicità, o meno, tra due o più sequenze spazialmente distinte”.[1]**

Questa nuova ottica impone di non concepire il conoscere come la rappresentazione oggettiva del modo “la fuori”, ma come una continua attività di produzione, in cui è possibile anche che il futuro determini il passato e viceversa.

La definizione del tempo in terapia, quindi, più che avere a che fare con protocolli rigidi, deve riguardare la percezione condivisa da parte del terapeuta e della persona che richiede aiuto: il tempo è conversazionale, è un metalogo.

La prossima volta che una persona in terapia vi chiederà: “Dottore, quanto dura?” potrete tranquillamente rispondere: ∆S≥0[2]***

 

Dott. Andrea Stramaccioni – Psicologo, Psicoterapeuta

[0] * Rovelli C. (2017), L’ordine del tempo, Adelphi Editore, Milano;

[1] ** Von Foerster H. (1987), Sistemi che osservano, Astrolabio Editore, Milano;

[2] *** ∆S≥0 è l’equazione studiata da Bolzman ed incisa sulla sua tomba.

 

Read More

Gallery dell'evento del 4 Luglio 2017 – Grazie a tutti per la partecipazione

[fusion_builder_container hundred_percent=”no” equal_height_columns=”no” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=”” background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” parallax_speed=”0.3″ video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” overlay_color=”” overlay_opacity=”0.5″ video_preview_image=”” border_size=”” border_color=”” border_style=”solid” padding_top=”” padding_bottom=”” padding_left=”” padding_right=””][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ background_position=”left top” background_color=”” border_size=”” border_color=”” border_style=”solid” border_position=”all” spacing=”yes” background_image=”” background_repeat=”no-repeat” padding=”” margin_top=”0px” margin_bottom=”0px” class=”” id=”” animation_type=”” animation_speed=”0.3″ animation_direction=”left” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” center_content=”no” last=”no” min_height=”” hover_type=”none” link=””][fusion_text]

L’Istituto Strategico – Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Strategica, ringrazia tutti coloro che hanno partecipato all’evento.

Vi aspettiamo a settembre per altre nuove iniziative.

[/fusion_text][fusion_title margin_top=”” margin_bottom=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=”” size=”1″ content_align=”left” style_type=”default” sep_color=””]

Foto

[/fusion_title][fusion_images picture_size=”auto” hover_type=”none” autoplay=”no” columns=”1″ column_spacing=”13″ scroll_items=”” show_nav=”yes” mouse_scroll=”no” border=”yes” lightbox=”yes” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=””][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017.jpg” image_id=”1253″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-2.jpg” image_id=”1254″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-3.jpg” image_id=”1255″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-4.jpg” image_id=”1256″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-5.jpg” image_id=”1257″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-6.jpg” image_id=”1258″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-7.jpg” image_id=”1259″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-8.jpg” image_id=”1260″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-9.jpg” image_id=”1261″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-10.jpg” image_id=”1262″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-11.jpg” image_id=”1263″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-12.jpg” image_id=”1264″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-13.jpg” image_id=”1265″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-14.jpg” image_id=”1266″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-15.jpg” image_id=”1267″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-16.jpg” image_id=”1268″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-17.jpg” image_id=”1269″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-18.jpg” image_id=”1270″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-19.jpg” image_id=”1271″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-20.jpg” image_id=”1272″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-21.jpg” image_id=”1273″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-22.jpg” image_id=”1274″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-23.jpg” image_id=”1275″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-24.jpg” image_id=”1276″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-25.jpg” image_id=”1277″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-26.jpg” image_id=”1278″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-27.jpg” image_id=”1279″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-28.jpg” image_id=”1280″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-29.jpg” image_id=”1281″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][fusion_image image=”http://www.istitutostrategico.it/demo/wp-content/uploads/2017/07/La-supervisione-come-benessere-personale-4-luglio-2017-30.jpg” image_id=”1282″ link=”” linktarget=”_self” alt=”” /][/fusion_images][fusion_title margin_top=”” margin_bottom=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=”” size=”1″ content_align=”left” style_type=”default” sep_color=””]

Video

[/fusion_title][/fusion_builder_column][fusion_builder_column type=”1_3″ layout=”1_4″ spacing=”” center_content=”no” hover_type=”none” link=”” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=”” background_color=”” background_image=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” border_size=”0″ border_color=”” border_style=”solid” border_position=”all” padding=”” dimension_margin=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no”][fusion_text]

Dott. Gian Luigi Lepri

[/fusion_text][/fusion_builder_column][fusion_builder_column type=”1_3″ layout=”1_4″ spacing=”” center_content=”no” hover_type=”none” link=”” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=”” background_color=”” background_image=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” border_size=”0″ border_color=”” border_style=”solid” border_position=”all” padding=”” dimension_margin=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no”][fusion_text]

Dott.ssa Vera Cuzzocrea

[/fusion_text][/fusion_builder_column][fusion_builder_column type=”1_3″ layout=”1_4″ spacing=”” center_content=”no” hover_type=”none” link=”” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=”” background_color=”” background_image=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” border_size=”0″ border_color=”” border_style=”solid” border_position=”all” padding=”” dimension_margin=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no”][fusion_text]

Prof.ssa Carmen Genovese

[/fusion_text][/fusion_builder_column][fusion_builder_column type=”1_3″ layout=”1_4″ spacing=”” center_content=”no” hover_type=”none” link=”” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=”” background_color=”” background_image=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” border_size=”0″ border_color=”” border_style=”solid” border_position=”all” padding=”” dimension_margin=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no”][fusion_text]

Dott.ssa Elisabetta Gentile

[/fusion_text][/fusion_builder_column][fusion_builder_column type=”1_3″ layout=”1_4″ spacing=”” center_content=”no” hover_type=”none” link=”” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=”” background_color=”” background_image=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” border_size=”0″ border_color=”” border_style=”solid” border_position=”all” padding=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no”][fusion_text]

Prof.ssa Patrizia Patrizi

[/fusion_text][/fusion_builder_column][fusion_builder_column type=”1_3″ layout=”1_4″ spacing=”” center_content=”no” hover_type=”none” link=”” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=”” background_color=”” background_image=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” border_size=”0″ border_color=”” border_style=”solid” border_position=”all” padding=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no”][fusion_text]

Prof.ssa Patrizia Patrizi

[/fusion_text][/fusion_builder_column][fusion_builder_column type=”1_3″ layout=”1_4″ spacing=”” center_content=”no” hover_type=”none” link=”” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” class=”” id=”” background_color=”” background_image=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” border_size=”0″ border_color=”” border_style=”solid” border_position=”all” padding=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no”][fusion_text]

Dott.ssa Francesca Mastrantonio

[/fusion_text][/fusion_builder_column][/fusion_builder_row][/fusion_builder_container]

Read More

Il supervisore, un ignorante consapevole

“Io non sono stato maestro mai di nessuno; soltanto, se c’è persona che quando parlo, desidera ascoltarmi, sia giovane sia vecchio, non mi sono mai rifiutato; […] io sono egualmente a disposizione di tutti, poveri e ricchi, chiunque mi interroghi e abbia voglia di stare a sentire quello ch’io gli rispondo”

Platone, Apologia

Questo lavoro, del vasto e complesso campo della supervisione, intende fornire una suggestione su alcuni elementi distintivi del processo di supervisione secondo un approccio strategico evoluto.
L’intento non è quello, quindi, di delineare, la migliore maniera di fare supervisione, ma semplicemente di descrivere, delineare e suggerire.
Il processo di supervisione classicamente si struttura intorno a queste due differenti modalità:

  1. supervisione focalizzata sul contenuto (che cosa ha questo paziente, come funziona) attiene ad aderenza, competenza e osservanza delle regole di una certa teoria clinica;
  2. la supervisione focalizzata al processo si occupa dei fattori aspecifici, della relazione tra la persona che richiede supervisione e l’altro “paziente” (come sto con lui, perché sto portando questo caso e chiedendo aiuto? Qual è il blocco evolutivo?) e su come il supervisionato sa rapportarsi con il supervisore.

Questi modelli di supervisione stressano e si focalizzano su un unico elemento della relazione terapeutica e delineano due differenti figure di supervisori: l’esperto, che parla dall’alto di una conoscenza esclusa all’altro e il compagno di viaggio, che parla lateralmente nella sua funzione di accompagnatore.
L’immagine che descrive meglio il processo di supervisione secondo una prospettiva strategica evoluta è quella della levatrice: all’interno di un panorama dialogico, permette la nascita di una nuova modalità originale e sentita di pratica terapeutica.
Il supervisore dovrebbe quindi svolgere un’azione maieutica verso le risorse esperienziali della persona che richiede supervisione, valorizzando l’esistente e stimolando visioni nuove e più ampie del rapporto tra il proprio sé personale e professionale.

Le caratteristiche fondamentali di questa modalità di supervisione sono le seguenti prassi:

  1. Massima apertura al confronto con gli altri
  2. Sincero rifiuto di qualsiasi ruolo di “Esperto”
  3. Far “nascere” la verità attraverso il dialogo
  4. Svolgere una funzione di facilitatore nei diversi contesti
  5. Costruire, sollecitare e mantenere attiva una capacità di supervisione interna.

L’idea di fondo è quella di promuovere la diffusione di un’educazione alla capacità autoriflessiva, nei termini di un pensiero critico che attraverso il dubbio, l’interrogazione e la domanda possa avviare processi di riflessione, evitando di chiudersi in visioni rigide e dogmatiche.
“Il punto di partenza di questo calcolo […] è l’atto di distinguere. Con questo atto primordiale noi separiamo le forme che ai nostri occhi sono il mondo stesso. Da questo punto di partenza noi affermiamo il primato dell’osservatore, che traccia distinzioni dovunque gli piaccia. Così le distinzioni, che danno origine al nostro mondo, rivelano proprio questo: le distinzioni che noi tracciamo – e queste distinzioni riguardano più la dichiarazione del punto in cui si trova l’osservatore che non l’intrinseca costituzione del mondo, il quale, proprio a causa di questo meccanismo di separazione tra osservatore e osservato, appare sempre sfuggente. Nel percepire il mondo così come lo percepiamo, dimentichiamo ciò che abbiamo fatto per percepirlo come tale; e quando questo ci viene ricordato e percorriamo a ritroso il nostro cammino, quel che alla fine incontriamo è poco più di una immagine specchiante di noi stessi e del mondo. Contrariamente a quanto di solito si presume, una descrizione sottoposta ad analisi approfondita rivela le proprietà dell’osservatore. Noi osservatori distinguiamo noi stessi esattamente distinguendo ciò che in apparenza non siamo, e cioè il mondo” (F. Varela. A calculus for self.reference, International Jornal of General Systems).

Dott. Andrea Stramaccioni

Read More

Oggi vogliamo raccontarvi una storia… La nostra!

Tutti e tutte nasciamo con una storia, quella dell’Istituto Strategico è fatta dall’impegno professionale, umano e dal sogno di creare un luogo che potesse essere un contenitore e insieme propagatore dell’idea che la psicologia sia al servizio della comunità.
I Soci e le Socie dell’ IIRIS, associazione dalla quale nasce l’Istituto Strategico – Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Strategica, appartengono tutti alla stessa matrice metodologica, la terapia strategica, ma si differenziano per età, esperienze e provenienza culturale e territoriale.

La storia di questa scuola neonata è in realtà una lunga storia, la possiamo definire una storia trigenerazionale; partendo dalla presidente del comitato scientifico, la prof.ssa Patrizia Patrizi, fino alle scriventi, si può parlare di un legame generazionale: la presidente è stata la formatrice della presidente dell’IIRIS, la dott.ssa Francesca Mastrantonio e del dott. Andrea Stramaccioni, vicepresidente dell’IIRIS e loro sono stati formatori di noi altre giovani leve (la dott.ssa Alessandra Celentano e la dott.ssa Simona Fiorucci) e tutti insieme stiamo lavorando per diffondere il nostro modello teorico ad altre giovani menti appassionate di psicologia e psicoterapia.

Per tanto tempo nel descriverci ci siamo definiti una scuola giovane ed è vero ma se consideriamo la storia che appartiene ai membri le nostre origini sono lontane e la nostra narrazione si modifica assumendo una prospettiva e un significato del tutto diversi. Attraverso questa prospettiva ci siamo riappropriati della nostra storia e della nostra memoria e queste, sono una ricchezza che rendono possibile la crescita di noi stessi, del nostro Istituto e dei futuri allievi. Come diceva uno dei nostri padri teorici, è necessario cambiare il punto di osservazione per scoprire altri aspetti di ciò che stiamo osservando. Questo è quello che abbiamo fatto noi, scoprendo un sapere che viene trasmesso da diverse generazioni e che per continuare a farlo crescere e diffondere sono necessarie nuove energie e nuovi entusiasmi quindi abbiamo bisogno che le generazioni si susseguano altrimenti questa storia rimarrà chiusa in un cassetto.

dott.ssa Simona Fiorucci e dott.ssa Alessandra Celentano

Read More

L'incontro di due storie: la prospettiva trigenerazionale nella terapia strategico evoluta con la coppia

“Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire. Pertanto, dobbiamo fare dell’interruzione un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro”

F. Pessoa

In un precedente articolo della dott.ssa Mastrantonio si faceva riferimento al processo di differenziazione come quel “processo attraverso cui noi sviluppiamo un Sé chiaramente differenziato pur mantenendoci in stretto rapporto con coloro che amiamo. In questo processo si acquista la competenza nel gestire le relazioni intesa come gestione dell’ansia che può essere provocata sia dalla distanza sia dalla vicinanza (F. Mastrantonio, 2015).

E’ evidente come il processo di differenziazione diventi un luogo privilegiato di accesso alle problematiche della coppia, un passaggio obbligato per qualunque terapeuta voglia comprendere e risolvere i blocchi evolutivi della coppia in terapia.

Il modello strategico evoluto nel lavoro con le coppie è un Modello intersistemico (Weeks, 1989), cioè un approccio globale, integrativo e contestuale che considera simultaneamente tre dimensioni:

  • L’individuale
  • Il relazionale
  • L’intergenerazionale

In questa sede focalizzerò la mia attenzione in particolare sulla dimensione trigenerazionale, ovvero la scelta di un punto di osservazione “verticale” delle problematiche che la coppia presenta in terapia; questo vertice osservativo consente, attraverso domande circolari e ipotizzazioni successive, di far emergere le ridondanze o differenze nel passaggio da una generazione a quella successiva; l’obiettivo di questo lavoro è identificare alcune competenze fondanti della terapia con le coppie e come utilizzarle.

Con una metafora particolarmente efficace Andolfi parla della dimensione trigenerazionale della coppia come piani differenti di una casa a tre livelli: famiglia di origine dei due partner ai piani alti, coppia al centro e figli al piano terra (anche dove non siano presenti, basti pensare a quale elevato livello di correlazione esiste tra la difficoltà ad essere generativi in una coppia ed il processo di differenziazione).

“L’attenzione alla dimensione temporale e storica ci consente di muoverci tra passato, presente e futuro, spostandoci dai nonni alla relazione di coppia e ai rapporti con i figli. Su un asse verticale si rintracciano atteggiamenti, aspettative, miti e paure con cui le persone sono cresciute e che sono stati trasmessi da una generazione a quella successiva attraverso dei percorsi triadici; per esempio, nella linea di discendenza maschile nonno-figlio-nipote, “il successo e la realizzazione professionale” possono rappresentare un valore trasmesso attraverso le generazioni, come nella linea femminile “il sacrificarsi per i figli” può costituirsi come un ingiunzione che deve essere esaudita per poter preservare la lealtà al ruolo femminile (Andolfi, pag. 73)”.

Le problematiche che la coppia presenta in terapia hanno quindi sempre a che fare con processi incompleti o disfunzionali di differenziazione intergenerazionale, cioè con i processi incompiuti di appartenenza e autonomia del singolo dalla propria famiglie di origine e di conseguenza con la difficoltà a stabilire un nuovo e funzionale vincolo di alleanza a livello della propria coppia.

“Il matrimonio consiste in un particolare e potente processo dialettico che oscilla attraverso il continuum appartenenza – individuazione. […] La base per il successo di questa complessa dialettica è il processo di appartenenza – separazione già sviluppato nella famiglia di origine. La capacità di appartenere alla propria famiglia d’origine avendo contemporaneamente il coraggio di individuarsi, evolve lentamente. Il processo può subire molte interruzioni senza danni irreparabili, ma ogni distorsione crea le basi di future difficoltà nel matrimonio. (C.A. Whitaker, pag.101)”.

Questa premessa, fondante del nostro lavoro clinico, mi consente di identificare un prima “core competence” operativa che un terapeuta deve avere con le coppie: saper allargare la visione rigida attuale del problema alla dimensione trigenerazionale, salendo e scendendo di piano ed aiutando così le persone ad assumere un punto di vista nuovo dei loro problemi (pensiamo all’utilità di questo approccio con le coppie che portano i figli in terapia e al ruolo del capro espiatorio familiare, ma pensiamo anche a tutte le problematiche sessuologiche e decisionali che emergono in un contesto terapeutico).

“La stragrande maggioranza delle famiglie è inviata a terapia con una diagnosi, già formulata in precedenza, relativa ad una disfunzione in uno dei suoi membri. I familiari stessi, d’altro canto, anche in assenza di una simile evenienza, appaiono fortemente condizionati a ragionare secondo la logica della delega assoluta ad un tecnico, che dovrà modificare ciò che non funziona nel paziente designato o tutt’al più fornire loro alcune indicazioni di comportamento per uscire dal problema, senza peraltro aspettarsi alcune richiesta di partecipazione diretta alla soluzione (Andolfi, pag.24)”.

Lo strumento elettivo di questo processo di allargamento è rappresentato dalle domande circolari, che aggiungono una terza dimensione alla visione del problema che la coppia porta: “per esempio, se una moglie ha una relazione difficile con il marito o con la propria madre, ed entrambi si rifiutano di accogliere le sue richieste emotive, queste stesse richieste saranno probabilmente convogliate verso la figlia. La relazione della figlia con la madre risulta quindi influenzata dalla presenza di due esigenze sovra-ordinate: una riguarda in modo diretto la relazione tra madre e figlia, ma l’altra è il risultato di una richiesta originariamente rivolta a qualcun altro (la nonna materna o il padre) (Andofli M., pag. 72)”.

Questo processo chiama in causa una seconda “core competence” operativa nel lavoro con le coppie, la costruzione e condivisione di ipotesi di funzionamento relazionale; attraverso il processo di ipotizzazione si aiutano le coppie a pensare alle loro difficoltà nei termini di modelli di reciprocità: uscire dalla strettoia delle colpe e dalla linearità del “questo causa quello” ma pensare alle problematiche in termini di costruzione reciproca.

Queste competenze fondative si basano naturalmente su un pre-requisito fondamentale dell’attività di terapeuta, la capacità di osservazione: il modello strategico – evoluto è costruttivista nel senso che Maturana e Varlea danno della costruzione della realtà:: “Il punto di partenza di questo calcolo […] è l’atto di distinguere. Con questo atto primordiale noi separiamo le forme che ai nostri occhi sono il mondo stesso. Da questo punto di partenza noi affermiamo il primato del ruolo dell’osservatore che traccia distinzioni dovunque gli piaccia. Così le distinzioni, che danno origine al nostro mondo, rivelano proprio questo: le distinzioni che noi tracciamo – e queste distinzioni riguardano più la dichiarazione del punto in cui si trova l’osservatore che non l’intrinseca costituzione del mondo, il quale proprio a causa di questo meccanismo di separazione tra osservatore ed osservato, appare sempre più sfuggente. Nel percepire il mondo così come lo percepiamo, dimentichiamo ciò che abbiamo fatto per percepirlo come tale; e quando questo ci viene ricordato e percorriamo a ritroso il nostro cammino, quel che alla fine incontriamo è poco più di una immagine specchiante di noi stessi e del mondo. Contrariamente a quanto di solito si presume, una descrizione sottoposta ad una analisi approfondita rivela le proprietà dell’osservatore. Noi osservatori distinguiamo noi stessi esattamente distinguendo ciò che in apparenza non siamo, e cioè il mondo.” (F. Varela, 1980, pag.24).

L’osservatore è quindi parte del processo stesso di osservazione e all’interno del setting terapeutico come un pendolo oscilla: infatti deve potersi collocare in alcuni momenti all’interno del sistema, viverlo, farne esperienza emotiva e in altri all’esterno per descriverlo come un antropologo su Marte (per citare un celebro libro di O. Sacks).

Le relazioni che si vengono a stabilire all’interno del processo terapeutico dipendono, in buona parte, dall’interazione delle diverse personalità del paziente e del terapeuta il quale partecipa, in un’ottica di CO-COSTRUZIONE, al processo di cambiamento insieme al paziente, astenendosi dall’aderire rigorosamente e dall’applicare in maniera inflessibile schemi rigidi e stereotipati (Erickson,1980). Un protocollo rigido non dà le soluzioni al problema e i diversi attori danzano congiuntamente.

Questa danza congiunta deve muoversi secondo l’assunto di V. Foerster: agisci in modo da aumentare il numero delle scelte possibili; la comunicazione (verbale e non) come strumento di cambiamento è la quarta core competence del nostro terapeuta. Ne identifichiamo qui brevemente alcuni elementi fondamentali:

  1. Ascolto attivo;
  2. Linguaggio suggestivo, metaforico;
  3. Assenza di giudizio;
  4. Assenza di diagnosi

E’ quindi evidente la centralità della persona del terapeuta nel processo di cura, della sua storia personale, del sistema di credenze e narrative che lo guidano nel processo di osservazione.

“ Come comprendiamo i nostri pazienti attraverso le ragioni della loro storia personale, così abbiamo guidato gli allievi a prendere coscienza di sé attraverso il racconto delle proprie vicende familiari” (Cit. Sorrentino, 1995, in Canevaro A. e Ackermans A. pag. 32).

Questa citazione ci consente di introdurre la core compentence centrale di questo lavoro: l’isomorfismo tra la storia personale e professionale in terapia, l’assoluta indissolubilità del fatto che l’una dimensione mappa l’altra e di conseguenza la necessità utilizzare la supervisione come strumento elettivo per uscire dall’autoreferenzialità e dalla cecità rispetto ai risultati che produciamo.

Nel momento in cui il terapeuta affronta i processi di individuazione e separazione della coppia entra in gioco con i propri, la modalità con la quale avrà costruito il proprio separarsi-individuarsi potrà rappresentare un potente attivatore di cambiamento oppure agire le paure più profonde e bloccare la coppia in una dimensione spaventata.

E’ frequente che, quando questo avviene, il terapeuta senta il bisogno di mettersi nella posizione dell’esperto guaritore, collocando così automaticamente l’altro nella posizione del malato (in qualunque forma questo venga rappresentato).

“Per realizzare ciò, l’operatore deve entrare a far parte del sistema familiare, con il suo bagaglio tecnico di esperienze, ma anche con la sua personalità, la sua fantasia, il suo senso dell’umorismo, la propria capacità a partecipare le emozioni degli altri, rinunciando al vestito magico e falso del “guaritore” (Andolfi, pag. 25)”.

Tutti questi elementi devono entrare all’interno del processo di supervisione, che deve essere in grado di “allenare e potenziare” il supervisore interno consentendo a ciascun terapeuta di diventare strumento all’interno della relazione terapeutica.

Volendo sintetizzare quanto esposto, potremmo far emergere i seguenti elementi centrali del lavoro con le coppie nella terapia strategica evoluta:

  1. Assunzione di un vertice osservativo trigenerazionale;
  2. Costruzione di ipotesi di funzionamento relazionale;
  3. La comunicazione come strumento di cambiamento, inteso come aumento delle possibilità di scelta;
  4. Isomorfismo tra la storia personale e professionale del terapeuta e necessità del processo di supervisione;

Per concludere, una metafora curativa tratta da una intervista di Matteo Fedeli, grande violinista, che dei violini Stradivari ci dice: Ognuno ha la sua personalità, a seconda della forma, ma anche di chi l’ha suonato: il modo di usare l’archetto modifica il suono dello strumento. E poi, i legni: ogni essenza ha la sua voce, e a determinare il timbro – più caldo o più cristallino – ci sono la densità del legno, lo spessore e il punto in cui vengono posizionati i fori armonici. A guardare bene, non sono mai nello stesso punto…».

 

Bibliografia del lavoro

  1. Andolfi M. (1977), La terapia con la familgia – Un approccio relazionale, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma;
  2. Andolfi M. (2015), La terapia familiare intergenerazionale – Strumenti e risorse del terapeuta, Raffaello Cortina Editore, Milano;
  3. Canevaro A., Ackermans A., (2013), La nascita di un terapeuta sistemico, Edizioni Borla srl, Roma;
  4. Elkaim M. (2000), Se mi ami non amarmi, Bollati Boringhieri Editore s.r.l., Torino;
  5. Varela F. (1975), A calculus for self-reference. International Journal of General Systems, 2, pag. 5-24;
  6. Watalawick P., Nardone G. (a cura di) (1997), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina Editore, Milano;
  7. Weeks G.R., Treat S., (1998), Terapia di coppia. Tecniche e strategie per una pratica terapeutica efficace, Franco Angeli, Milano;
  8. Whitaker C. (1990), Considerazioni Notturne di un terapeuta della famiglia, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma;

 

Sitografia:

  1. www.panorama.it › Musica
Read More

Martedì 4 luglio 2017 – dalle ore 9 alle ore 14 presso il Centro Direzionale EUR in Via Poggio Laurentino n.118

La supervisione come benessere personale: la pratica psicologica nei contesti clinici e sociali”.

L’Istituto Strategico – Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Strategica in collaborazione con PsicoIus – Scuola romana di psicologia giuridica presenterà delle esperienze pratiche di lavoro psicologico e psicoterapeutico nei diversi ambiti: clinico, sociale e psicologico-giuridico.

Il seminario offrirà l’occasione di conoscere:

  • come integrare il lavoro psicologico nei contesti applicativi di maggior rilevanza,
  • come costruire un lavoro integrato tra figure professionali diverse ma vicine per obiettivi e intenti.

Aprirà i lavori del seminario la Prof.ssa Patrizia Patrizi, Ordinaria di Psicologia sociale e giuridica presso il Dipartimento di Scienze umanistiche e sociali dell’Università degli Studi di Sassari.

L’evento è gratuito, aperto a Studenti e Laureati/e in Psicologia e Medicina, Psicoterapia, Assistenti Sociali e Avvocati/e.

A tutti/e i/le partecipanti verrà rilasciato un attestato; sono previsti i crediti formativi per Avvocati/e.

PRENOTA SUBITO

oppure

Contattaci telefonicamente per qualsiasi informazione al 06.45445779

Read More