«Con un quadro vorrei poter esprimere qualcosa di commovente come una musica. Vorrei dipingere uomini e donne con un non so che di eterno, di cui un tempo era simbolo l’aureola, e che noi cerchiamo di rendere con lo stesso raggiare, con la vibrazione dei colori […]. Ah il ritratto, il ritratto che mostri i pensieri, l’anima del modello: ecco cosa credo debba vedersi»

(Vincent Van Gogh, Arles, 3 settembre 1888)

 

Oltre al famoso gingle pubblicitario (“Two gust is meglie che uan”), esistono molti detti e proverbi che richiamano alla possibilità che due sia meglio di uno: quattr’occhi vedono meglio di due, per esempio, indica che il punto di vista di due o più persone riesce a far comprendere meglio tutti i vari aspetti e risvolti di una questione. Si vede e si giudica meglio, quando si è in più d’uno.

Raddoppiare la vigilanza nei momenti di difficoltà o di pericolo rappresenta la prima azione concreta per restituire tranquillità; fare un controllo doppio significa convenzionalmente controllare di più e meglio.

D’altronde, però, quando ci sono troppi galli a cantare nel pollaio non va bene e addirittura non si fa mai giorno; il problema quindi più che sul numero si sposta sulle modalità di interazione.

Chi fa da sé fa per tre si dice infatti e Wikipedia al proposito ci ricorda che “Chi fa da sé fa per tre” è un proverbio della cultura popolare italiana. Secondo questo proverbio, se una persona intraprende da sola una attività può riuscire a farla sorprendentemente bene, meglio di quanto potrebbe fare se coinvolgesse altre persone.

Un esempio di impresa solitaria è il Gran Pertus, un canale scavato nella roccia per 400 metri in Valle di Susa per permettere l’irrigazione dei campi di Cels e Ramats. L’opera fu compiuta in solitudine da Colombano Romean tra il 1526 e il 1533, utilizzando un ingegnoso sistema di ventilazione con tubi di tela, dopo diversi tentativi infruttuosi.

La situazione si complica ulteriormente se chiamiamo in causa qualcosa di superiore per dirimere la questione: Due valgono più di uno solo, perché sono ben ricompensati della loro fatica. Infatti, se l’uno cade, l’altro rialza il suo compagno; ma guai a chi è solo e cade senz’avere un altro che lo rialzi! Così pure, se due dormono assieme, si riscaldano; ma chi è solo, come farà a riscaldarsi? Se uno tenta di sopraffare chi è solo, due gli terranno testa; una corda a tre capi non si rompe così presto. (Ecclesiaste 4:9-12)

Una grande confusione!

La “scienza” psicoterapeutica è in grado di dipanare questa matassa? Due terapeuti sono come due galli in un pollaio ed hanno bisogno di imprese di scavo in solitudine oppure insieme sono più della somma delle singole parti, insieme sono più forti?

Cominciamo col dire che la “scienza” psicoterapeutica ha affrontato poco e male l’argomento, alimentando il sospetto degli psicoterapeuti come narcisi che cantano bene solo in solitaria.

L’analisi della letteratura evidenzia una oscillazione rilevante fra chi si rapporta alla co-terapia come fosse una pericolosa utopia e chi, come chi sta scrivendo questo lavoro la considera una eterotopia.

Eterotopia è un termine coniato dal filosofo francese Michel Foucault per indicare «quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano».

Nel lavoro Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane (1963) Foucault contrapponeva utopie ed eterotopie, scrivendo:

«Le utopie consolano; se infatti non hanno luogo reale si schiudono tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili anche se il loro accesso è chimerico. Le eterotopie inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la «sintassi» e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa «tenere insieme»le parole e le cose. È per questo che le utopie consentono le favole e i discorsi: si collocano nel rettifilo del linguaggio, nella dimensione fondamentale della fabula; le eterotopie (come quelle che troviamo tanto frequentemente in Borges) inaridiscono il discorso, bloccano le parole su se stesse, contestano, fin dalla sua radice, ogni possibilità di grammatica, dipanano i miti e rendono sterile il lirismo delle frasi»

Un discorso sulla co-terapia è eterotopico in quanto non lineare e perché cambia la sintassi stantia del discorso psicoterapeutico, in perfetta sintonia con la tradizione strategica.

Un buon lavoro di sintesi, utile per dare avvio a questa riflessione, è stato fatto da Francesca Artoni e Anna Maria Montali, con il loro e-book: LA COTERAPIA: La storia, le tecniche ed i metodi di valutazione (Italian Edition).

Le autrici ci ricordano che “Nel corso degli ultimi vent’anni, nonostante il diffuso utilizzo del metodo coterapeutico sia a scopo clinico che didattico, sono poche le ricerche che si sono proposte di esplorare nuovamente le potenzialità e gli sviluppi della coterapia nell’ambito della psicoterapia familiare: tali contributi specifici per lo più provengono dal territorio americano (Framo, 1996; Hoffman Gafni e Laub, 1995; Roller e Nelson, 1991).”

Questa ritrosia sembra evidenziare resistenze di natura culturale ed epistemologica, che le stesse autrici sintetizzano in questa maniera:
“1) innanzitutto occorre evidenziare che non tutti gli studiosi (come del resto i pionieri stessi della terapia familiare) concordano sull’utilizzo della co-terapia in quanto metodo efficace per la conduzione delle sedute di terapia familiare e che così come esistono ricercatori che enfatizzano e sostengono tale pratica ne esistono anche altri che ne criticano apertamente l’utilizzo;
2) anche secondo quei ricercatori che praticano la co-terapia le dinamiche relazionali insite nella coppia co-terapeutica sono da considerarsi non certo prive di controindicazioni ed occorrerebbe cautela e consapevolezza di ciò nell’utilizzo di tale tecnica;
3) un’ulteriore questione aperta riguarda l’utilizzo della co-terapia a scopo didattico.”

I rischi connessi all’accresciuta complessità del setting non sono poi mai bilanciati da altrettanti vantaggi. Troppo spesso infatti i disaccordi fra due terapeuti, nella esperienza clinica, hanno portato ad errori nel timing delle domande o a bruschi cambi di argomento: le famiglie potevano utilizzare il disaccordo dei co-terapeuti come un «canale per proiettare l’angoscia intrafamiliare sulle differenze fra i terapeuti» (Bowen, 1979, pag. 120).

Apparentemente la co-terapia rappresenta quindi una dannosa complessificazione della relazione tra il terapeuta e la famiglia o l’individuo, una via da non percorrere in quanto conduce a un labirinto senza uscita.

Uno strano personaggio però ci si para innanzi protestando vivacemente, con quel suo stile particolare e un po’ folle reclama la nostra attenzione affermando «mi ero convinto da molto che non potevo fidarmi di me stesso e che avevo bisogno di un co-terapeuta che si adattasse al mio modello; un co-terapeuta non avrebbe sicuramente costituito un limite, ed ero certo che dare una nuova forma al mio modello era il modo migliore» (Whitaker, Il gioco e l’assurdo. La terapia esperienziale con la famiglia, 1984).

(Carl Alanson Whitaker)

La presenza di un altro terapeuta diventa quindi una possibilità di dare una nuova forma al modello e soprattutto di superare una certa tendenza alla autoreferenzialità che rappresenta il pericolo più grande per la mente del terapeuta.

E non è il solo, perché un più composto e leale signore aggiunge «I terapeuti devono avere una capacità di rapporto multi direzionale per poter essere disponibili con ciascun membro della famiglia nucleare oltre che con quelli della famiglia estesa. Ma fondamentalmente devono rimanere disponibili l’uno all’altro» (Boszormenyi – Nagy, Spark, 1988, pag. 354).

(I. Boszormenyi – Nagy)

La co-terapia diventa quindi una opportunità di costruzione relazionale più complessa, in cui i terapeuti hanno la possibilità di estendere la loro capacità di entrare in rapporto.

La notte stellata sul Rodano che tutti i terapeuti osservano nel momento in cui si affacciano alla finestra della relazione terapeutica, due stelle luminose della co-terapia sono rappresentate dalla possibilità continua di supervisione e apprendimento reciproco della coppia terapeutica e dalla multidirezionalità della relazione che si viene a creare.

Inoltre S. Minuchin afferma «ogni volta che un terapeuta è coinvolto nell’interazione con una famiglia, il campo di osservazione del co-terapeuta include il terapeuta stesso, non solo la famiglia. Egli impara a vedere tutte le modalità in cui la famiglia porta il proprio partner a comportarsi seguendo linee che non permettono il cambiamento della famiglia stessa» (Minuchin, 1967, pag. 288).

La coppia terapeutica consente quindi un allargamento della visione prospettica del setting e diventa essa cielo stellato che osserva sé stesso.

(S. Minuchin)

La tradizione di orientamento strategico nella sua forma evoluta fa parte di questo importante e prestigioso coro: la co-terapia rappresenta una modalità di lavoro sperimentata con la coppia e la famiglia all’interno del nostro centro clinico.

I principali vantaggi che abbiamo riscontrato nella nostra operatività sono i seguenti:

  1. La presenza di due terapeuti di sesso differente può facilitare la possibilità di mantenere una visione reciproca delle storie costruite;
  2. La presenza di due terapeuti di sesso differente consente di rivisitare la propria storia familiare, sperimentando nuovamente la situazione triangolare, comprenderla e andare oltre;
  3. La presenza di due terapeuti di sesso differente offre modelli di comportamento interpersonale tra pari, che devono essere fondati su fiducia, rispetto reciproco, capacità di apertura e di ascolto.

Il discorso sulla efficacia della co-terapia cambia quindi natura, perché cambia la domanda che lo genera: non dobbiamo più interrogarci sulla sua validità ma sulle condizioni che rendono questo approccio clinico efficace.

Pertanto perché la co-terapia possa essere uno strumento evolutivo richiede una modalità relazionale aperta e reciproca della coppia co-terapeutica, nelle sue risorse e nelle sue opportunità: il dilemma non è solo rendere possibile la combinazione di due differenti stili terapeutici che si sommano, ma considerare la diade co-terapeutica quale sottosistema terapeutico unico e in costante apprendimento nei processi terapeutici cui partecipa: un vero e proprio reflecting team.

«Accettiamo i terapisti che non ne sono entusiasti e preferiscono continuare come terapisti isolati. Concordiamo con loro che ci sono molti modi per sbrogliare una matassa». Tuttavia gli autori ritengono che quando i co-terapeuti «divengono consapevoli delle difficoltà che incontrano nei loro rapporti e quando hanno il coraggio di superarle nell’ambito del loro rapporto, aumentano i benefici del lavoro terapeutico con la famiglia». (…) «Le gratificazioni e le esperienze di apprendimento che può dare la co-terapia con le famiglie meritano la fatica legata alla comprensione e alla risoluzione delle difficoltà esistenti» (Rubinstein, Wiener, pp. 328-330).

Dott. Andrea Stramaccioni – Psicologo, Psicoterapeuta

Bibliografia:

  1. Artoni F., Montali A. M., La Coterapia: La storia, le tecniche ed i metodi di valutazione (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 961-964). Unknown. Edizione del Kindle;
  2. Boszormenyi – Nagy I., Spark G.M. (1988), Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini;
  3. Focault M. (1963), Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, BUR Biblioteca Universale rizzoli, Milano;
  4. Mastrantonio F., Stramaccioni A. (2016), La terapia strategica nella sua forma evoluta: trasformare problemi in progetti, e-book;
  5. Minuchin, S., (1974), Families and Family Therapy, Cambridge, Mass., Harvard University Press;
  6. Rubinstein. D., Weiner O. R., (1969), «Rapporti nel lavoro delle equipe di coterapia nella psicoterapia della famiglia». In: G. H. Zuck e I. Boszormenyi-Nagy (Eds), Family Therapy and Disturbed Families. Palo Alto. Science and Behaviour Books, California;
  7. Whitaker C. A., Il gioco e l’assurdo. La terapia esperienziale della famiglia, Roma, Astrolabio, 1984;
  8. Van Gogh V. (2013) Lettere a Theo, Guanda Editore, Milano.

 

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