Amatrice, 14 novembre 2017, conferenza stampa, Iiris presenta il progetto “un fiore per Amatrice”

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L’IIRIS grazie al finanziamento della Kiwanis Club di Bergamo, presieduto da Marisa Elisabetta Fazzina, e insieme al sindaco Sergio Pirozzi e a tutto il suo staff ha dato vita ad un progetto che ci vedrà impegnati nel Comune, colpito dal terremoto, per portare assistenza psicologica ai minori e alle famiglie, con l’obiettivo di sostenere ed elaborare i processi di adattamento al trauma.
Questo lavoro sul campo sarà accompagnato, come nostra metodologia, da un lavoro di ricerca ed elaborazione dei dati, da cui scaturirà una pubblicazione scientifica.
Inoltre saremo lieti/e di coinvolgere nell’attività progettuale i nostri studenti e studentesse poiché riteniamo un’esperienza di questo tipo unica nella valigia di un/una psicologo/a

 

 

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Scuola di specializzazione? Un'utile guida per orientare il processo di scelta

Dopo la laurea che fare?
Dopo aver trascorso cinque e più anni sui libri a studiare finalmente uno studente di psicologia arriva alla laurea e poi?
Il contesto di lavoro di uno psicologo è oggi orientato prevalentemente alla libera professione, difficile sperare in un concorso, eventualità possibile ma remota.
Dovendo orientarsi verso un lavoro da libero professionista è evidente che lo psicologo deve confrontarsi con una grande concorrenza e la sua inesperienza. Per superare questi due limiti numerosi sono i corsi che propongono una formazione in più finalizzata ad entrare nel mercato del lavoro.
In questo ambito si possono quindi scegliere due strade diverse ma utili entrambe, tutto dipende dal proprio obiettivo:

  • si può accedere ad un master professionalizzante
  • oppure accedere ad un corso di specializzazione riconosciuto dal Miur per acquisire il titolo di psicoterapeuta.

Prima di tutto bisogna capire la motivazione che risiede dietro la scelta.
Se ci si vuole avvicinare ad un settore particolare del lavoro di psicologo (giuridico, della riabilitazione, sessuologico, ecc..) per costruirsi una expertise specifica in questo settore allora un Master può essere la scelta giusta.
Se invece, si desidera lavorare sul disagio psicologico e la patologia psichica, se si desidera lavorare in ambito clinico per favorire il benessere individuale, della coppia o dei gruppi e avviare uno studio di psicoterapia, allora la scelta deve necessariamente ricadere in una scuola di specializzazione in psicoterapia.
A far propendere la maggioranze delle persone verso questa scelta sta il fatto che la scuola di specializzazione oltre ad offrire una formazione ampia e completa su questi ambiti, favorisce la costruzione e l’acquisizione consapevole del proprio sé professionale.
Inoltre, le recenti ricerche svolte dal nostro ente previdenziale, l’Enpap, (http://www.enpap.it/news/2016/04/workshop-dedicato-alle-scuole-di-psicoterapia-roma-22-aprile/) evidenziano che gli specializzati in psicoterapia guadagnano il 30% in più degli psicologi.
Una volta che avete superato il primo bivio, si può procedere in questo viaggio.

Ma come scegliere la scuola di specializzazione giusta?
Innanzitutto, le uniche scuole in grado di fornire il titolo di psicoterapeuta sono le scuole accreditate (anche comunemente dette riconosciute) dal MIUR. Ossia quelle scuole che propongono dei corsi di specializzazione che rispettano i criteri di legge previsti dalla 56/89 e il Decreto 11 dicembre 1998, n.509 e succ..
La legge richiede alle scuole numerosi parametri a cui attenersi che non sempre gli studenti conoscono. Inoltre, le scuole propongono nel loro percorso di formazione  aspetti organizzativi e didattici differenti che può essere utile conoscere per orientarsi alla scelta.

Vediamo cosa è opportuno verificare.
Innanzitutto, il potenziale studente dovrebbe porsi con un atteggiamento di curiosità verso la scuola che vorrebbe scegliere, fissare un colloquio e fare quindi domande su tutto ciò che riguarderà la sua formazione. Primo elemento da valutare è la disponibilità della scuola a soddisfare questa curiosità, ad essere trasparente e accogliente verso il suo cliente. Non può bastare cercare queste informazioni su internet, si sta per acquistare un prodotto costoso, che segnerà la crescita professionale del professionista per cui è bene conoscerne ogni dettaglio.
Una recente Survey sui siti della scuole di specializzazione della regione Lazio svolta dal Gruppo di Lavoro Formazione e qualità in psicoterapia dell’Ordine degli Psicologi del Lazio (http://www.ordinepsicologilazio.it/ordine-psicologi-lazio/gruppo-di-lavoro/formazione-e-qualita-in-psicoterapia/la-formazione-alla-psicoterapia-nel-lazio/) ha verificato come tanti siti delle scuole offrano informazioni lacunose e poco chiare su diversi aspetti fondamentali della loro formazione. Quindi la cosa più utile è recarsi alla scuola e fare domande.

Che domande fare?

  1. Chiedere informazioni sul modello teorico di riferimento e le sue applicazioni, quali sbocchi professionali sono adatti per questo modello, quali riferimenti bibliografici ci sono e quali le evidenze scientifiche. Tutto ciò aiuterà a capire quanto sarà possibile adattare le lezioni al lavoro che si farà. Importante sarà verificare anche l’attenzione che la scuola riserva alla ricerca scientifica e alla pratica della psicoterapia, alcune domande possono essere utili: la scuola ha un proprio centro clinico? Viene effettuata ricerca scientifica sui casi?
  2. Raccogliere informazioni sugli aspetti economici: 

Il costo della scuola è uno dei nodi più importanti da districare, capire il costo complessivo per anno e per i complessivi quattro anni è fondamentale. Verificare se la scuola prevede un percorso di psicoterapia e, se sì, verificare se è compresa nel costo della retta salverà il futuro studente da spiacevoli sorprese. La stessa attenzione va riservata alla supervisione, materia obbligatoria ma non sempre è chiaro come deve essere organizzata e pagata dallo studente. È inclusa nella retta o si pagherà a parte al singolo specialista supervisore? Questa seconda possibilità lascia spazio a tante possibili interpretazioni e non consente di controllare il costo della scuola al momento dell’iscrizione ma neanche al suo termine. Inoltre, sarà utile verificare se sono previsti altri costi aggiuntivi quali per esempio: workshop, convegni, giornate di studio, tasse d’esame o iscrizioni annuali a parte, assicurazione, ecc.

  1. Raccogliere informazioni di tipo organizzativo:

È utile conoscere i nomi dei professori coinvolti nella didattica avendo cure di capire quali dei docenti partecipano in modo costante alla formazione e quali partecipano solo saltuariamente. È frequente scegliere una scuola in funzione del presenza nel corpo didattico del professore o della professoressa che abbiamo tanto ammirato all’università. Non sempre però è chiaro quante volte questo amato professore verrà a far lezione, potrebbe partecipare in modo molto saltuario o al contrario essere tra i docenti confermati più assidui. Inoltre, un buon indicatore di qualità del corpo docente è rappresentato da un equilibrio tra docenti universitari e persone che con ruoli diversi lavorano sul territorio. È importante capire se le ore d’aula saranno organizzate con modalità attiva e quante ore si prevedono, avendo cura di verificare se sono previste ore di formazione a distanza, oggi molto in voga ma ritenuta dalla commissione del MIUR non idonea per questo tipo di formazione specifica. Verificate infine se le ore d’aula sono divise tra le classi o sono accorpate su più classi, questa seconda opzione è possibile solo in casi eccezionali, come workshop, convegni o laboratori.
Altra questione importante da verificare è se la formazione proposta è in grado di soddisfare le richieste del mercato potenziale. Quali sono gli ambiti in cui è possibile lavorare e quali applicazioni si prevedono. È altresì importante verificare se esiste la possibilità di collaborare e partecipare all’attività della scuola nella ricerca, nella rivista scientifica, nel centro clinico. Questo permette, infatti, di trasformare la formazione teorica in formazione attiva, consentendo allo studente di fare esperienza pratica protetta perché guidato dalla scuola e ampliare al contempo il suo curriculum.

  1. Esplorare le reali possibilità di percorsi di carriera che la scuola promuove:

Una buona scuola di specializzazione deve prevedere all’interno del suo percorso formativo lo start-up; verificate se all’interno del programma sono previsti moduli professionalizzanti orientati alla costruzione del percorso di carriera.

  1. Effettuare una valutazione del network in cui la scuola è inserita può essere utile. Ci sono collegamenti con l’università? E’ in rete con associazioni del territorio per lavorare su tematiche specifiche? Il tirocinio dove verrà svolto?

Ultimo aspetto su cui invitiamo a riflettere è rappresentato da quello strumento di crescita personale che è il percorso di psicoterapia.
Non tutte le scuole prevedono un percorso di psicoterapia all’interno del programma formativo perché la norma che regola i criteri di base di una scuola di specializzazione autorizzata dal MIUR non inserisce questo aspetto nel programma obbligatorio. Nonostante ciò, sono numerose le commissioni scientifiche avvicendatesi negli anni al MIUR a ritenere vincolante questo percorso nella formazione degli psicoterapeuti, perché necessario alla costruzione di un sé personale consapevole ed equilibrato tale da poter entrare in risonanza emotivo con gli altri senza farsene influenzare.
Questa ambiguità della norma (non è obbligatorio ma spesso vincolante per l’ottenimento del decreto di riconoscimento delle scuole) genera quindi due categorie di scuole: una che prevede la psicoterapia e l’altra che non la prevede. È una diretta conseguenza il fatto che:

  • la prima categoria è ovviamente più costosa
  • la seconda categoria di scuole è meno onerosa per lo studente.

Ma è proprio così? O è vero che “Chi più spende meno spende”?

Proviamo a questo punto a fare un’ulteriore riflessione: quando, da pazienti, ci rivolgiamo ad uno specialista perché abbiamo bisogno di aiuto probabilmente la nostra scelta si orienterà verso lo specialista più preparato e competente sulla materia per la quale lo stiamo interrogando. Che cosa rende uno psicoterapeuta più preparato e competente degli altri?
Sicuramente la capacità di usare abilmente le tecniche apprese durante la sua formazione, alcune caratteristiche personali quali l’intuito, la capacità di ascolto, la capacità empatica, l’esperienza, ecc.. Ma forse anche l’aver svolto una psicoterapia personale che ha reso il nostro specialista competente sulle proprie dinamiche relazionali, sulla propria personalità e fragilità tanto da poter diventare un valido punto di riferimento e un supporto.
Del resto anche Jung diceva:
Quello che, durante la psicoterapia, non riesce a sopportare lo psicoterapeuta, non lo riesce a sopportare neanche il paziente” (Carl Gustav Jung).
E fare tale percorso proprio con lo stesso modello appreso durante le lezioni e sperimentato sulla propria pelle è potenzialmente un plus da non perdere.
Detto questo, a ciascuno le proprie valutazioni.

Dott. Andrea Stramaccioni

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Intervento della Dott.ssa Francesca Mastrantonio al convegno #ilcuoreelesbarre

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L’intervento della Dott.ssa Francesca Mastrantonio al convegno, organizzato da Viewpointstrategy, dal titolo #ilcuoreelesbarre – Dialoghi costruttivi per i diritti dei detenuti e le vittime di errori giudiziari.

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Come uccidere l'incanto dell'amore durante la psicoterapia di coppia

Uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina!”.
E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”.
E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”.
Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna:
e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi…
Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.
(W. Allen, Io e Annie)

In diversi articoli o pubblicazioni scientifiche sul tema coppia, ritroviamo colleghi che, nuovi aruspici del terzo millennio, compongono coppie attraverso caratteri o patologie: un classico accoppiamento proposto è quello tra narcisista e dipendente.

Questa prospettiva, proposta nei differenti contesti in cui si parla lo psicologese, uccide la complessità della coppia e dei meccanismi d’amore e di innamoramento: Che sia l’amore tutto ciò che esiste, è ciò che noi sappiamo dell’amore e può bastare che il suo peso sia uguale al solco che lascia nel cuore, scriveva Emily Dickinson nella poesia Che sia l’amore tutto ciò che esiste.

La “sbornia cognitivista” che sta attraversando la psicologia vede tutti noi impegnati in un continuo processo di spiegazione, le emozioni non possono più essere vissute ma vanno comprese, investigate, come se fosse possibile spiegare quale è la sensazione che lascia l’acqua del mare sulla pelle prima di un tuffo. Il mare è tale perché mi sono immerso almeno una volta dentro quella sensazione di acqua e onde e correnti, è come il cielo, non si può spiegare, ma vivere, farne esperienza.

La relazione terapeutica è uno strumento centrale nel processo di influenzamento terapeutico e di cambiamento. Il concetto di “esperienza emozionale correttiva” elaborato da Alexander (Flegenheimer, 1982) spiega perfettamente il filo rosso che lega lo psicoterapeuta strategico in chiave evoluta al paziente nella relazione terapeutica. La relazione terapeutica diventa uno strumento di cambiamento quando il paziente può ri-esperire il proprio bisogno, o come lo definisce Alexander il proprio conflitto originario, all’interno di una relazione di cura che offrirà una risposta più favorevole al suo bisogno e genererà una forma di apprendimento sulle relazioni in generale (ibidem). Questa esposizione in vivo del paziente all’”esperienza emozionale correttiva” consentirà al paziente di costruire un nuovo modo di narrare la sua storia e di sviluppare nuovi stili comportamentali e relazionali perché nuova è l’esperienza fatta. 1

Come magnificamente espresso dalla pittrice Frida Kalho: “Non si può amare solo con la voglia di amare. Con il solo amare. Con il voler restare. Con il crederci. Con l’io amo. Perché poi non basta. Non regge. L’amore non basta per amare. Bisogna che ci sia la storia, per amare. La vita, per amare. Non bastano le parole, per amare. Neanche quelle giuste, bastano. Neanche le parole d’amore bastano per amare. Dobbiamo fare una passeggiata. Dobbiamo cenare insieme. Fare una cosa insieme. Che sia nostra. Che siamo noi. Io e te. Non basta fare sesso per fare l’amore. Anzi. Ci vogliono i baci. Ci vuole anche solo stare con la fronte appoggiata alla fronte. Per amare ci vuole una storia. Da vivere. Vissuta. Ci vuole tempo. Non può non esserci mai. Per amare ci vuole una storia. Da fare e raccontarsi. Non puoi non avere voglia di parlare. Non puoi parlare sempre. Una storia da fare insieme. Non puoi trovare tutto pronto. Arrivare quando tutto è fatto. Io amo solo chi fa la giornata con me. Chi fa la vita con me. Chi fa la spesa con me. Chi fa una passeggiata con me. Chi fa tempo con me. Chi fa storia con me. Non amo se no. Amo solo chi sa stare tutto con me. Chi parla con me. Chi torna da me. Chi chiama per non dire niente. Chi mi bacia la testa, tra i capelli, passandomi vicino. Chi mi porta i capelli indietro. Io non voglio le romanticherie. Voglio le cose che sono nella mia giornata. Voglio che sono con te. Fatte con te. Raccontate a te. E poi ti racconto le cose solo mie. Che faccio io. Entro e esco dalla tua vita. E tu dalla mia. Come l’ago che cuce. Come l’ago che per unire, entra e esce”.

Difficile ora, per chi scrive, trovare parole di uguale intensità e suggestione; dobbiamo chiedere aiuto a un sorridente antropologo e pensatore complesso.

L’io, diceva Bateson, non è nella pelle degli individui, è espressione di una concezione reificata e distorta che non vede, che “Siamo parte danzante di una danza di parti interagenti” e che quindi “esso” fa parte, in realtà, di più ampi e vasti processi interconnessi.

Incontrare la coppia in terapia significa quindi poter fare emergere questi processi interconnessi, soprattutto in una dimensione simbolica spaziale.

La coppia, infatti, può essere considerata come il punto d’incontro tra due assi immaginari: uno verticale, il vincolo di filiazione e uno orizzontale, quello di alleanza (Canevaro A.).2

La modalità attraverso la quale ciascuna coppia compone questi due assi immaginari rappresenta la sfida del terapeuta, che deve avere chiaro nella propria mente che tutti e due esistono in una relazione inversamente proporzionale, cioè più il vincolo di alleanza si consolida creando una serie di regole proprie, transazionali, in un certo clima di complicità propria di quella coppia, più tendono a indebolirsi i legami che uniscono i due coniugi ai rispettivi sistemi familiari di origine e la complicità sviluppata con questi attraverso tanti anni di convivenza.

Di conseguenza, quando s’incontra una coppia occorre considerare tre piani generazionali
(famiglia d’origine, coppia, figli) in un adeguato bilanciamento tra appartenenza e separazione/differenziazione del sé.

Uscire da questa prospettiva per abbracciarne una complessa è possibile attraverso tre azioni di cambiamento e di rottura rispetto alla prospettiva unidirezionale tradizionale:

  1. Si lavora per ipotesi e con ipotesi, la cui natura deve essere sistemica, ossia circolare e relazionale, deve rappresentare tutti gli elementi di una situazione ritenuta problematica e le loro connessioni. L’ipotizzazione propone di vedere la terapia come momento di ricerca creativa insieme con la coppia sulla conoscenza di sé e dell’altro.
  2. La curiosità deve essere la cifra relazionale del terapeuta. La curiosità stimola la costruzione di punti di vista e mosse alternativi. Quando i terapeuti percepiscono di essere incapaci di formulare ipotesi alternative, o quando le domande circolari non aiutano a formularne di nuove, hanno perso il loro senso di curiosità, hanno accettato la storia satura portata dalla coppia.
  3. La circolarità: la capacità del terapeuta di condurre il dialogo terapeutico, basandosi sulle retroazioni della coppia alle sue domande in termini di rapporti e quindi in termini di differenza e di mutamento.

Una modalità di conduzione del colloquio che consente questa danza complessa è rappresentato dall’utilizzo delle domande circolari, che hanno l’importante effetto di mettere ciascun componente della coppia nella condizione di osservatore partecipante dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti degli altri, creando così nella terapia una comunità di osservatori creatori.

Per mezzo di domande circolari, si esce dalla tirannia dell’ego e dell’intrapsichico: ogni membro della coppia “è detto” invece di “dire”, ascolta l’opinione dell’altro su di sé e così ha più possibilità di conoscerlo e di esperirlo in maniera differente.

Tanto la coppia quanto il terapeuta, attraverso le domande, cambiano costantemente sulla base dell’informazione offerta dell’altro. La circolarità rappresenta la premessa che consente la creazione di nuova ipotesi sul problema.

Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con un’ascia: ogni colpo d’ascia è modificato e corretto secondo la forma dall’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-ascia-corpo-albero; ed è questo sistema totale che ha le caratteristiche di mente. Constatiamo che l’ascia fende dapprima l’aria e produce certi tipi di tacche in un preesistente taglio nel fianco dell’albero. Se ora vogliamo spiegare quest’insieme di fenomeni, ci dobbiamo occupare di differenze nel fianco intaccato dell’albero, differenze nella retina dell’uomo, differenze nel suo sistema nervoso centrale, differenze nei suoi messaggi neurotici efferenti, differenze nel comportamento dei suoi muscoli, differenze nel modo di avventarsi dell’ascia, fino a differenze che l’ascia poi produce sulla superficie del tronco” (Bateson G. pag. 349).

Quali esempi di domande circolari possiamo offrire in questo contesto.

Le domande circolari possono, tra le altre, essere triadiche, di differenza, sui cambiamenti, ipotetiche, sul futuro e sulla relazione terapeutica.3

  1. Le circolari triadiche sono domande con le quali si chiede alla persona di commentare la relazione tra altri due membri della coppia o su una situazione in particolare o sul rapporto tra un membro della coppia e gli altri.
  2. Le circolari di differenza, riguardano un comportamento e non si presumono intrinseci alla persona (esempio: “chi pensa che potrebbe aiutare di più la sua famiglia rispetto ai suoi problemi”).
  3. Le circolari di cambiamento: sono un’indagine diacronica, prima o dopo uno specifico evento sul cambiamento nelle relazioni (Es. “andava d’accordo con i suoi genitori prima del loro divorzio? E dopo?”).
  4. Le circolari sul futuro: domande aperte sul futuro, che sfidano la prospettiva immobilistica della famiglia (Es. “Che cosa pensa che accadrà alla sua famiglia nel prossimo anno?”).
  5. Le circolari sulla relazione terapeutica: La posizione del terapeuta all’interno del sistema famiglia: domande volte a far emergere eventuali triangolazioni oppure la percezione di maggiore o minore vicinanza.

Possiamo quindi scegliere di essere, di fronte alla coppia, come quel grande collezionista d’arte a cui Ambroise Vollard, il leggendario mercante di quadri parigino, intorno alla fine dell’800 aveva offerto un nudo di Renoir per quattrocento franchi, per sentirsi rispondere: “Se ne avessi quattrocento da buttare via, comprerei questa tela per bruciarla davanti a lei nel caminetto, tale è la pena che provo nel vedere la firma di Renoir sotto un nudo così mal disegnato”.

Oppure possiamo essere come l’ago che cuce, che, per unire, entra ed esce.

Ci sono, quindi, due modi per avvicinarsi alla storia di una coppia, in una la pensiamo, è lì di fronte a noi, ci parla e niente di più, l’altra è pensarla in relazione a noi, perché ci dice qualcosa di più, parla anche di noi.

Dott. Andrea Stramaccioni

 

 

 

Bibliografia

  1. Bateson G. (1979), Verso un’ecologia della mente, biblioteca Scientifica Adelphi Editore, Milano.

Sitografia

  1. https://www.tesionline.it/mobile/appuntoPar.jsp?id=173&p=30;
  2. www.idipsi.it/Pagine/Rivista/Download/IDIPSI_VOLUME%201_2013-ok.pdf.

Note

1 Mastrantonio F., Stramaccioni A. (2016), La terapia strategica nella sua forma evoluta: trasformare problemi in progetti, e-book;

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La co-terapia: utopia o eterotopia?

«Con un quadro vorrei poter esprimere qualcosa di commovente come una musica. Vorrei dipingere uomini e donne con un non so che di eterno, di cui un tempo era simbolo l’aureola, e che noi cerchiamo di rendere con lo stesso raggiare, con la vibrazione dei colori […]. Ah il ritratto, il ritratto che mostri i pensieri, l’anima del modello: ecco cosa credo debba vedersi»

(Vincent Van Gogh, Arles, 3 settembre 1888)

 

Oltre al famoso gingle pubblicitario (“Two gust is meglie che uan”), esistono molti detti e proverbi che richiamano alla possibilità che due sia meglio di uno: quattr’occhi vedono meglio di due, per esempio, indica che il punto di vista di due o più persone riesce a far comprendere meglio tutti i vari aspetti e risvolti di una questione. Si vede e si giudica meglio, quando si è in più d’uno.

Raddoppiare la vigilanza nei momenti di difficoltà o di pericolo rappresenta la prima azione concreta per restituire tranquillità; fare un controllo doppio significa convenzionalmente controllare di più e meglio.

D’altronde, però, quando ci sono troppi galli a cantare nel pollaio non va bene e addirittura non si fa mai giorno; il problema quindi più che sul numero si sposta sulle modalità di interazione.

Chi fa da sé fa per tre si dice infatti e Wikipedia al proposito ci ricorda che “Chi fa da sé fa per tre” è un proverbio della cultura popolare italiana. Secondo questo proverbio, se una persona intraprende da sola una attività può riuscire a farla sorprendentemente bene, meglio di quanto potrebbe fare se coinvolgesse altre persone.

Un esempio di impresa solitaria è il Gran Pertus, un canale scavato nella roccia per 400 metri in Valle di Susa per permettere l’irrigazione dei campi di Cels e Ramats. L’opera fu compiuta in solitudine da Colombano Romean tra il 1526 e il 1533, utilizzando un ingegnoso sistema di ventilazione con tubi di tela, dopo diversi tentativi infruttuosi.

La situazione si complica ulteriormente se chiamiamo in causa qualcosa di superiore per dirimere la questione: Due valgono più di uno solo, perché sono ben ricompensati della loro fatica. Infatti, se l’uno cade, l’altro rialza il suo compagno; ma guai a chi è solo e cade senz’avere un altro che lo rialzi! Così pure, se due dormono assieme, si riscaldano; ma chi è solo, come farà a riscaldarsi? Se uno tenta di sopraffare chi è solo, due gli terranno testa; una corda a tre capi non si rompe così presto. (Ecclesiaste 4:9-12)

Una grande confusione!

La “scienza” psicoterapeutica è in grado di dipanare questa matassa? Due terapeuti sono come due galli in un pollaio ed hanno bisogno di imprese di scavo in solitudine oppure insieme sono più della somma delle singole parti, insieme sono più forti?

Cominciamo col dire che la “scienza” psicoterapeutica ha affrontato poco e male l’argomento, alimentando il sospetto degli psicoterapeuti come narcisi che cantano bene solo in solitaria.

L’analisi della letteratura evidenzia una oscillazione rilevante fra chi si rapporta alla co-terapia come fosse una pericolosa utopia e chi, come chi sta scrivendo questo lavoro la considera una eterotopia.

Eterotopia è un termine coniato dal filosofo francese Michel Foucault per indicare «quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano».

Nel lavoro Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane (1963) Foucault contrapponeva utopie ed eterotopie, scrivendo:

«Le utopie consolano; se infatti non hanno luogo reale si schiudono tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili anche se il loro accesso è chimerico. Le eterotopie inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la «sintassi» e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa «tenere insieme»le parole e le cose. È per questo che le utopie consentono le favole e i discorsi: si collocano nel rettifilo del linguaggio, nella dimensione fondamentale della fabula; le eterotopie (come quelle che troviamo tanto frequentemente in Borges) inaridiscono il discorso, bloccano le parole su se stesse, contestano, fin dalla sua radice, ogni possibilità di grammatica, dipanano i miti e rendono sterile il lirismo delle frasi»

Un discorso sulla co-terapia è eterotopico in quanto non lineare e perché cambia la sintassi stantia del discorso psicoterapeutico, in perfetta sintonia con la tradizione strategica.

Un buon lavoro di sintesi, utile per dare avvio a questa riflessione, è stato fatto da Francesca Artoni e Anna Maria Montali, con il loro e-book: LA COTERAPIA: La storia, le tecniche ed i metodi di valutazione (Italian Edition).

Le autrici ci ricordano che “Nel corso degli ultimi vent’anni, nonostante il diffuso utilizzo del metodo coterapeutico sia a scopo clinico che didattico, sono poche le ricerche che si sono proposte di esplorare nuovamente le potenzialità e gli sviluppi della coterapia nell’ambito della psicoterapia familiare: tali contributi specifici per lo più provengono dal territorio americano (Framo, 1996; Hoffman Gafni e Laub, 1995; Roller e Nelson, 1991).”

Questa ritrosia sembra evidenziare resistenze di natura culturale ed epistemologica, che le stesse autrici sintetizzano in questa maniera:
“1) innanzitutto occorre evidenziare che non tutti gli studiosi (come del resto i pionieri stessi della terapia familiare) concordano sull’utilizzo della co-terapia in quanto metodo efficace per la conduzione delle sedute di terapia familiare e che così come esistono ricercatori che enfatizzano e sostengono tale pratica ne esistono anche altri che ne criticano apertamente l’utilizzo;
2) anche secondo quei ricercatori che praticano la co-terapia le dinamiche relazionali insite nella coppia co-terapeutica sono da considerarsi non certo prive di controindicazioni ed occorrerebbe cautela e consapevolezza di ciò nell’utilizzo di tale tecnica;
3) un’ulteriore questione aperta riguarda l’utilizzo della co-terapia a scopo didattico.”

I rischi connessi all’accresciuta complessità del setting non sono poi mai bilanciati da altrettanti vantaggi. Troppo spesso infatti i disaccordi fra due terapeuti, nella esperienza clinica, hanno portato ad errori nel timing delle domande o a bruschi cambi di argomento: le famiglie potevano utilizzare il disaccordo dei co-terapeuti come un «canale per proiettare l’angoscia intrafamiliare sulle differenze fra i terapeuti» (Bowen, 1979, pag. 120).

Apparentemente la co-terapia rappresenta quindi una dannosa complessificazione della relazione tra il terapeuta e la famiglia o l’individuo, una via da non percorrere in quanto conduce a un labirinto senza uscita.

Uno strano personaggio però ci si para innanzi protestando vivacemente, con quel suo stile particolare e un po’ folle reclama la nostra attenzione affermando «mi ero convinto da molto che non potevo fidarmi di me stesso e che avevo bisogno di un co-terapeuta che si adattasse al mio modello; un co-terapeuta non avrebbe sicuramente costituito un limite, ed ero certo che dare una nuova forma al mio modello era il modo migliore» (Whitaker, Il gioco e l’assurdo. La terapia esperienziale con la famiglia, 1984).

(Carl Alanson Whitaker)

La presenza di un altro terapeuta diventa quindi una possibilità di dare una nuova forma al modello e soprattutto di superare una certa tendenza alla autoreferenzialità che rappresenta il pericolo più grande per la mente del terapeuta.

E non è il solo, perché un più composto e leale signore aggiunge «I terapeuti devono avere una capacità di rapporto multi direzionale per poter essere disponibili con ciascun membro della famiglia nucleare oltre che con quelli della famiglia estesa. Ma fondamentalmente devono rimanere disponibili l’uno all’altro» (Boszormenyi – Nagy, Spark, 1988, pag. 354).

(I. Boszormenyi – Nagy)

La co-terapia diventa quindi una opportunità di costruzione relazionale più complessa, in cui i terapeuti hanno la possibilità di estendere la loro capacità di entrare in rapporto.

La notte stellata sul Rodano che tutti i terapeuti osservano nel momento in cui si affacciano alla finestra della relazione terapeutica, due stelle luminose della co-terapia sono rappresentate dalla possibilità continua di supervisione e apprendimento reciproco della coppia terapeutica e dalla multidirezionalità della relazione che si viene a creare.

Inoltre S. Minuchin afferma «ogni volta che un terapeuta è coinvolto nell’interazione con una famiglia, il campo di osservazione del co-terapeuta include il terapeuta stesso, non solo la famiglia. Egli impara a vedere tutte le modalità in cui la famiglia porta il proprio partner a comportarsi seguendo linee che non permettono il cambiamento della famiglia stessa» (Minuchin, 1967, pag. 288).

La coppia terapeutica consente quindi un allargamento della visione prospettica del setting e diventa essa cielo stellato che osserva sé stesso.

(S. Minuchin)

La tradizione di orientamento strategico nella sua forma evoluta fa parte di questo importante e prestigioso coro: la co-terapia rappresenta una modalità di lavoro sperimentata con la coppia e la famiglia all’interno del nostro centro clinico.

I principali vantaggi che abbiamo riscontrato nella nostra operatività sono i seguenti:

  1. La presenza di due terapeuti di sesso differente può facilitare la possibilità di mantenere una visione reciproca delle storie costruite;
  2. La presenza di due terapeuti di sesso differente consente di rivisitare la propria storia familiare, sperimentando nuovamente la situazione triangolare, comprenderla e andare oltre;
  3. La presenza di due terapeuti di sesso differente offre modelli di comportamento interpersonale tra pari, che devono essere fondati su fiducia, rispetto reciproco, capacità di apertura e di ascolto.

Il discorso sulla efficacia della co-terapia cambia quindi natura, perché cambia la domanda che lo genera: non dobbiamo più interrogarci sulla sua validità ma sulle condizioni che rendono questo approccio clinico efficace.

Pertanto perché la co-terapia possa essere uno strumento evolutivo richiede una modalità relazionale aperta e reciproca della coppia co-terapeutica, nelle sue risorse e nelle sue opportunità: il dilemma non è solo rendere possibile la combinazione di due differenti stili terapeutici che si sommano, ma considerare la diade co-terapeutica quale sottosistema terapeutico unico e in costante apprendimento nei processi terapeutici cui partecipa: un vero e proprio reflecting team.

«Accettiamo i terapisti che non ne sono entusiasti e preferiscono continuare come terapisti isolati. Concordiamo con loro che ci sono molti modi per sbrogliare una matassa». Tuttavia gli autori ritengono che quando i co-terapeuti «divengono consapevoli delle difficoltà che incontrano nei loro rapporti e quando hanno il coraggio di superarle nell’ambito del loro rapporto, aumentano i benefici del lavoro terapeutico con la famiglia». (…) «Le gratificazioni e le esperienze di apprendimento che può dare la co-terapia con le famiglie meritano la fatica legata alla comprensione e alla risoluzione delle difficoltà esistenti» (Rubinstein, Wiener, pp. 328-330).

Dott. Andrea Stramaccioni – Psicologo, Psicoterapeuta

Bibliografia:

  1. Artoni F., Montali A. M., La Coterapia: La storia, le tecniche ed i metodi di valutazione (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 961-964). Unknown. Edizione del Kindle;
  2. Boszormenyi – Nagy I., Spark G.M. (1988), Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini;
  3. Focault M. (1963), Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, BUR Biblioteca Universale rizzoli, Milano;
  4. Mastrantonio F., Stramaccioni A. (2016), La terapia strategica nella sua forma evoluta: trasformare problemi in progetti, e-book;
  5. Minuchin, S., (1974), Families and Family Therapy, Cambridge, Mass., Harvard University Press;
  6. Rubinstein. D., Weiner O. R., (1969), «Rapporti nel lavoro delle equipe di coterapia nella psicoterapia della famiglia». In: G. H. Zuck e I. Boszormenyi-Nagy (Eds), Family Therapy and Disturbed Families. Palo Alto. Science and Behaviour Books, California;
  7. Whitaker C. A., Il gioco e l’assurdo. La terapia esperienziale della famiglia, Roma, Astrolabio, 1984;
  8. Van Gogh V. (2013) Lettere a Theo, Guanda Editore, Milano.

 

Sitografia:

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I social uccidono il desiderio?

Caro Dago, la vicenda della giovane donna di Lecce, che denuncia l’amante virtuale dopo 3 anni di chat hard e la scoperta che si trattava di una donna, fa riflettere su come i social network abbiano cambiato il modo in cui i giovani vivono le relazioni e il sesso, favorendo ansia e mancanza di desiderio.

Da psicoterapeuta e sessuologa che osserva quotidianamente il fenomeno, riscontro che i social stanno trasformando i giovani in narcisisti affetti da ansia e anedonia. Se negli anni ‘70 lo slogan era “sesso, droga e rock ’n’ roll”, lo stigma che potrebbe descrivere oggi i Millenials è “ansia, farmaci e social network”.

Questo calarsi continuamente nel mondo social, più che nelle relazioni reali, non fa che aumentare la distanza dall’altro e amplificare un’ansia sociale. Le nuove generazioni rifiutano il confronto e l’ansia che ne consegue governa il loro modo di gestire le relazioni o meglio di non gestirle”.

La crescita dell’anedonia e delle coppie “bianche” – ossia non praticanti sesso – anche tra i giovanissimi trova conferma in uno studio sull’assessualità di Anthony Bogaert, della Brock University: circa l’1% della popolazione, secondo l’indagine, è asessuale ovvero non ha alcun desiderio sessuale e, di conseguenza, non ha una vita sessuale.  Siamo di fronte a una generazione anestetizzata, che non solleva il naso dallo smartphone. Che preferisce rinunciare alle “farfalle nello stomaco” del conoscere l’altro da sé e restare nella propria zona comfort per cercare qualcuno sui social, non affrontando il rischio di essere rifiutati.

Il mondo digital sta cambiando le nostre identità, mettendo a rischio la capacità di desiderare e anche quella di procreare. Fausto Manara, psichiatra e psicoterapeuta di coppia, spiegava che è l’alta possibilità di raggiungere il piacere ad innescare il desiderio. Quando invece il desiderio si trova di fronte a un’impossibilità, questa a lungo andare ne determinerà l’inibizione. Noi adulti dobbiamo porci il problema e aiutare i nostri figli a riscoprire il piacere, insegnargli a sperimentare sensazioni ed emozioni. Sono talmente abituati a guardare la vita più che entrarci dentro, che appena la vita li obbligherà al confronto saranno del tutto impreparati e rischieranno di avere amare sorprese. Un po’ come è successo alla giovane di Lecce.

Francesca Mastrantonio*

 

*psicoterapeuta e sessuologa, Direttrice didattica dell’Istituto Strategico – Scuola di specializzazione in psicoterapia strategica e Presidente dell’IIRIS – Istituto Integrato di Ricerca ed Intervento Strategico

 

Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/posta-sessuologa-francesca-mastrantonio-dagospia-ldquo-faremo-158700.htm

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Sedersi sullo sgabello di Dio: il terapeuta come facilitatore attivo dei processi di cambiamento

Tutta quella città…non se ne vedeva la fine….. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore Su quella maledettissima scaletta…era molto bello, tutto…e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema col mio cappello blu
Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino ……
Non è quel che vidi che mi fermò
E’ quel che non vidi
Puoi capirlo, fratello? È quel che non vidi…lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città
c’era tutto tranne
C’era tutto
Ma non c’era una fine. Quel che vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.
Ma se tu
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni e miliardi milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita
Se quella tastiera è infinita non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una a scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n’è
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A
viverla…
Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E’ un viaggio troppo lungo.
E’ una donna troppo bella. E’ un profumo troppo forte. E’ una musica che non so suonare.
Perdonatemi. Ma io non scenderò.
Lasciatemi tornare indietro.
…….Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia
vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui
dicevo addio. Non sono pazzo fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci.
(Novecento. Un monologo di A. Baricco Testo usato anche per il film: “La Leggenda del Pianista sull’Oceano” di G. Tornatore).
Nei tasti del pianoforte Novecento trova conforto di fronte al disordine dell’esistenza: sempre gli stessi ottantotto, ed è con questo numero finito di note che visita gli infiniti mondi che gli occhi dei passeggeri suggeriscono. “Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare”.
Come esplorare tutte le combinazioni dell’esistenza se queste possono nascere da infinite variabili? “Se quella tastiera è infinita, allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Tu sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio. Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade. Ce n’è a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla”.
Il mondo è uno strumento troppo vasto per essere suonato senza il timore di impazzire. Novecento torna così a vivere in uno spazio confinato per fuggire il caos e l’ignoto.
Siamo spesso Max come terapeuti, siamo quella minoranza a cui si chiede di adattarci, ci viene spesso detto “Io non scenderò” perché abbandonare la nave significa perdere il controllo illusorio dei duemila desideri da prua a poppa, perché dobbiamo convincere le persone a sedersi nello sgabello di Dio e suonare un pianoforte con un milione di tasti, scegliere una strada, una donna da amare e un modo per morire.
Come generiamo questa apparente follia? Come si può eseguire l’inatteso?
Posso eseguire un’istruzione che è già disponibile, non qualcosa che non solo non c’è, ma neppure è atteso o previsto.
Max non riesce a convincere l’amico a scendere dalla nave che stava per essere esplosa mentre quotidianamente cerchiamo di generare quel cambiamento che rende possibile completare il percorso sulla scaletta ed affrontare la vita, abbandonare il regno illusorio del definito per abbracciare la realtà della indefinitezza.
Ci possono guidare tre aspetti relativi al costrutto cambiamento in psicoterapia, che non lo esauriscono sicuramente ma che rappresentano tre stelle guida in questo viaggio:

  1. Il cambiamento è un processo non lineare;
  2. Il cambiamento investe sempre e comunque un sistema;
  3. Il cambiamento possibile si innesta all’interno della fase del ciclo vitale della persona, famiglia o gruppo.

Il costrutto di un cambiamento non lineare e l’ipotesi di quale ruolo possa avere un terapeuta può essere sintetizzata così: “Questa impostazione, qui estremamente schematizzata per ragioni di spazio, ha portato a dei mutamenti significativi nella descrizione del processo terapeutico. La contrapposizione terapista-agente-di-cambiamento/paziente-difensore-della-stabilità viene a cadere. Si riconosce che il paziente ha in sé stesso la possibilità di trasformarsi. Il terapista non controlla, ne può governare il processo evolutivo che avviene comunque per salti discontinui. Il terapista è soltanto un elemento che favorisce il processo. Si assiste anche ad una riconcettualizzazione di nozioni quali crisi, sintomo, disagio e altre analoghe che, anziché espressioni di rottura di un equilibrio vengono considerate espressioni di una fase di transizione verso un diverso equilibrio. In questo quadro il concetto di resistenza non viene neanche criticato: viene ignorato. Tutto questo ha una ripercussione significativa sul modo di leggere gli eventi in terapia. L’approccio prevalente, da strategico, diventa evolutivo: la terapia è sempre più concepita come un processo graduale composto di fasi successive, ognuna delle quali costituisce un nuovo equilibrio a partire dal quale il terapista opera allo scopo di impedire o bloccare l’instaurarsi di meccanismi retroattivi ripetitivi tendenti al circolo vizioso (Elkaim, 1981).” (Fruggeri L. Dalla individuazione di resistenze alla costruzione di differenze. Riflessione sui processi di persistenza e cambiamento in psicoterapia, Psicobiettivo, X(3), 1990, pp. 29-46).
Una storia, più volta ripresa da P. Watzlawick, ci viene in aiuto con la forza esplicativa che le narrazioni hanno, per comprendere la natura non lineare del cambiamento: siamo nel 1334 e Margareta, contessa del Tirolo, soprannominata Maultasch, cioè “bocca larga” (un’elegante perifrasi dell’epoca per dare della prostituta a una signora) per aver ripudiato il marito, vuole impadronirsi del castello di Hochosterwitz, in Carinzia. Ma non può prenderlo d’assalto.
Hochosterwitz, ben fortificato e collocato in cima a una rupe, è inespugnabile: l’unica possibilità è cingerlo d’assedio, contando sul fatto che i difensori si arrenderanno per fame.
Ma è una scelta logorante per tutti. Quando le provviste del castello finiscono e alla guarnigione restano un solo bue e due sacchi di orzo, anche l’esercito assediante se la sta passando male: le truppe sono stanche, scoraggiate e insubordinate. Senza contare che le esigenze strategiche di Margareta imporrebbero di spostarle altrove.
È a questo punto che il comandante del castello dà l’ordine disperato di far macellare il bue rimasto, di riempirgli la pancia con l’orzo e di buttare la carcassa giù dalla rupe, in campo nemico.
Si tratta di uno sberleffo tanto inatteso quanto potente: gli assedianti immaginano che il castello abbia ancora tante vettovaglie da potersi permettere di bombardarli di cibo, si perdono d’animo e rinunciano a proseguire l’assedio[1].
Quello che Max avrebbe dovuto fare per aiutare Novecento a scendere dalla nave ed affrontare il complesso intreccio di vicoli che è la vita è l’utilizzazione della stessa logica paradossale che sostiene il sintono (se non cambio ho il controllo) riorientandone il senso in maniera tale che la stessa forza che sostiene il sintomo viene rivolta contro il disturbo.
Ma tutti viviamo in ecosistemi che a loro volta vivono in ecosistemi: la sola tecnicalità non basta se non si possiede una visione.
La non linearità del processo di cambiamento è legata anche alla natura profondamente sistemica del suo modello epistemologico: nel modello strategico evoluto ritroviamo infatti le tesi fondamentali della teoria sistemica:

  1. I sistemi sono costituiti da parti che sono in relazione tra loro;
  2. Il  cambiamento di una parte implica necessariamente un cambiamento in tutte le altre;
  3. I sistemi tendono all’equilibrio (omeostasi);
  4. I sistemi mantengono un equilibrio tra periodi di stabilità e periodi di cambiamento.

L’interazione tra l’individuo e il sistema si basa sulla reciprocità: gli individui influenzano i sistemi e a loro volta ne sono influenzati e in un’ottica evolutiva ne deriva che “le caratteristiche di una persona oltre ad essere il prodotto dello sviluppo ne sono anche indirettamente i produttori”.
Pensare in ottica sistemica vuol dire adottare una serie di accorgimenti: non isolare le singole idee o i processi che si vogliono esaminare; non spezzettare sistemi complessi e unitari in singoli enti o frammenti di processi più generali; e, infine, cercare di cogliere le connessioni, le interdipendenze e le emergenze tra le diverse epistemologie che solo congiuntamente contribuiscono a definire gli oggetti della nostra conoscenza.
Il compito del terapeuta è quello di osservare la natura di questa interazione reciproca, perché, come dice Bateson “ Noi studiosi delle scienze sociali faremmo bene a tenere a freno la nostra brama di controllare questo mondo che comprendiamo in nodo così imperfetto. I nostri studi dovrebbero essere invece ispirati a un principio più antico ma oggi poco onorato: la curiosità per il mondo di cui facciamo parte. Il premio di questo impegno non è il potere, ma la bellezza” (Bateson G., pag. 315).
I vari sistemi sono anche interdipendenti tra loro in quanto si influenzano a vicenda, quindi Lo sviluppo non è qualcosa che “accade” semplicemente all’individuo, ma è un processo dinamico, interattivo che coinvolge tutti i livelli dei sistemi di una società.
Quindi tecnicalità data dalla conoscenza della struttura del disturbo e di cosa la ricerca ci dice funzioni e la visione stereoscopica che ci consente di collocare la persona nel proprio contesto non sono ancora sufficienti a generare un processo di cambiamento, perché niente avviene nel tempo zero.
Il momento evolutivo in cui i due attori si incontrano è fondamentale: quale sfida evolutiva la persona sta affrontando? Come questa sfida evolutiva si connette con quella che noi come terapeuti stiamo affrontando? Qual è il pattern che le connette?
Nelle relazioni diadiche, infatti, ogni comportamento messo in pratica da uno qualunque dei due protagonisti deve essere compreso come una forma di “auto-etero regolazione reciproca” della coppia e solamente nel momento in cui un terapeuta accetta questa perdita di controllo riesce a percorrere quella scaletta che tanto spaventa il novecento che suona al nostro studio.
Nella metafora offerta da Baricco, possiamo quindi trovare la risposta alla nostra domanda, quella risposta che avrebbe potuto offrire una alternativa al nostro Novecento, quella visione eretica che avrebbe rappresentato una vera esperienza emozionale correttiva: nel tentativo di tollerare l’indefinitezza che la vita ci offre continuamente, possiamo scegliere di vivere all’interno di una nave guidata da altri oppure prenderci una patente nautica, costruirci una barca a vela e prendere effettivamente il controllo del tragitto di vita che vogliamo fare.
Siamo noi che decidiamo verso quale porto dirigerci (se cambio ho il controllo della direzione).
Bisogna essere aperti allo stupore per ciò che può esserci dietro l’angolo. La strada non finisce mai. Dietro l’angolo c’è sempre un’altra idea, una strada o cose da fare, una persona che ti aspetta. Per questo non bisogna rinunciare, ma utilizzarsi sempre.

Bibliografia

  1. Bateson G. (1977),“Verso un’Ecologia della Mente”, Adelphi, Milano;
  2. Elkaim M., (1981), “Non equilibrio, caso e cambiamento in terapia familiare”, Terapia Familiare, 9, 101-112.;
  3. Fruggeri L. (1990), “Dalla individuazione di resistenze alla costruzione di differenze. Riflessione sui processi di persistenza e cambiamento in psicoterapia”, Psicobiettivo, X(3),  pp. 29-46;
  4. Tornatore G., (1999), “La Leggenda del pianista sull’oceano”, Gremese Editore, Roma.
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Perché abbiamo la paura della paura del giudizio?

Ben oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un campo.
Ti aspetterò laggiù”.
J. Rumi

Faremo un viaggio insieme, un viaggio di scoperta nell’angolo più buio della nostra mente.

E per intraprendere un viaggio del genere bisogna viaggiare con poco bagaglio, non possiamo essere appesantiti da opinioni, pregiudizi e conclusioni, tutto quel vecchio ciarpame che abbiamo messo insieme nel corso della nostra storia.

Iniziate dimenticando tutto quello che sapete su voi stessi, dimenticando tutto quello che avete pensato di voi; cominceremo come se non sapessimo niente di noi stessi, cercando di arrivare alle radici della nostra paura più grande.

Ogni viaggio necessita di una storia e secondo L. Wittgenstein, filoso e logico austriaco (1889 – 1951) le storie vissute sono episodi d’azione condivise, cioè esse rinviano sempre alla presenza di un altro, e quindi di un contesto relazionale che le storie raccontate non rendono immediatamente interpretabile, nonostante sembra esserci un significato evidente alla nostra portata.

Ciò significa che nessun individuo viaggia mai da solo, come vorrebbe la distinzione naturalistica tra soggetto e oggetto, bensì è abitato dalla relazione in cui è vissuto, quindi si riferisce sempre ad episodi di azioni condivise con l’altro.

Sulla porta della parte più buia della nostra mente troviamo un’etichetta linguistica abusata ma sconosciuta, logora ma utilizzata in maniera superficiale, da tutti rifiutata ma iper-usata: il giudizio.

L’etimologia della parola giudicare è da ricondurre al latino judĭcare, derivazione di judex = giudice. Judex deriva dall’unione di ius + decs (dicere) cioè colui che dice, che si pronuncia sul diritto. In senso più ampio, giudicare significa valutare, stimare, esprimere un’opinione.

Il giudizio è infatti uno dei ponti più potenti e distruttivi della relazione tra le persone: gli aggettivi caratterologici giudicanti, le parole che utilizziamo per racchiudere l’esperienza dell’altro in relazione con noi, secondo Bateson, definiscono le caratteristiche fondamentali di una relazione.

Nel definire una parte della relazione, gli aggettivi caratterologici determinano necessariamente anche l’altra e questo è l’aspetto fondamentale e generativo di questo lavoro, il suo costrutto centrale: essere libera/o implica che esista anche una/o schiavo/a; “giocare sporco” implica la percezione di un qualche tipo di pulizia.

Ad esempio, pensate a qualcuno con cui faticate a comunicare o una situazione che non comporta una interazione costruttiva.

Ora immaginate di essere in un grande teatro.

Guardate il modo di comportarsi di questa persona sul palcoscenico, il suo modo di muoversi, di usare la voce e trovate una parola che ne descriva il comportamento: potremmo utilizzare termini dal vocabolario caratterologico, ad esempio egocentrica, aggressiva, narcisista.

Ora fate un respiro profondo e sul palcoscenico vedrete voi stessi mentre interagite con quella persona: siete uno spettatore terzo, un osservatore neutrale.

Notate il vostro comportamento sul palcoscenico: quale parola utilizzereste per voi stessi in movimento? Probabilmente se l’altro è narcisista voi sarete dipendenti o timidi.

Ora possiamo cominciare a vedere il nostro contributo alla danza reciproca nella definizione del sé, una danza basata sulla ricerca di posizioni discorsive consensuali: cerchiamo nel giudizio quello spazio tempo verbale che ci consente di mantenere una relazione stabile con l’altro o con l’idea che abbiamo di noi stessi.

Il giudizio assolve alla funzione di ritrovare il controllo riferendoci a canoni socialmente accettabili e ritornando dentro l’alveo di quella divisione naturalistica soggetto – oggetto così tanto tranquillizzante, funziona come un meccanismo di omeostasi ma contiene anche un elemento di minaccia.

Siamo vicini alla comprensione della natura più profonda di questa paura della paura; abbiamo però la necessità di fare un passo indietro per comprendere quello che abbiamo davanti.

Dobbiamo salire su una nave spettrale, la nave dei folli, la stultifera navis, creazione letteraria ispirata al ciclo degli Argonauti, navi il cui equipaggio di eroi immaginari, di modelli etici, o di tipi sociali s’imbarca per un grande viaggio simbolico: il grande mito dell’esclusione degli alienati e della loro derisione che il filosofo M. Focault ha così brillantemente descritto nella sua storia della follia.

E’ qui che la grande paura si palesa: ciò che ci spaventa realmente è che il giudizio rappresenta un tentativo di azione sulla relazione, una azione che mira alla esclusione.

Il tema del giudizio diventa così inestricabilmente collegato a quello della esclusione, siamo spaventati dalla possibilità che gli altri possano osservarci e indicarci come alieni, estranei, con un chiaro effetto di allontanamento.

Il piacere di condannare. […] Il piacere di esprimere una sentenza negativa è sempre inconfondibile. È un piacere duro e crudele, che non si lascia sviare da nulla. La sentenza è solo una sentenza quando viene pronunciata con una sorta di temibile sicurezza. Essa ignora indulgenza e precauzione. È presto trovata; ed è perfettamente coerente con la sua natura proprio quando scaturisce senza ponderazione. La passione che essa tradisce si collega alla sua rapidità. Le sentenze incondizionate e rapide fanno sì che il piacere si dipinga sul volto del sentenziante. […] Ci si arroga in tal modo il potere di giudice. Ma solo apparentemente il giudice sta nel mezzo, sul confine che separa il bene dal male. In ogni caso, infatti, egli si annovera tra i buoni. La legittimazione del suo ufficio si fonda soprattutto sul fatto che egli appartiene inalterabilmente al regno del bene, come se vi fosse nato. Egli sentenzia in continuazione. La sua sentenza è vincolante. Ci sono soggetti ben determinati sui quali è chiamato a giudicare; la sua vasta conoscenza del bene e del male deriva da una lunga esperienza. Ma anche coloro che non sono giudici, che nessuno ha incaricato di giudicare, che nessuna persona di buon senso incaricherebbe di giudicare, si arrogano continuamente il diritto di pronunciar sentenze su ogni argomento, senza alcuna cognizione di causa. Quelli che si astengono dal sentenziare poiché se ne vergognerebbero, si possono contare sulle dita. La malattia del condannare è una delle più diffuse tra gli uomini: in pratica, tutti ne sono colpiti.” (pag.1340 – 1431).

Di conseguenza, quello che ci spaventa del giudizio, più che il suo contenuto, è la sua natura fortemente pragmatica, di azione sulla relazione: “A questo proposito vorremmo che fosse chiaro fin da ora che usiamo i termini comunicazione e comportamento praticamente come sinonimi: perché i dati della pragmatica non sono soltanto le parole, le loro configurazioni e i loro significati (che sono i dati della sintassi e della semantica), ma anche i fatti verbali concomitanti come pure il linguaggio del corpo” (Watlawick P., pag.13).

Pensiamo, ad esempio, al valore e al potere della diagnosi in psichiatria e psicoterapia.

Una diagnosi rappresenta un’etichetta posta da un osservatore con l’obiettivo di oggettivare l’esperienza relazionale avuta, esprime un profondo bisogno di sicurezza, poiché questa operazione è un modo per non osservare, per sfuggire all’ansia dell’intersoggettività.

Quale è allora la via di uscita di questa malattia che colpisce tutti gli uomini?

Carl Rogers sosteneva che la tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione, ma è dalle parole di Stanisław Jerzy Lec (1909 – 1966), scrittore, poeta e aforista polacco che possiamo trarre ispirazione per questo piccolo lavoro sul giudizio: Ci saranno sempre degli esquimesi pronti a dettare le norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura.

Mutuando il titolo di un recente libro di Guido Catalano, ogni volta che giudichi qualcuno risorge un nazista.

Dott. Andrea Stramaccioni

 

Bibliografia

  1. Canetti E., (1990) Massa e potere, trad. it. di F. Jesi, in Id., Opere, a cura di G. Cusatelli, Bompiani, Milano, vol. I;
  2. Catalano G., (2017) Ogni volta che mi baci muore un nazista, Rizzoli Editore, Milano;
  3. Foucault M., (2011) Storia della follia nell’età classica, RCA libri s.p.a., Milano;
  4. Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., (1971) Pragmatica della comunicazione umana, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma;

Sitografia

  1. www.kainos.it/numero9/ricerche/deconciliis-sulgiudizio.html;
  2. https://it.wikiquote.org/wiki/Stanisław_Jerzy_Lec.
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La bussola e la mappa: strumenti di viaggio e indicatori di trattamento

Una importante domanda che uno/a specialista dovrebbe continuamente porsi durante il suo lavoro è se il trattamento che sta proponendo sta andando bene o sta incontrando degli ostacoli.

Da psicoterapeuta strategica, rigorosamente legata agli obiettivi terapeutici e alla promozione di cambiamenti, sento costantemente la necessità di monitorare l’andamento del trattamento che offro. Per fare questo credo che bisogna partire da una buona pianificazione della terapia che si vuole proporre.

La pianificazione del trattamento è uno degli aspetti più complessi nel lavoro terapeutico, si costruisce in conformità a dei presupposti teorici da cui si sviluppano delle tecniche operative specifiche, sulla base di quanto lo/la psicoterapeuta ha osservato durante l’interazione clinica (R.B. Makover, 1999).

Il trattamento della psicoterapia strategica è basato sul risultato ossia il miglior risultato possibile raggiungibile dal nostro paziente. Tende, in poche a parole, ad avere uno sguardo alla fine del periodo di terapia per individuare il miglior risultato.

Questo si costruirà da una serie di fattori che sono parte imputabili al/la paziente, come la motivazione al lavoro, le risorse psicologiche ed economiche e parte imputabili al/la terapeuta, alla sua abilità di gestire la relazione, alla sua flessibilità e capacità di usare le tecniche a sua disposizione.

Sappiamo bene che nessun approccio psicoterapeutico è migliore di altri, sono tutti efficaci, nel trattamento quindi ciò che può fare la differenza è la qualità della relazione terapeutica, ossia quella particolare capacità del/la terapeuta di saper gestire questa relazione, saperla armonizzare con le tecniche in suo possesso per favorire nel/la paziente un processo dolce e graduale di persuasione verso il cambiamento. In questa lotta tra teorie, approcci, e tecniche chi vince è solo colui o colei che sa entrare in contatto emotivo con i bisogni delle persone, sa come usare le tecniche e le teorie in suo possesso per far cambiare le persone e sa quale specifica direzione prendere per dar loro quel sollievo che cercano.

Come ci ricorda Haley un/a bravo/a terapeuta è chi sa accogliere il dolore della persona, ma sa anche come farla cambiare per superare quel dolore.

La fase di pianificazione di un trattamento diventa per questo motivo centrale nella psicoterapia perché consente di ideare, seppur su base ipotetica, la strada che il/la paziente dovrebbe percorrere per raggiungere uno stato di benessere, le tappe da toccare per giungere alla sua meta, quindi i mezzi da utilizzare per arrivare alle singole tappe.

Quando penso alla pianificazione di un trattamento mi viene in mente la pianificazione di un viaggio il cui territorio (il percorso terapeutico) è pressoché sconosciuto, ma che possiamo conoscere attraverso i mezzi che più facilmente ci consentono di esplorarlo sulla base delle sue caratteristiche specifiche.

Una buona pianificazione di questo viaggio prevede la definizione di una meta chiara da raggiungere al fine di ridurre nei viaggiatori (entrambi i protagonisti della psicoterapia, specialista e paziente, che si apprestano ad intraprendere questo cammino sconosciuto) il rischio di perdersi in quel territorio e ottimizzare al contrario le risorse e i tempi del viaggio.

La meta è l’obiettivo concordato con il/la paziente durante il primo colloquio. Non si esaurisce però in esso. Seppur l’obiettivo concordato non deve essere mai messo in secondo piano, abbinato a questo saranno presenti dei sotto-obiettivi, ossia quei traguardi intermedi che sono necessari per raggiungere la meta e dei meta-obiettivi, ossia quei progressi insiti in una psicoterapia evolutiva senza i quali probabilmente non è possibile godere appieno di questo viaggio e, soprattutto, assicurarsi che il cambiamento cercato resti costante nel tempo.

Sappiamo che quando i cambiamenti non sono consolidati il sintomo può cambiare forma, spostarsi. In questo caso purtroppo il nostro intervento solo all’apparenza produrrà il cambiamento sperato, ovvero non saremo arrivati alla meta. Il consolidamento del cambiamento si avrà solo quando le risorse del/la paziente saranno tali da non aver più bisogno del sintomo, per questo è utile lavorare anche sui meta-obiettivi. Il raggiungimento dei sotto-obiettivi insieme ai meta-obiettivi garantirà l’efficacia del trattamento.

Sono proprio questi meta obiettivi gli indicatori di trattamento, la bussola, attraverso i quali è possibile capire a che punto del tragitto ci troviamo.

Ovviamente nonostante una buona pianificazione del viaggio sappiamo che un grado di incertezza rimarrà sempre. Purtroppo, i fattori che incidono sui tempi e sulla qualità dell’itinerario sono molteplici e incontrollabili, perché attengono anche alle scelte dell’altro viaggiatore per cui sarebbe illusorio e ingenuo pensare di avere in tasca la soluzione. A fronte di ciò sappiamo però che un viaggio ben pianificato consente di ridurre i tempi di attesa e i margini di errore, e garantisce ai viaggiatori la possibilità di affermare parafrasando M. Erickson che “non ci vorrà un giorno di più di quello che è necessario”.

Ciò che consente allo/a psicoterapeuta di ipotizzare un buon programma di viaggio è la sua capacità di osservazione dell’interazione clinica. L’osservazione è, infatti, il metodo principale che utilizza lo/a terapeuta in tutto il processo della psicoterapia. Una osservazione concentrata sui microcambiamenti comportamentali, percettivi, relazionali ed affettivi degli attori coinvolti.

Questi microcambiamenti, capaci di diventare indicatori di cambiamento, si possono individuare già dalle prime fasi del trattamento e consentono al clinico di ottenere numerose informazioni sulla persona che ha richiesto il colloquio, sulla relazione che si sta strutturando tra i due compagni di viaggio, sulla motivazione al colloquio e sull’andamento della terapia.

Il focus osservativo è sui cambiamenti, non solo del sintomo, ma anche:
– dello stile relazionale e comportamentale del paziente,
– dello stile esplicativo degli eventi,
– del modo in cui il paziente utilizza le difese.

In questa sede non ci concentreremo sui cambiamenti del sintomo, di cui la terapia strategica ha fornito ampie ed esaustive spiegazioni, ma ci soffermeremo su questi altri tre aspetti, altrettanto utili a capire l’andamento della trattamento e che in questa sede definiamo come: indicatori del cambiamento nel processo clinico.

Essi infatti possono essere contemporaneamente la meta da raggiungere, ma anche la bussola dell’intero viaggio.

Costituiscono il meta-obiettivo che risiede dietro ogni sforzo psicoterapeutico, ma assumono anche il ruolo di segnalare l’andamento evolutivo del processo clinico, essendo dei risultati attesi, dei passaggi obbligati in una psicoterapia evolutiva. Se ci soffermassimo solo sul cambiamento del sintomo perderemmo di vista quei passaggi importanti del nostro viaggio, godendo solo del risultato e tralasciando il processo di crescita individuale che la psicoterapia può offrire.

Immaginiamo il nostro percorso:

I ___x____x____m___x____x___x___m__x___m__x______ O

Dove per I intendiamo l’inizio, il primo colloquio, in cui il problema era cristallizzato e ingestibile, per O maiuscola intendiamo l’obiettivo concordato che si declina nel superamento del problema e l’acquisizione di abilità tali da rendere il sintomo definitivamente non può necessario. Con le x minuscole individuiamo i sottobiettivi e i con le m minuscole i meta-obiettivi che riteniamo necessari attraversare per arrivare alla O.

Avremo in questo modo una “mappa” chiara da seguire che ci aiuterà anche a capire i mezzi specifici da utilizzare (prescrizioni, tecniche strategiche, tecniche provenienti da altri approcci, ecc.).

Questo sguardo attento alle tappe da attraversare influenza positivamente il suo senso di efficacia del trattamento e consentirà ad entrambi i viaggiatori di capire quando saranno arrivati all’obiettivo per iniziare a lavorare sulla chiusura del trattamento.

1. Stile relazionale del paziente

Iniziamo con il primo indicatore che attiene allo stile comportamentale e relazionale del paziente. Prende in considerazione la modalità con cui la persona interagisce con gli altri e attiene allo stile di comunicazione e al livello di differenziazione del sé. Un buon percorso di psicoterapia dovrebbe migliorare questi due fattori.

1.1. Stile di comunicazione

La comunicazione definisce la relazione, sappiamo infatti che la gran parte dei messaggi oltre ad avere la funzione di trasmettere un contenuto (notizia) espongono anche una richiesta all’altro (comando) (Gulotta, 2008). È questo secondo aspetto che attiene alla relazione tra i comunicanti, il contesto in cui ha luogo la comunicazione servirà a chiarire ulteriormente la relazione. Porre attenzione all’aspetto di relazione della comunicazione attiene alla capacità di metacomunicare, requisito fondamentale della comunicazione efficace, ed è anche strettamente collegato alla consapevolezza di sé e degli altri (Watzlawick et al., 1971).

Solitamente i paziente non hanno dimestichezza con gli aspetti relazionali insiti nella comunicazione. Sperimentarli in terapia porta i paziente a migliorare sia la comunicazione sia i rapporti con le persone vicine. Inoltre, si assiste ad un miglioramento dello stile di comunicazione che può passare da uno stile comunicativo Aggressivo/passivo versus uno assertivo.

1.2. Differenziazione del sé

Strettamente correlato al precedente è il fattore inerente il grado di differenziazione del sé.

Con il termine differenziazione si allude al processo con il quale si sviluppa un sé chiaramente differenziato pur rimanendo in stretto rapporto con coloro che si amano. Indica una competenza acquisita nel gestire le emozione con le persone vicine. Differenziarsi significa bilanciare due forze vitali: il bisogno di individualità e quello di vicinanza. La differenziazione è la capacità di mantenere il senso del sé quando si è emotivamente e fisicamente vicino agli altri. Consiste nella capacità di esprimere se stessi e le proprie opinioni pur essendo in legame profondo con qualcuno che la pensa diversamente da noi (Schnarch, 1997).

Implica l’aver abbandonato dinamiche di dipendenza o di controdipendenza con le figure di riferimento e l’aver sviluppato un sé autonomo, ossia capace di differenziarsi nonostante ci sia un profondo legame affettivo con l’altro. All’opposto la fusione emotiva indica una insufficiente separazione che porta ad una perdita di individualità e di autenticità (ibidem) che si esprime con eccessiva adesività o oppositività al pensiero dell’altro.

Nella relazione terapeutica può essere utile concentrarsi su questo fattore quando per esempio si lavora con le prescrizioni. Eludere una prescrizione, in taluni casi, può essere l’indicatore di una maggiore autonomia del paziente dall’opinione del terapeuta, quindi un buon segnale di efficacia del trattamento, e non esclusivamente una resistenza al cambiamento.

2. Lo stile esplicativo

Quando si parla di stile esplicativo si fa riferimento alla modalità che le persone adottano per spiegare gli eventi che capitano loro. Questo aspetto è stato ampiamente studiato da Seligman (1990) in occasione delle sue ricerche sull’ottimismo.

Lo stile esplicativo è caratterizzato da tre dimensioni cruciali: la permanenza, la pervasività e la personalizzazione. La permanenza è una dimensione che spiega gli eventi in termini temporali del tipo sempre o mai. Spiegare un evento negativo con una dimensione di permanenza tende a dare un senso di impotenza maggiore nella persona.

La pervasività riguarda invece lo spazio che occupa un evento. Gli eventi possono essere spiegati come universali, altri come specifici di un centro ambito.

La personalizzazione indica la tendenza delle persone a spiegarsi gli eventi come attribuibili a se stessi.

Seligman ci dice che le persone che tendono a spiegare gli eventi in modo permanente, pervasivo e personalizzato sono quelle che più di altre tenderanno ad avare una visione pessimistica della vita e ad incorrere più facilmente in una depressione.

All’inizio della psicoterapia i pazienti tendono a cadere in questa visione negativa cui si accompagna un senso di impotenza determinato dall’aver fallito nel tentativo di superare il problema da soli.

Seligman ha dimostrato che attraverso la psicoterapia le persone possono migrare verso uno stile temporaneo e imparare a credere che molte cose che le colpiscono possono essere modificate. La terapia può generare cambiamenti nella modalità di spiegare gli eventi e soprattutto può favorire la tendenza ad assumere un senso di responsabilità nella propria vita. Questa modalità di spiegare gli eventi favorisce la resilienza negli individui.

Secondo Michael Rutter (1985), la resilienza è la capacità di svilupparsi in modo accettabile a dispetto di uno stress o di un’avversità che comporta il rischio di un esito negativo.

Si tratta quindi non solo della resistenza ma anche del superamento delle difficoltà. Comporta, per la persona sottoposta a pressioni, la possibilità di proteggere la sua integrità, di costruirsi e aprirsi delle vie malgrado le difficili circostanze.

La resilienza può quindi essere considerata come la capacità di affrontare eventi stressanti, superarli e continuare a svilupparsi aumentando le proprie risorse con una conseguente riorganizzazione positiva della vita (Malaguti, 2005).

La capacità di affrontare in modo resiliente gli eventi stressanti è influenzata da alcune caratteristiche personali che possono essere riassunte con la consapevolezza di essere un agente attivo. La consapevolezza è strettamente correlata alla fiducia in se stessi, all’autoefficacia, al locus of control interno, all’ottimismo e alla speranza.

Queste caratteristiche fanno parte del meta-obiettivo della psicoterapia, entrano per cui nel nostro percorso.

3. Meccanismi di difesa

La capacità della persona di percepire, discriminare, mentalizzare e comunicare è influenzata dalla maturità delle difese prevalenti. In un trattamento di psicoterapia evolutivo tra i cambiamenti auspicati rientra anche il passaggio da meccanismi di difesa primitivi (frammentazione, scissione, identificazione proiettiva, negazione, proiezione, acting-out, idealizzazione, svalutazione ecc.) a meccanismi di difesa prevalentemente nevrotici (rimozione, spostamento, intellettualizzazione, razionalizzazione, ecc.) verso meccanismi di difesa maturi (umorismo, anticipazione, sublimazione, autoaffermazione, ecc.) (Lingiardi V., 2009).

Valutare lo sviluppo di questi fattori durante il processo clinico offre al/la clinico/a un’ulteriore indicatore sull’andamento del trattamento.

Secondo la prospettiva strategica un trattamento può essere considerato efficace se giungerà al cambiamento concordato e, aggiungerei, farà in modo che il cambiamento si dimostri consolidato nel tempo. Questo si realizzerà solo se, oltre a favorire il cambiamento iniziale, la terapia offrirà al suo viaggiatore nuove modalità di ottenere ciò di cui si ha bisogno con sistemi più funzionali e costruttivi, senza ricorrere al sintomo. Questo cambiamento, come abbiamo visto, necessita dello sviluppo di modalità relazionali più mature che si identificano nei meta obiettivi sopracitati.

Infatti, quando la psicoterapia lavora non solo sul problema ma anche sulle risorse della persona consente di costruire le abilità che permettono di dialogare adeguatamente con se stessi e affrontare le avversità in modo costruttivo e incoraggiante.

Sono proprio queste risorse, o meta obiettivi, quel faro che permetterà al terapeuta di percorrere la sua strada fra tanti ostacoli, senza perdersi e condurre il suo paziente alla meta del suo viaggio.

 

Bibliografia
Clement U., (2004), Terapia sessuale sistemica, tr. It., Milano, Raffaello Cortina Editore.
Erickson M. H, (1983), La mia voce ti accompagnerà, Roma, Astrolabio.
Gulotta G., (2008), Commedie e drammi nel matrimonio, Milano, Feltrinelli.
Lingiardi V. in Dazzi N., Lingiardi V., Gazzillo F., (a cura di) (2009), La diagnosi in psicologia clinica, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Makover R.B., (1999), La pianificazione dei trattamenti in psicoterapia, Roma, Las.
Malaguti, E. (2005). Educarsi alla resilienza: come affrontare crisi e difficoltà e migliorarsi. Trento, Erickson.
Schnarch D., (1997), La passione nel matrimonio. Sesso e intimità nelle relazioni d’amore, tr. It. Raffaello Cortina Editore, Milano.
Seligman M. E.P., (1996), Imparare l’ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero, Firenze, Giunti ed..
Watzlawick P., Nardone G., (a cura di) (1997), Terapia breve strategica, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Watzlawick P., Bevin J.H., Jackson D.D. (1971), Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio.

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Quanto dura una terapia? ∆S≥0

Il tempo e la sua gestione è uno dei costrutti su cui gli approcci terapeutici si interrogano più frequentemente; quanto debba durare un percorso terapeutico, come affrontare il passato e il presente delle persone in terapia, è parte di un annoso dibattito fatto di domande aperte, che non sembra avere fine.

L’unica cosa di cui siamo sicuri è che esiste un costrutto temporale che chiamiamo passato, attraverso cui ricordiamo che cosa siamo stati, un costrutto temporale che chiamiamo presente, attraverso cui descriviamo la nostra esperienza nel qui ed ora ed infine un ultimo costrutto temporale che chiamiamo futuro, attraverso cui ci proiettiamo a quello che saremo.

Un prima, un adesso ed un dopo.

Questa sicurezza, che ha improntato ed impronta la pratica professionale di intere generazioni di psicoterapeuti, è sbagliata, si tratta di una costruzione mentale che ci serve per affrontare l’angoscia dell’esistere, la stessa emozione che probabilmente si lega al suicidio di colui che comprese questo meccanismo, uno dei tanti suicidi che hanno visto come protagonisti mente geniali e visionarie, quella di Ludwig Bolzman, un paffuto fisico austriaco, sopranominato dalla sua ragazza <<dolce e caro ciccione>>.[0]*

Bolzman sosteneva che la differenza tra passato e futuro si riferisce alla nostra visione sfocata, è un abbaglio e una miopia, perché nelle leggi fisiche che governano il mondo non c’è distinzione tra causa ed effetto, non esiste un passato che determina il presente ed influisce sul futuro: distinguiamo passato e futuro perché osserviamo con occhiali grossolani e sfocati.

L’origine fisica della differenza tra passato e futuro sta’ dentro il disordinarsi naturale delle cose, è la naturale entropia (espresso in maniera sintetica per problemi di spazio,): “Se osservo lo stato microscopico delle cose, la differenza tra passato e futuro scompare. Il futuro del mondo, per esempio, è determinato dallo stato presente, né più né meno di come lo sia il passato. (pag. 36)”.

Il tempo per esempio non scorre in maniera uniforme ovunque: in basso tutto scorre più lentamente che in alto e di conseguenza una seduta di psicoterapia in pianura costa di più che in montagna!.

Noi cediamo spesso alla comune “tentazione della sicurezza”: è il nostro essere propensi a vivere in un mondo di solidità percettiva priva di dubbi, in cui le nostre convinzioni ci portano a credere che le cose sono così come le vediamo, senza alcuna visione alternativa.

La tradizione strategica invece, costruttivista come orientamento epistemologico, ha fatto propria questa maniera rivoluzionaria di pensare al tempo, cogliendone la sua natura potentemente liberatoria: qualsiasi configurazione è possibile in una realtà che è costruita dal soggetto.

H. von Foerster, ad esempio, sostiene che “Quel costrutto concettuale che chiamiamo tempo è……semplicemente un prodotto secondario della nostra memoria la quale in certi casi, può usare “il tempo” come un utile parametro per indicare la sincronicità, o meno, tra due o più sequenze spazialmente distinte”.[1]**

Questa nuova ottica impone di non concepire il conoscere come la rappresentazione oggettiva del modo “la fuori”, ma come una continua attività di produzione, in cui è possibile anche che il futuro determini il passato e viceversa.

La definizione del tempo in terapia, quindi, più che avere a che fare con protocolli rigidi, deve riguardare la percezione condivisa da parte del terapeuta e della persona che richiede aiuto: il tempo è conversazionale, è un metalogo.

La prossima volta che una persona in terapia vi chiederà: “Dottore, quanto dura?” potrete tranquillamente rispondere: ∆S≥0[2]***

 

Dott. Andrea Stramaccioni – Psicologo, Psicoterapeuta

[0] * Rovelli C. (2017), L’ordine del tempo, Adelphi Editore, Milano;

[1] ** Von Foerster H. (1987), Sistemi che osservano, Astrolabio Editore, Milano;

[2] *** ∆S≥0 è l’equazione studiata da Bolzman ed incisa sulla sua tomba.

 

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