TRAUMA: CONTESTI, CURA E PREVENZIONE

VENERDì 25 GENNAIO dalle 14 alle 17:30, presso la nostra sede in Viale dell’Oceano Atlantico, n13 – Roma (metro Laurentina),  l’Istituto Strategico è lieto di invitarvi al primo pomeriggio di studio del 2019.

L’evento TRAUMA: CONTESTI, CURA E PREVENZIONE è organizzato con la partecipazione dell’associazione Camera MInorile di Capitanata e Unicef.

La partecipazione è gratuita, aperta a Studenti/e e Laureati/e in Psicologia e Medicina, Psicoterapia e Avvocati/e e verrà rilasciato un attestato ai/alle partecipanti. I posti sono imitati ed è necessaria la prenotazione.

Per info e prenotazioni chiamare al 348/8449878/ 0645445779 oppure scrivere a info@istitutostrategico.it

Il pomeriggio studio sarà articolato così:

14 – 14:15: Saluti. Dott.ssa Francesca Mastrantonio, Psicologa, Psicoterapeuta, Sessuologa – Presidente IIRIS, Direttore didattico Istituto Strategico – Dott. Andrea Stramaccioni, Psicologo, Psicoterapeuta – Clinica Armonia, Vicepresidente IIRIS, Direttore Scientifico dell’Istituto Strategico.

14.15 – 14.45: Il trauma: contesti, cura e prevenzione. Dott. Stramaccioni.

14:45 – 15:15: Diritti negati nei rapporti familiari. Risarcimento dei danni. Avvocata AnnaLucia Celentano, Vicepresidente Camera Minorile di Capitanata & Avvocata MariaEmilia De Martinis, Presidente Unicef Foggia.

15:15 – 15:45: Vittime, vulnerabilità e giustizia. Dott.ssa Vera Cuzzocrea, Psicologa Giuridica e Psicoterapeuta – Vicepresidente di PsicoIus Scuola romana di psicologia giuridica, Comitato docenti Istituto Strategico.

15:45 – 16:15:  Psicotraumatologia nel Contesto Ospedaliero: gli Interventi di Pronto Soccorso Psicologico. Dott.ssa Lucia Bernardini – Psicologa, Psicoterapeuta, Coordinatrice Didattica e Docente Lumsa, UCSC e Università Cattolica del Sacro Cuore, collabora con il Servizio Day Hospital di Psichiatria Clinica e con il Servizio “Dipartimento Emergenza e Accettazione” del Pronto Soccorso del Policlinico A. Gemelli di Roma.

16:15 – 16:45: Amatrice, i casi. Dott.ssa Alessandra Celentano, Psicologa Psicoterapeuta, socia IIRIS, coordinatrice progetto “Un fiore per Amatrice”.

16:45 – 17:15: L’intervento psicologico nel post trauma per grandi e piccoli supereroi. Dott.ssa Mastrantonio.

17.15 – 17.30: Riflessioni e domande.

 

 

 

 

 

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Sconti e agevolazioni

L’Istituto Strategico – Scuola di specializzazione in psicoterapia strategica dell’associazione IIRIS vi offre la possibilità di iscrivervi al prossimo anno accademico 2019 usufruendo dei seguenti sconti e agevolazioni:

  • Sconto del 50% sulla quota di iscrizione alla scuola di specializzazione  per gli/le studenti/esse che porteranno un/una a nuovo/a iscritto/a;
  • La scuola ritiene indispensabile un percorso di psicoterapia interno. Qualora si fosse già svolto un percorso di psicoterapia personale, dopo valutazione e approvazione del Comitato direttivo, è possibile prevedere il riconoscimento del percorso precedentemente svolto. Questo comporterà una riduzione di 450,00 € sul pacchetto forfait dell’area clinica del primo e secondo anno con l’impegno a frequentare un gruppo di psicoterapia della scuola per almeno 20 h complessive al fine di sperimentare su di sé l’esperienza terapeutica del modello.

Inoltre…

La scuola propone sconti e agevolazioni per coloro che sono iscritti/e o hanno completato con profitto il Corso Specialistico in counseling psicologico ad impostazione strategica:

  • riduzione di € 1.000,00 sulla retta annuale complessiva del 1° anno della Scuola di specializzazione in psicoterapia strategica;
  • per le materie che si ripetono nei due corsi la frequenza è obbligatoria solo per uno dei corsi frequentati;
  • per chi proviene da PsicoIus e dall’IISS è previsto uno sconto del 50% sulla quota di iscrizione per il primo e secondo anno di corso. Le materie che si ripetono nei due corsi non sono obbligatorie;
  • per chi proviene da Pianeta Psicologia è previsto uno sconto del 20% sulla quota di iscrizione per il primo anno di corso.
  • per coloro che hanno partecipato agli eventi dell’IIRIS o della scuola è previsto uno sconto del 10% sulla quota di iscrizione per il primo anno di corso.

Ricordiamo che se paghi subito paghi meno: sconto di 300 € (quota di iscrizione) se scegli di pagare la retta in unica soluzione.

Infine…

Per le iscrizioni che perverranno:

entro il 31 luglio è previsto uno sconto di 350 € sulla retta del 1° anno,

entro il 30 settembre è previsto uno sconto di 250 € sulla retta del 1° anno,

entro il 31 ottobre è previsto uno sconto di 200 € sulla retta del 1° anno,

entro il 30 novembre è previsto uno sconto di 150 € sulla retta del 1° anno

Tutti gli sconti e le agevolazioni non sono cumulabili.

Borse di studio per premiare chi si distingue e vuole migliorarsi

L’Istituto propone 3 borse di studio assegnate a discenti del primo anno.

Borsa 1: riduzione di 800€ al 1° e 2° anno accademico, Borsa 2: riduzione di 800€ al 1° anno accademico, Borsa 3: riduzione di 500€ al 1° anno accademico.

Saranno premiati coloro che:

– hanno seguito i nostri eventi,

– hanno un CV accademico di alto profilo,

– un reddito non elevato e/o sono fuori sede.

Per partecipare alle selezioni sarà necessario essere iscritti al 1° anno, aver presentato formale richiesta di partecipazione alla selezione, aver inviato il cv e un CUD che attesti la situazione reddituale della persona o della famiglia.

Tutti gli sconti e le agevolazioni non sono cumulabili e sono validi per le iscrizioni che perverranno entro il 15 dicembre.

Per maggiori informazioni contattare la segreteria o inviare una mail a info@istitutostrategico.it

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L’amore è solo una questione di “tempo”: quattro consigli pratici per le coppie

 

Il segreto del tango sta in quell’istante di improvvisazione che si crea tra passo e passo. Rendere l’impossibile una cosa possibile: ballare il silenzio”.
(Carlos Gavito)

Il comportamento comunicativo non ha un suo contrario, non c’è alcuna notte che ci aiuta a riconoscere cosa sia il giorno: non esiste una non comunicazione, l’attività e l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di mettere in comunione, perché influenzano gli altri i quali, a loro volta, non possono non rispondere, il processo non si ferma mai.

Quindi, Non si può non comunicare. La non-comunicazione è impossibile, perché qualsiasi comportamento comunica qualcosa a noi e agli altri ed è impossibile avere un non-comportamento. Per quanto una persona con la sua passività e i suoi silenzi trasmetta la volontà di non comunicare con un altro individuo, sta comunque inviando un messaggio, e quindi, comunica di non voler comunicare.

Qualunque cosa fai o dici, qualunque scelta o qualunque atteggiamento assumi, comunica alcuni aspetti di te stesso agli altri in maniera involontaria magari, non intenzionale e non conscia o addirittura inefficace, ma diciamo sempre qualcosa di noi stessi per rapporto ad un altro.

La domanda, quindi, non è “se” una persona stia comunicando, ma “cosa” e “come” lo stia facendo, anche tramite la sua apparente assenza.

Due estranei che si trovano per caso a viaggiare nello stesso treno molto probabilmente eviteranno il dialogo, ma tale silenzio rappresenta un’interazione comunicativa, alla pari di una discussione accesa.

La comunicazione è dunque un processo circolare perché c’è sempre un feedback, cioè una retroazione da parte del ricevente ed è continua perché è un insieme ininterrotto di scambi.

Coloro che sono direttamente coinvolti nella comunicazione scelgono poi un proprio personale punto di inizio sulla base del punto di vista da cui osservano e descrivono la scena, ma qualsiasi operazione è arbitraria e racconta di chi la ha eseguita, non determina alcun oggettivo rapporto di causa – effetto.

Questa modalità di suddividere le sequenze della comunicazione è chiamata punteggiatura.

Esempio: i due coniugi si attribuiscono l’un l’altra la responsabilità della loro difficoltà a comunicare. La moglie: “io brontolo perché ti chiudi in te stesso”; il marito: “io mi chiudo in me stesso perché tu brontoli”.

Quattro consigli pratici per le coppie che potremmo utilizzare per migliorare i processi comunicativi sono i seguenti:

  1. Guardate in mezzo: Smettete di guardare a quello che c’è dentro la vostra testa e concentratevi su quello che succede tra di voi;

  2. Accogliete realtà diverse: la realtà emerge nel linguaggio attraverso il consenso, per cui accettate che esistano tante realtà quanti sono i linguaggi;

  3. Scegliete il tango: i tempi della comunicazione sono fondamentali: quelli individuali della persona devono trovare una struttura di coppia, la cosiddetta “danza”.

  4. Coltivate il silenzio: ogni giorno scegliete di guardarvi negli occhi per cinque minuti, da lì esploderà il messaggio che cercavate.

Vivere la comunicazione come una danza significa principalmente la ricerca di un dialogo, fatto di fantasia, improvvisazione, ma che abbia una coreografia che consenta alle persone di comprendersi.

Può essere triste, allegra o seria; non esiste un unico stile efficace, bensì un’infinità variabilità, cioè “una possibilità infinita” nel creare passi, stili nel legarsi, questo è il luogo dell’incontro e affinché origini cambiamenti ha bisogno di cura.

La flessibilità e la possibilità di evoluzione della coreografia che le persone co-creano consente di non far sparire la magia e di non farle ritrovare ai lati della pista ad osservarsi, sole.

Andrea Stramaccioni

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La terapia senza il paziente, quando gli/le Adolescenti sono in difficoltà!

La terapia senza il paziente, quando gli/le Adolescenti sono in difficoltà!

Che fare se vostro figlio/a adolescente, pur affrontando un momento critico, decide di non farsi aiutare da nessuno, neppure da voi, e avete l’impressione che si allontani da voi e dalla realtà che lo circonda.

Atteggiamenti improntati sugli agiti, a volte aggressivi, l’uso di sostanze stupefacenti, o atteggiamenti di chiusura e di ritiro sociale: questo ciò che alcuni genitori notano nei figli/e adolescenti senza che riescano ad entrare in contatto con loro.
In questi casi molti genitori dopo aver provato in tutti i modi di capire e aiutare il figlio/a tentano di far iniziare una psicoterapia al ragazzo/a.
Se questo riesce e il ragazzo/a inizia una psicoterapia riuscendo ad instaurare una buona alleanza terapeutica, e si affida al/alla terapeuta, la prognosi è positiva. Ma cosa accade quando i nostri/e ragazzi/e si rifiutano di iniziare il percorso psicologico?
Sicuramente costringerli non sortirebbe un buon effetto, è importante per gli/le adolescenti essere riconosciuti come individui capaci e autonomi e non come bambini incapaci di scegliere per se stessi. Inoltre iniziare una psicoterapia senza essere motivati al cambiamento o quanto meno senza valutarne l’opportunità che questa può fornire è spesso fallimentare.

É però utile considerare ogni adolescente come un individuo immerso in un sistema, fatto di relazioni, che non solo egli influenza ma dal quale viene influenzato, in un processo di scambio continuo.
In quest’ottica cambiando la realtà circostante e il modo che gli altri hanno di comunicare con lui/lei gli si potrà offrire la possibilità concreta di un cambiamento (di fatto l’opportunità è per L’adolescente ed anche per la sua famiglia).

È utile la terapia senza il paziente, quindi con i genitori, per lavorare su dinamiche interne che vanno a smuovere il sistema e raggiungere obiettivi declinati in azioni concrete che possano essere ben visibili a tutti i membri della famiglia.
Questa modalità implica che curando le relazioni familiari si possano curare anche gli appartamenti della stessa. Il paziente assente fisicamente sarà in realtà costantemente presente nella terapia.
Durante la terapia è interessante verificare con i genitori quanto loro siano coinvolti nelle manifestazioni di disagio del proprio figlio/a. Sentirsi parte attiva del processo li aiuta a credere nella possibilità di poter essere anche gli autori di cambiamento e benessere.
La proposta della terapia senza il paziente è utile quindi per smuovere e attivare delle risorse e far lavorare intanto il sistema (i genitori che vogliono e auspicano un cambiamento per sè e per il proprio figlio/a) influenzando poi il paziente “escluso’.

dott.ssa Alessandra Celentano

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Come mai è così difficile chiedere aiuto

Quante volte vi è capitato di pensare di chiedere aiuto a uno psicologo, per voi stessi/e o per qualche caro. Ma perché é così difficile andare dallo/a psicologo/a?

Sono molti i fattori che influenzano questa scelta; tra i tanti sicuramente c’è il fattore di tipo culturale.

Per molti chiedere aiuto significa aver fallito tutto, L’idea di non essere riusciti da soli a stare bene è una grande umiliazione. Riuscire ad accettare l’idea di doversi fare aiutare è fonte di grande imbarazzo.

Sembra poi uno stile tutto italiano quello di stare “benino”, “insomma”, “non c’è male”, guai a stare “bene”, “benissimo!” Abbiamo una sorta di scaramanzia che è sempre meglio accontentarsi di ció che si ha.

Nello stesso empasse, seppure su un versante diverso, c’è chi crede che lo psicologo è per i “matti”. (Che poi chi sono i matti?) Poco si conosce in effetti della psicologia improntata sul benessere e non sulla psicopatologia. Nell’immaginario lo psicologo serve solo in casi disperati, le persone si sdraiano su lettini dove piangono e piangono fino ad esaurire le lacrime.

Spesso è difficile e doloroso comprendere che davvero si ha bisogno d’aiuto e ancor più difficile è fidarsi e affidarsi a qualcuno, lo psicoterapeuta.

Molto spesso il cambiamento spaventa più del malessere. Nelson Mandela diceva che “ciò che ci spaventa di più è la nostra luce e non le nostre ombre”. Si preferisce vivere con disagio per timore che le cose possano cambiare e chissà come sarebbe uscire da quella situazione, questo pensiero spesso crea ansia ancor di più che il malessere in sè.

Le persone compiono molti tentativi per lenire il proprio malessere e utilizzano delle tentate soluzioni di auto cura che però, molto spesso, alimentano la problematica e non aiutano la persona ad ottenere il miglioramento auspicato.

Alcuni disturbi, poi, possono essere i responsabili della compromissione della volontà di curarsi, provocando l’isolamento della persona.

I dati dell’OMS ci dicono che i disturbi psicologici, in particolare i disturbi d’ansia e depressione, sono in grande aumento.

Entro il 2020 la depressione sarà la seconda malattia più diffusa dopo le malattie cardiovascolari.

La scelta di andare o meno dello psicologo è una scelta delicata e importante. Può voler dire mettere in discussione la propria stessa identità, guardando in modo nuovo se stessi e tutto ciò che è stato fino a quel momento, Relazioni familiari, dinamiche e intrecci relazionali. Sicuramente l’idea e la paura di poter stravolgere la propria vita attiva un angoscia maggiore di quella che spesso smuove la persona a chiedere aiuto. Tuttavia quanto potrebbe essere più doloroso non prendersi cura di sè e rimanere ancorati a situazioni a ruoli e dinamiche velenose.

Stare bene, benissimo, è possibile senza che nulla di brutto possa accadere! Il cambiamento è possibile! E nulla cambia se il paziente per primo non è deciso a cambiare e ad evolvere!

Rendetevi liberi/e di essere voi stessi/e!

“Sentì il bisogno di cercare subito un ponte, una connessione, un riferimento, tra sé e quello che gli stava, muto, nell’anima”


Dott.ssa Alessandra Celentano

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Genitori imperfetti

La differenza tra una madre buona e una cattiva non sta nel commettere errori, ma in ciò che si fa degli errori commessi.
D.W. Winnicott

Diventare genitori porta cambiamenti rivoluzionari, il senso di autoefficacia viene costantemente messo alla prova. Sono moltissime le domande che affollano la mente di un neo genitore. Una tra tutte è, come essere un buon genitore, come far crescere il proprio figlio/a sicuro di sé, felice e libero/a nel mondo? Sicuramente un elemento fondamentale che aiuta le persone a sentirsi bene, ed è trasversale per tutte le fasi di vita, è l’autostima.

L’autostima si può definire come la considerazione e la valutazione che si fa su se stessi. Essa è fondamentale poiché consente un adeguato riconoscimento delle proprie competenze e capacità. Una buona autostima conferisce al soggetto la capacità di affrontare e agire in modo efficiente di fronte alle sfide basilari della vita.

Molti stati di disagio psicologico riflettono una carenza di autostima basata su una valutazione negativa di sé. Quando accade la persona rivela un senso di inadeguatezza non utilizzando nel modo migliore le sue potenzialità e innescando un meccanismo di fallimenti.

Ad esempio secondo Beck (1967) le autovalutazioni negative sono una componente fondamentale nei disturbi depressivi e fanno sì che il soggetto si senta inadatto alle relazioni intime, non meritevole e sperimenti una serie di sconfitte che lo portano a senso d’impotenza e depressione.

Sembrerebbe che la relazione del bambino con una figura di riferimento disponibile affettivamente consenta al bambino di sviluppare un’immagine di sé positiva (autostima) e di costruire quelli che Bowlby chiamava “modelli operativi interni” (Bowlby, 1980), schemi di aspetti affettivi e cognitivi costruiti grazie alle relazioni primarie, quelle con i genitori. Quindi Il legame che il bambino sperimenta precocemente in questa relazione con l’adulto di riferimento, modellerà i successivi legami, poiché l’individuo, nel momento del contatto con l’altro, porta con sé tutto il bagaglio delle esperienze precedenti.

Nasciamo come esseri relazionali e come tali siamo forniti di un set di comportamenti per stimolare l’adulto a risposte di accudimento e protezione. Dunque, nei primi anni di vita il bambino sviluppa la propria identità in base alla relazione positiva o negativa instaurata con le figure di accudimento e il modo di valutarsi avviene in età molto precoce e si forma in base all’interazione con l’ambiente (Stern,1985).

Detto questo care mamme e cari papà non temete, non esiste la perfezione, ma solo genitori accoglienti e consapevoli.

Probabilmente vi starete chiedendo Come i genitori possono sostenere uno sviluppo positivo dell’autostima del proprio figlio/a? Favorendo un attaccamento sicuro, quindi garantendo l’ascolto dei bisogni fondamentali e dando sostegno emotivo consentendo al bambino di sviluppare la convinzione di essere amato e amabile.

Winnicott, che noi mamme amiamo e ringraziamo profondamente per averci liberato dal senso di colpa e dall’inarrivabile perfezione, per uno sviluppo sano e indipendente del bambino/a auspica a una madre “sufficientemente buona”.

La madre sufficientemente buona si prende cura del suo bambino/a supportandolo/a e contenendolo/a con ansie e preoccupazioni ma trasmettendogli/le sicurezza e amore sintonizzandosi sui suoi bisogni.

La sicurezza interiore e il senso di autostima richiedono la capacità di integrare due bisogni: il bisogno di essere se stessi e il bisogno di appartenere.

Quindi L’essere autonomo nella relazione, il divenire in grado di allontanarsi dalla famiglia sono strettamente connessi al senso di fiducia in sé, e ciò è più facile se si ha avuto una madre responsiva e non invasiva o invischiante. Da una buona esperienza di appartenenza si sviluppa una funzionale capacità di autonomia.

Più Contenete e condividete momenti e giochi con i vostri figli/e da piccoli più saranno in grado di andare liberi nel mondo da adulti.

Dunque ascoltate i vostri figli/e dando loro sempre la possibilità di esprimere le emozioni qualunque esse siano. Utilizzando un educazione empatica il soggetto può diventare protagonista attivo delle proprie relazioni e della propria vita riconoscendo le proprie caratteristiche personali e percependosi come persona competente e in grado di gestire la propria vita.

Dott.ssa Alessandra Celentano

 

– Anderson E, Redman G; Rogers C. (2001), Come sviluppare l’autostima del bambino, TEA Milano.
– Beck A. T. (1977), Cognitive Therapy and Emotional Disorders, International Universities Press, New York.
– Bowlby, J. (1980), Attaccamento e perdita, vol.3: La perdita della madre, Bollati Boringhieri, Torino 1983.
– Bowlby, J. (1988), Una base sicura, Cortina, Milano 1989.
– Giusti, E; Testi A. (2006), L’autostima Sovera Multimedia, Roma.
– Winnicott D. W. (1965), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1968.

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La storia del pianista impossibile e della creatrice di macchine per abbracci

Il musicista era alto 97 cm e pesava 27 chili, a causa dell’osteogenesi imperfetta.

Il musicista, alto 97 centimetri e 27 kg di peso, è Michel Petrucciani e tutto questo non gli ha impedito di diventare uno dei più ‘grandi’ pianisti e compositori di jazz.

La sua è stata una vita tanto luminosa, che lo portò ad esibirsi sui palchi di tutto il mondo, quanto dolorosa: il pianista infatti era affetto da osteogenesi imperfetta, una rara malattia congenita conosciuta anche come sindrome dalle ossa di vetro o di cristallo, che priva le ossa del calcio necessario per poter sostenere il peso del corpo e che impedisce la crescita.

Gli ostacoli per lui rappresentavano l’occasione di perfezionarsi “Ma sono sicuro che se non ci fosse stata la musica mio fratello avrebbe lasciato qualcosa in un altro campo. Lui voleva vivere, prima di tutto. L’obiettivo era cercare un senso, capire qualcosa del mondo: da dividere poi con gli altri.” (Petrucciani L.)[1]

Data la sua particolare statura, infatti, smise di usare il pedale di risonanza – quello che permette alle corde di continuare a suonare anche dopo che non si tiene più premuto il tasto – e questa scelta lo portò a costruire un proprio stile inimitabile e precisissimo e a realizzare delle note davvero incredibili.

Le persone non comprendono che per essere un essere umano non è necessario essere alti un metro e ottanta. Ciò che conta è ciò che si ha nella testa e nel corpo. Ed in particolare ciò che si ha nell’anima“.
Michel Petrucciani

Le vite delle persone famose che hanno incontrato nella loro esistenza la disabilità hanno avuto la possibilità del racconto, la parola ha rappresentato una possibilità di uscire dal processo di marginalizzazione.

Il filosofo francese M. Focault, in uno scritto riguardante gli internati di Parigi, scriveva del resto delle persone: “Tutte queste vite destinate a passare al di sotto di qualunque discorso e a sparire senza mai essere dette, non hanno potuto lasciare delle tracce, brevi, incisive, spesso enigmatiche, che nel punto del loro istantaneo contatto con il potere”.

Nella prospettiva strategica il linguaggio, la modalità particolare e unica con cui ciascuna persona costruisce la realtà, è centrale, perché genera pratiche discorsive e fatti che hanno un potere di influenza molto forte nei percorsi di carriera delle persone.

Per capire la disabilità come esperienza, come cosa vissuta, abbiamo bisogno di ben più che di “fatti” medici per quanto questi siano necessari per determinare l’intervento. Le nostre esperienze devono esprimersi con le nostre parole. […..] E’ vitale insistere sul diritto a descrivere le nostre vite, la nostra disabilità e prendersi gli spazi e le occasioni per poterlo fare” (S. Brisenden, 1986).

E’ molto importante pulire il luogo della narrazione del sé dai vincoli del linguaggio specialistico: “Anche nel campo della disabilità ci si trova di fronte allo stesso problema: l’emergere del linguaggio medico-specialistico che classifica le persone disabili, le descrive attraverso i loro deficit e diventa la forma esclusiva, mettendo sotto silenzio le vita dei disabili. In questo senso la disabilità può essere interpretata anch’essa come la follia, un’assenza di opera, in quanto entrambi sono linguaggi che tacciono, che non si narrano né si manifestano” (M. Focault, 1961).

La prospettiva strategica guarda al linguaggio specialistico come l’espressione di un particolare punto di vista, una particolare “percezione”, che non ha caratteristiche assolute o definitive; è una prospettiva che integra le diverse pratiche discorsive (specialistica, della persona e della famiglia) con l’obiettivo di costruire un tessuto narrativo che sostenga sia i movimenti di autonomia che quelli di dipendenza, entrambi fondamentali per un processo di crescita e maturazione individuale.

Alcune pratiche inclusive, invece, generano marginalizzazione perché facendo leva sul concetto di abilismo, sono alla ricerca di supporti e risorse per garantire l’inserimento: il riadattamento è l’approccio di una cultura che cerca di controllare il processo di identificazione, il suo obiettivo è l’identità, quel livello di simbiosi e confusione in cui si azzera la pluralità.

A diciotto anni Temple Grandin si costruì una macchina per gli abbracci, perché aveva visto che le mucche diventavano mansuete dentro la gabbia di contenimento del veterinario: due assi di compensato che si stringevano dolcemente ai lati di una panca rappresentarono per lei una possibilità di calmarsi e le fecero conoscere quel mondo animale che ha rappresentato il suo contesto di lavoro.

La Grandin ritiene che la sua mente autistica rappresenti un vantaggio per lei, perché le consente di cogliere dei particolari, invisibili agli altri: “Bene, nel mio lavoro col bestiame, ho notato un sacco di piccole cose che gran parte della gente non nota e che fanno impuntare il bestiame”.

Il contributo più importante della tradizione di pensiero strategica è proprio questa: la valorizzazione delle caratteristiche individuali, l’abbandono di una modalità di osservazione dell’altro secondo rigide categorie sano/malato, normale/anormale, l’abbraccio con quella curiosità, che secondo Bateson, non ci restituirà il potere come ricompensa, ma la bellezza.

Il mondo avrà bisogno di tutti i tipi di menti che lavorino insieme. Dobbiamo lavorare per sviluppare tutti questi tipi di menti” (T. Grandin).

Dott. Andrea Stramaccioni

 

Bibliografia e Sitografia:

  1. Grandin T., Il mondo ha bisogno di tutti i tipi di mente, Tedtalk;
  2. Medeghini R., Valtellina E., (2006), Quale disabilità? Culture, modelli e processi di inclusione, Franco Angeli Editore, Milano;
  3. [1] https://www.tempi.it/michel-petrucciani-un-gigante-dell-umano-che-cercava-un-senso

 

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Che cos’è la felicità?

Spesso me lo chiedono i miei pazienti e non sempre è facile rispondere o meglio far capire cosa sia.

Il dizionario ci dice che la felicità è lo stato di chi è felice, l’emozione di chi ritiene soddisfatto ogni suo desiderio, è collegata alla gioia, alla soddisfazione completa.

Per provare questa emozione così importante per il benessere personale servono due condizioni: saper desiderare qualcosa e saper raggiungere quel qualcosa per trarre soddisfazione da questo risultato.

Raggiungere la felicità comporta quindi avere delle competenze personali che non sono innate ma si acquisiscono durante le esperienza di vita ed è qui che nasce il problema e la mia riflessione.

Spiegare cosa sia la felicità e come raggiungerla è impresa assai ardua se difronte abbiamo persone che non sanno cosa voglia dire desiderare qualcosa perché si è avuto tutto troppo facilmente e velocemente, o persone che annoiate dalle vita per l’assenza di emozioni condivise osservano scorrere i giorni senza sapere cosa farne.

La notizia che fa clamore è che all’università di Yale il corso più frequentato quest’anno, con numeri da record, è il corso sulla felicità promosso dalla docente di psicologia Laurie Santos. Fa clamore perché scopriamo che dietro quei ragazzi, che vediamo imbambolati dietro un monitor o chiusi in camera dentro una realtà virtuale, c’è in realtà il sospetto che si stiano perdendo qualcosa di importante e forse il bisogno di capire come raggiungere questa felicità.

Cercare questa spiegazione attraverso la frequenza di un corso è una soluzione che stanno tentando ma che ci dice che sono mancate delle guide attendibili prima, nella fase di crescita, e che ne hanno un grande bisogno.

Scopriamo che hanno bisogno di felicità. Questo è un dato prezioso per gli educatori di oggi che non possiamo lasciar cadere nel vuoto ma cogliere come monito.

L’OMS ci segnala per l’ennesima volta che la depressione è aumentata del 20% negli ultimi dieci anni e sono numerose le ricerche che sostengono che sempre più giovani manifestano disturbi della personalità, carenza di attenzione, svogliatezza, ansia, manie ossessive. Questo disagio dilagante trova espressione nel fenomeno dei NEET “not (engaged) in education, employment or training“, ossia tutte quelle persone fra i 16 e i 35 anni non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione.

Per contrastare questo disagio dilagante alcune strade andrebbero percorse prima che questo mondo giovanile perda totalmente la speranza e si ritiri per sempre dalla vita reale.

Sarebbero utili interventi di rieducazione affettiva ed emotiva che consentano alle persone di tornare a confrontarsi con gli altri e con sé stessi, imparando a conoscere le proprie modalità relazionali.

Servono delle guide capaci di essere d’esempio, di motivare verso la ricerca dei propri sogni e desideri. Dei problem solver in grado di trasferire le proprie competenze sociali e relazionali a questi giovani disorientati ma ancora alla ricerca della felicità.

La nostra associazione IIRIS, da sempre impegnata nel contrasto al disagio adolescenziale e familiare, proprio in questo periodo sta lanciando un progetto dedicato alla sviluppo delle proprie potenzialità e alla realizzazione dei propri sogni.

Partiremo con i TSocial Gruop si tratta di un gruppo di supporto che si pone l’obiettivo di far conoscere alle persone il proprio stile relazione attraverso il confronto con momenti esperienziali (outdoor) e di riflessione (in door) per aiutarle ad uscire dall’isolamento e dal mondo virtuale, per rientrare in contatto con gli altri e con le proprie emozioni. Questa è la prima fase, insieme costruiremo il resto.      

Essere felici è possibile, ma bisogna imparare a farlo perché anche la felicità è un progetto.

Dott.ssa Mastrantonio

   

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Una società e una scuola senza bambino: come costruiamo l’infelicità dei nostri figli e delle nostre figlie

L’adulto deve rinunciare anzitutto ad essere verbalmente e praticamente il despota cui il bambino deve obbedienza con la pretesa che la mente infantile si formi secondo un piano stabilito a priori.

Maria Montessori

Qualche mese fa il Miur aveva reso noto che, a seguito di un censimento, nella nostra scuola si contano 186.803 alunni con Dsa.

A tal proposito, come si legge su Il Fatto Quotidiano, l’ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna, ad esempio, attraverso un’indagine ad hoc sul suo territorio ha ottenuto risultati perfettamente coerenti con l’andamento nazionale: nell’arco di quattro anni nella regione l’incremento del numero di segnalazioni è stato del 139%, si è passati da 10.526 casi nell’anno scolastico 2012/2013 a 25.135 dello scorso anno. A Rimini l’aumento nell’arco di tempo sopra descritto è stato persino pari al 623% alle superiori ma anche a Ferrara e a Forlì ha superato il 300% di incremento.

Questo incremento va di pari passo con quello delle diagnosi di autismo o di disturbi vari dello sviluppo, una vera e propria epidemia che sta colpendo i bambini italiani, coerentemente con i dati europei e americani.

La risposta offerta a questa epidemia è la sempre maggiore precocizzazione dell’intervento, pediatri, neuropsichiatri infantili e operatori scolastici sono impegnati in una corsa folle alla diagnosi, che ricorda tanto da vicino le atmosfere del 1984 di George Orwell.

E’ sufficiente che un bambino esprima una qualsiasi forma di diversità da quanto stabilito dalla norma, affinché si attivino interventi “ortopedici” e di correzione; il movimento stesso del bambino, la sua naturale tensione a spostarsi nell’ambiente in maniera libera è oggetto dallo sguardo inquisitore dei novelli Torquemada: ADHD è la sentenza, Ritalin la cura.

Tutto questo avviene purtroppo con l’avvallo della comunità degli psicologi, la comunità a cui appartengo, che si fa strumento di questa repressione costruendo lenti sempre più sofisticate di controllo sociale.

momenti chiave di questo processo dialettico che trasforma significati soggettivi, culturali (intesi come espressione di una cultura in un determinato momento) in dati di fatto oggettivi e condivisi (in fatti, processo di fattualità) sono:

  • esteriorizzazione: momento in cui gli attori sociali attraverso le loro attività creano le dimensioni sociali come ad esempio la definizione di rigide regole relative ai requisiti o prerequisiti;
  • oggettivazione: fase nella quale gli individui, attraverso il linguaggio, oggettivano la realtà come ordinata e preordinata, capaci di imporsi sugli elementi indipendenti dell’individuo; non è il contesto che deve adattarsi al bambino ma il bambino al contesto
  • interiorizzazione: fase in cui, attraverso la socializzazione, viene legittimato l’ordine istituzionale, è la fase nella quale gli individui fanno propria la realtà precedentemente oggettivata.

In questa maniera la realtà si costruisce come ontologicamente naturale, la conseguenza è quella che Goffman ha definito come la carriera morale del malato mentale, in cui il bambino, attraverso le sue interazioni con un mondo adulto che ha necessità di normalismo, aderisce a questa visione di potere, sostanziando attraverso i suoi comportamenti una necessità di aiuto.

L’esteriorizzazione del problema del bambino ha una notevole presa su queste famiglie. Benché generalmente il problema venga definito come interno al bambino, tutti i componenti della famiglia ne sono influenzati, e spesso, si sentono sopraffatti, scoraggiati e sconfitti. In vari modi considerano l’esistenza del problema e i loro falliti tentativi di risolverlo come una critica a sé stessi, una critica reciproca oppure alla loro relazione. La persistenza del problema, e il fallimento delle misure correttive, serve a confermare, per i componenti della famiglia, la presenza di qualità o attributi personali e relazionali negativi (M. White, pag. 34)”

Come sottolinea Winnicot, il bambino può cogliere lo sguardo rivolto verso di lui come irrigidito, morto freddo e assente, in questa maniera anche il mondo diventerà chiuso, impenetrabile e distante; questi bambini vengono descritti dallo stesso Winnicot con la capacità creativa atrofizzata, perché la madre o, ampliando la nostra visuale chiunque se ne prenda carico o cura, non hanno saputo restituire lo “sguardo”, bambini e adolescenti poi che guardano ma che non si vedono.

Il nostro impegno pedagogico dovrebbe essere di mettere al centro del processo educativo lo sviluppo del mondo interiore del bambino, avendo come meta la formazione di individui in grado di autodeterminare la propria esistenza; attualmente al centro del processo educativo c’è l’uniformità dello sviluppo alle tappe.

La necessità di uniformare ci sta facendo perdere di vista il bambino, la bambina e le sue sofferenze, i quali crescendo diventeranno adolescenti con alle spalle già una carriera di normalizzazioni da neuropsichiatria infantile, psicologia, logopedia: un vero e proprio curriculum dell’anima malata.

“Le storie che le persone costruiscono della loro vita non determinano soltanto il significato che attribuiscono all’esperienza, ma anche quali aspetti dell’esperienza vissuta vengono selezionati per l’attribuzione del significato.

Come sostiene Bruner (1986a), non è possibile che i racconti includano tutta la ricchezza della nostra esperienza vissuta l’esperienza di vita è più ricca del discorso. Le strutture narrative organizzano e danno significato all’esperienza, ma ci sono sempre sentimenti ed esperienze vissute che non sono espressi pienamente nella storia principale (p. 143). (M. White, pag. 35)”.

Penso che recuperare la dimensione vitale dell’infanzia significhi proprio liberarla dalle catene di una psicologia intesa come ortopedia dell’anima, significa aprirsi alla complessità dell’esperienza dello sviluppo con lo sguardo aperto alle differenze, intese non come scostamenti, ma come arricchimenti.

In conclusione, potremmo utilizzare le parole e le azioni di una grande uomo e una grande donna che si sono occupati con cura di bambini: Maria Montessori e John Bowlby.

Il più grande obiettivo per una persona che si occupa di bambini è poter dire: i bambini stanno lavorando come se io non esistessi, sosteneva Maria Montessori; Questo obiettivo ispirativo dovrebbe essere accompagnato dallo stile relazionale che mirabilmente Bowlby indica: «Se una palla è scivolata in un buio passaggio un bambino può essere spaventato nell’andare a recuperarla, ma se io dico – guarda, sto venendo con te! – egli sarà più sicuro» (Bowlby, 1990, 163).

Siamo pronti a scendere insieme dentro questo passaggio buio?

Dott. Andrea Stramaccioni

Bibliografia dell’intervento:

  • Bowlby J. (1990). John Bowlby, MD: interview by Leonardo Tondo. Clin. Neuropsych., 8, 2, 159-171, 2011;
  • Goffman E. (2010), Asylums, Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Einaudi Editore;
  • Montessori M. Il Metodo della Pedagogia Scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei Bambini, Città di Castello, Casa Editrice S. Lapi, 1909 (in Italia con accrescimenti e ampliamenti II edizione 1913, III edizione 1926, IV edizione 1935, V edizione 1950 con il titolo La scoperta del bambino);
  • White M. (1992), La terapia come narrazione. Proposte cliniche, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini;
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Molestie al Tasso, la psicologa Mastrantonio: "I prof devono essere educatori"

Lo scandalo degli sms hot: “Ho vinto il concorso, ho diritto ad insegnare”
di Diana Maltagliati

Battute sessiste alle alunne ed sms hot: la polemica contro il professore di storia e filosofia del liceo Tasso non si ferma, nonostante la sospensione dall’insegnamento fino alla fine dell’anno scolastico.

Maurizio Gracceva, accusato di molestie da 4 sue allieve che raccontano di centinaia di messaggi a sfondo sessuale e di chiamate continue, è il classico insospettabile. Amante della pittura e “amico” dei suoi studenti, si è sempre dimostrato disponibile con gli alunni, secondo i racconti che trapelano dalle aule scolastiche. Le attenzioni morbose rivolte ad alcune studentesse, però, hanno creato un vero e proprio scandalo, d’altronde il Tasso è uno degli istituti superiori più rinomati di Roma.

Secondo una delle vittime, la questione sarebbe dovuta rimanere riservata, invece il nome del professore è finito su tutti i giornali, coinvolgendo anche i due figli e la moglie, preside dell’Istituto Manin.

Al ritorno a scuola dopo le vacanze di Natale, i ragazzi raccontano di non aver discusso in classe della questione: le lezioni si sono svolte regolarmente, unico assente il professor Gracceva.

Eppure alcune parole dell’insegnante, presunto molestatore, hanno scatenato l’indignazione di tanti. Dopo aver mandato sms parlando di sesso e viagra alle studentesse che hanno mostrato i messaggi ricevuti su Whatsapp, il prof ha reagito alle accuse e alla sospensione dall’insegnamento affermando: “… una cattedra non capita così per caso, è conseguenza di concorsi vinti, un diritto che resta inalienabile, che non può essere cancellato da qualche frase d’effetto detta da Tizio e Caio”.
Parole che fanno trapelare la sua sicurezza di trovarsi nel giusto o forse il suo non riuscire a comprendere del tutto quali siano le responsabilità di un insegnante.

Francesca Mastrantonio, psicoterapeuta con decennale esperienza in psicologia scolastica e Presidente dell’IIRIS ha commentato: “Colpisce il fatto che, di fronte alle proteste degli studenti che hanno minacciato barricate nel caso di suo rientro a scuola, abbia preferito sottolineare che un vincitore di cattedra, uno che ha vinto un concorso, non possa essere privato così facilmente dei suoi diritti di lavoratore”.
Secondo la dottoressa Mastrantonio, essere insegnate è “qualcosa in più” rispetto alla mera competenza accademica e ne ha voluto parlare con Affaritaliani.it.

Ci spieghi meglio: qual è il grande errore del professore implicato nella vicenda?

Sicuramente spicca la difficoltà del professore di comprendere il significato che c’è dietro il ruolo dell’insegnante perché nelle sue affermazioni il prof tende a rimarcare che il suo ruolo è stato assegnato con un concorso vinto, quindi ha tutti i diritti di rimanere al suo posto, sottovalutando tutto l’ambito relazionale di un insegnante e il rapporto che costruisce con i propri allievi. Non è solo una questione di cattedra, non gli viene chiesta solo una competenza tecnica, ma anche una responsabilità sulla sua funzione educativa.

Il prof ha negato che i messaggi contenessero avance. Quando si può parlare di molestie?

Si parla di molestie quando vengono fatte delle avance non gradite tanto da mettere a disagio la ricevente. E non solo quando non vengono gradite, ma soprattutto quando vengono fatte in contesti in cui la persona che le subisce ha minore possibilità di rifiutarle e di sottrarsi al ricatto esercitato da chi le fa, abusando del suo ruolo. Ovviamente qui ci troviamo in una situazione simile. C’è infatti una disparità di poteri che impediscono alla persona di poter esprimere il suo dissenso liberamente. Un professore ha un ruolo importante agli occhi della studentessa.

Un professore può essere legittimato a parlare di sesso con i propri allievi?

Se un professore di filosofia parla di sesso con gli studenti bisogna capire con che fine lo fa. Lo fa con una finalità pedagogica? Queste conversazioni erano private, quindi per quale motivo un adulto e a maggior ragione un professore avrebbe dovuto affrontare certi argomenti coi suoi studenti? Ovviamente il rapporto allievo-professore è un rapporto estremamente complesso e delicato. Come sottolinea la moglie stessa del professore indagato è molto importante non confondere i livelli. E questa attenzione è responsabilità dell’adulto che ha più competenze nella gestione della relazione e sa – o dovrebbe sapere – quanto si possa creare confusione se si inseriscono argomenti di questo tipo. L’adulto deve gestire al meglio questa relazione senza creare equivoci e difficoltà. In questo caso c’è stata quanto meno una sottovalutazione del professore che ha inserito argomenti fuori l’area di sua competenza.

Le allieve coinvolte sono quattro, quindi non si può pensare che il professore si fosse invaghito di un’alunna in particolare. Allora si tratta solo di un gioco di potere?

Si tratta sempre di un gioco di potere quando questi temi e questi argomenti emergono in una situazione in cui c’è una disparità di poteri. La stessa cosa avviene quando il capo al lavoro assume un certo tipo di comportamenti con le sue collaboratrici o collaboratori. La vittima non si sente libera nel rifiutare o nel reagire a certi comportamenti che possono essere non graditi. Il ruolo dell’insegnante è il ruolo anche di maestro e di educatore. È un aspetto che non va mai sottovalutato in questo lavoro. Nella mia esperienza ci sono insegnanti che hanno saputo lasciare un ricordo meraviglioso nei loro alunni. Sono persone che vivono il proprio lavoro come una vocazione e lasciano un segno positivo nella vita dei propri studenti. Non si può sottovalutare il peso che questo ha nella vita di un bambino o di un ragazzo in crescita.

Come si possono evitare queste situazioni? Si potrebbe fare un’indagine psicologica nei confronti dei professori prima che assumano il proprio ruolo?

Non credo. Non può esserci un’indagine continua. Questi problemi sono legati al libero arbitrio. Poi quando succede qualcosa di simile sono il preside e il ministero che devono prendere provvedimenti. La cosa importante probabilmente è aiutare gli studenti attraverso dei corsi e una formazione specifica a discernere le situazioni e a reagire e difendersi. Così si può evitare che questi comportamenti proseguano in un clima di silenzio.

 

Fonte: http://www.affaritaliani.it/roma/molestie-al-tasso-la-psicologa-mastrantonio-i-prof-devono-essere-educatori-518466.html

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