“Io non sono stato maestro mai di nessuno; soltanto, se c’è persona che quando parlo, desidera ascoltarmi, sia giovane sia vecchio, non mi sono mai rifiutato; […] io sono egualmente a disposizione di tutti, poveri e ricchi, chiunque mi interroghi e abbia voglia di stare a sentire quello ch’io gli rispondo”

Platone, Apologia

Questo lavoro, del vasto e complesso campo della supervisione, intende fornire una suggestione su alcuni elementi distintivi del processo di supervisione secondo un approccio strategico evoluto.
L’intento non è quello, quindi, di delineare, la migliore maniera di fare supervisione, ma semplicemente di descrivere, delineare e suggerire.
Il processo di supervisione classicamente si struttura intorno a queste due differenti modalità:

  1. supervisione focalizzata sul contenuto (che cosa ha questo paziente, come funziona) attiene ad aderenza, competenza e osservanza delle regole di una certa teoria clinica;
  2. la supervisione focalizzata al processo si occupa dei fattori aspecifici, della relazione tra la persona che richiede supervisione e l’altro “paziente” (come sto con lui, perché sto portando questo caso e chiedendo aiuto? Qual è il blocco evolutivo?) e su come il supervisionato sa rapportarsi con il supervisore.

Questi modelli di supervisione stressano e si focalizzano su un unico elemento della relazione terapeutica e delineano due differenti figure di supervisori: l’esperto, che parla dall’alto di una conoscenza esclusa all’altro e il compagno di viaggio, che parla lateralmente nella sua funzione di accompagnatore.
L’immagine che descrive meglio il processo di supervisione secondo una prospettiva strategica evoluta è quella della levatrice: all’interno di un panorama dialogico, permette la nascita di una nuova modalità originale e sentita di pratica terapeutica.
Il supervisore dovrebbe quindi svolgere un’azione maieutica verso le risorse esperienziali della persona che richiede supervisione, valorizzando l’esistente e stimolando visioni nuove e più ampie del rapporto tra il proprio sé personale e professionale.

Le caratteristiche fondamentali di questa modalità di supervisione sono le seguenti prassi:

  1. Massima apertura al confronto con gli altri
  2. Sincero rifiuto di qualsiasi ruolo di “Esperto”
  3. Far “nascere” la verità attraverso il dialogo
  4. Svolgere una funzione di facilitatore nei diversi contesti
  5. Costruire, sollecitare e mantenere attiva una capacità di supervisione interna.

L’idea di fondo è quella di promuovere la diffusione di un’educazione alla capacità autoriflessiva, nei termini di un pensiero critico che attraverso il dubbio, l’interrogazione e la domanda possa avviare processi di riflessione, evitando di chiudersi in visioni rigide e dogmatiche.
“Il punto di partenza di questo calcolo […] è l’atto di distinguere. Con questo atto primordiale noi separiamo le forme che ai nostri occhi sono il mondo stesso. Da questo punto di partenza noi affermiamo il primato dell’osservatore, che traccia distinzioni dovunque gli piaccia. Così le distinzioni, che danno origine al nostro mondo, rivelano proprio questo: le distinzioni che noi tracciamo – e queste distinzioni riguardano più la dichiarazione del punto in cui si trova l’osservatore che non l’intrinseca costituzione del mondo, il quale, proprio a causa di questo meccanismo di separazione tra osservatore e osservato, appare sempre sfuggente. Nel percepire il mondo così come lo percepiamo, dimentichiamo ciò che abbiamo fatto per percepirlo come tale; e quando questo ci viene ricordato e percorriamo a ritroso il nostro cammino, quel che alla fine incontriamo è poco più di una immagine specchiante di noi stessi e del mondo. Contrariamente a quanto di solito si presume, una descrizione sottoposta ad analisi approfondita rivela le proprietà dell’osservatore. Noi osservatori distinguiamo noi stessi esattamente distinguendo ciò che in apparenza non siamo, e cioè il mondo” (F. Varela. A calculus for self.reference, International Jornal of General Systems).

Dott. Andrea Stramaccioni