IIRIS, un fiore per Amatrice

L’Associazione IIRIS – Istituto Integrato di Ricerca e Intervento Strategico in collaborazione con il Kiwanis Club Bergamo Orobico Onlus, interverrà a sostegno dei giovani di Amatrice.

Il progetto “IIRIS, un fiore per Amatrice” è rivolto a tutta la popolazione di Amatrice e frazioni, colpita duramente e dolorosamente dal sisma nel 2016.

La finalità del progetto è offrire percorsi di recupero dallo shock post-trauma subito, offrire spazi in cui rielaborare l’esperienza vissuta e il nuovo percorso di vita. Verrà quindi fornito un supporto psicologico alla popolazione al fine di favorire il recupero e/o lo sviluppo di risorse personali necessarie a sviluppare la resilienza.

 

 

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OPEN DAY: OTTOBRE-NOVEMBRE-DICEMBRE

Gli Open Day sono dedicati a studentesse/i e laureate/i in Psicologia e Medicina.

Gli eventi sono gratuiti ed è richiesta l’iscrizione che è possibile effettuare telefonando al numero 06/45445779 o inviando una e-mail all’indirizzo info@istitutostrategico.it

Per coloro che partecipano ai nostri eventi è previsto uno sconto del 20% sulla quota d’iscrizione del primo anno di scuola di specializzazione.

 

16 Dicembre 2017 – ore 10.30/12.30

L’approccio strategico in azione
Proporremo una panoramica degli ambiti applicativi più interessanti di questo periodo storico per la figura dello psicologo:

  • Ambito scolastico
  • Ambito della riabilitazione
  • Ambito giuridico
  • Ambito della progettazione
  • Ambito dell’emergenza

RELATRICI E RELATORI

Dott.ssa Francesca Mastrantonio – Psicologa, Psicoterapeuta, Sessuologa, Presidente IIRIS e Direttrice didattica dell’Istituto Strategico – Scuola di Specializzazione in psicoterapia Strategica.
Dott. Andrea Stramaccioni – Psicologo, Psicoterapeuta, Vicepresidente IIRIS, Didatta e Supervisore Istituto Strategico.
Dott.ssa Vera Cuzzocrea – Psicologa giuridica e Psicoterapeuta, Giudice Onoraria presso il Tribunale per i minorenni di Roma, Vicepresidente di PsicoIus – Scuola romana di psicologia giuridica, Comitato dicenti Istituto Strategico.

Dott.ssa Vania Vona – Psicologa, Psicoterapeuta, Consulente Organizzativo, Comitato Docenti Istituto Strategico.

Dott.ssa Lucia Bernardini – Psicologa, Psicoterapeuta, Coordinatrice Didattica e Docente Lumsa, UCSC e Università Cattolica del Sacro Cuore, collabora con il Servizio Day Hospital di Psichiatria Clinica e con il Servizio “Dipartimento Emergenza e Accettazione” del Pronto Soccorso del Policlinico A. Gemelli di Roma.

 

07 ottobre 2017 ore 10.30/12.30
Primo colloquio psicologico
Il primo colloquio psicologico è la forma di consulenza e trattamento più frequente e proprio per questo può essere considerato indipendente dall’intervento e autonomo dal percorso terapeutico successivo. L’obiettivo principale è offrire alla persona una comprensione nuova del suo disagio e delle strategie necessarie per avviare dei cambiamenti. L’Open day offrirà la possibilità di definire il colloquio secondo il modello della Terapia Strategica nella sua forma più evoluta, delineare quali sono le fasi che lo caratterizzano, quali sono gli obiettivi e come è possibile stabilirli e l’importanza del processo.

RELATRICI E RELATORI
Dott.ssa Francesca Mastrantonio – Psicologa, Psicoterapeuta, Sessuologa, Presidente IIRIS e Direttrice didattica dell’Istituto Strategico – Scuola di Specializzazione in psicoterapia Strategica.
Dott. Andrea Stramaccioni – Psicologo, Psicoterapeuta, Vicepresidente IIRIS, Didatta e Supervisore Istituto Strategico.

 

21 Ottobre 2017 – ore 10.30/12.30
Gli interventi in ambito “psicologico giuridico”
L’open day presenterà i temi centrali delle lezioni previste nel programma didattico della scuola e offrirà spunti per capire come lavorare nell’ambito giuridico.
Nello specifico saranno approfonditi i vari ambiti della psicologia giuridica:

  • sviluppi disciplinari e aree applicative (psicologia del benessere, psicologia delle dipendenze, psicologia investigativa e della testimonianza: l’ascolto protetto in ambito penale di presunte vittime vulnerabili, etc.);
  • la psicologia dei provvedimenti e degli interventi collegati alle decisioni giudiziarie (approcci riparativi, contesto carcerario, giustizia, etc.);
  • la psicologia delle situazioni problematiche e a rischio in età evolutiva (bullismo, abuso e maltrattamento all’infanzia e all’adolescenza etc.);
  • la psicologia dello sviluppo e delle relazioni familiari e le norme a tutela della persona minorenne; la psicologia nei contesti formativi.

RELATRICI E RELATORI
Prof.ssa Patrizia Patrizi – Psicologa Giuridica, Psicoterapeuta, Ordinaria di Psicologia sociale e giuridica presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Sassari, Presidente di PsicoIus, Comitato Scientifico Istituto Strategico.
Dott. Gian Luigi Lepri – Psicologo Giuridico, Psicoterapeuta, Giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Roma, Assegnista di ricerca in pratiche riparative – Università degli Studi di Sassari, Vicepresidente di PsicoIus – Scuola romana di psicologia giuridica, Comitato dicenti Istituto Strategico.

 

18 Novembre 2017 – ore 10.30/12.30
Strategicamente in coppia
Affronteremo il delicato e interessante lavoro con la coppia. In quanto psicoterapeuti il lavoro con la coppia è molto frequente e insieme vedremo come gestire un colloquio di questo tipo, quali gli aspetti salienti da tenere in considerazione, come gestire una comunicazione efficace con la diade.

RELATRICI E RELATORI
Dott.ssa Francesca Mastrantonio – Psicologa, Psicoterapeuta, Sessuologa, Presidente IIRIS e Direttrice didattica dell’Istituto Strategico – Scuola di Specializzazione in psicoterapia Strategica.
Dott. Andrea Stramaccioni – Psicologo, Psicoterapeuta, Vicepresidente IIRIS, Didatta e Supervisore Istituto Strategico.

 

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Sedersi sullo sgabello di Dio: il terapeuta come facilitatore attivo dei processi di cambiamento

Tutta quella città…non se ne vedeva la fine….. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore Su quella maledettissima scaletta…era molto bello, tutto…e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema col mio cappello blu
Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino ……
Non è quel che vidi che mi fermò
E’ quel che non vidi
Puoi capirlo, fratello? È quel che non vidi…lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città
c’era tutto tranne
C’era tutto
Ma non c’era una fine. Quel che vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.
Ma se tu
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni e miliardi milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita
Se quella tastiera è infinita non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una a scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n’è
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A
viverla…
Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E’ un viaggio troppo lungo.
E’ una donna troppo bella. E’ un profumo troppo forte. E’ una musica che non so suonare.
Perdonatemi. Ma io non scenderò.
Lasciatemi tornare indietro.
…….Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia
vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui
dicevo addio. Non sono pazzo fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci.
(Novecento. Un monologo di A. Baricco Testo usato anche per il film: “La Leggenda del Pianista sull’Oceano” di G. Tornatore).
Nei tasti del pianoforte Novecento trova conforto di fronte al disordine dell’esistenza: sempre gli stessi ottantotto, ed è con questo numero finito di note che visita gli infiniti mondi che gli occhi dei passeggeri suggeriscono. “Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare”.
Come esplorare tutte le combinazioni dell’esistenza se queste possono nascere da infinite variabili? “Se quella tastiera è infinita, allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Tu sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio. Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade. Ce n’è a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla”.
Il mondo è uno strumento troppo vasto per essere suonato senza il timore di impazzire. Novecento torna così a vivere in uno spazio confinato per fuggire il caos e l’ignoto.
Siamo spesso Max come terapeuti, siamo quella minoranza a cui si chiede di adattarci, ci viene spesso detto “Io non scenderò” perché abbandonare la nave significa perdere il controllo illusorio dei duemila desideri da prua a poppa, perché dobbiamo convincere le persone a sedersi nello sgabello di Dio e suonare un pianoforte con un milione di tasti, scegliere una strada, una donna da amare e un modo per morire.
Come generiamo questa apparente follia? Come si può eseguire l’inatteso?
Posso eseguire un’istruzione che è già disponibile, non qualcosa che non solo non c’è, ma neppure è atteso o previsto.
Max non riesce a convincere l’amico a scendere dalla nave che stava per essere esplosa mentre quotidianamente cerchiamo di generare quel cambiamento che rende possibile completare il percorso sulla scaletta ed affrontare la vita, abbandonare il regno illusorio del definito per abbracciare la realtà della indefinitezza.
Ci possono guidare tre aspetti relativi al costrutto cambiamento in psicoterapia, che non lo esauriscono sicuramente ma che rappresentano tre stelle guida in questo viaggio:

  1. Il cambiamento è un processo non lineare;
  2. Il cambiamento investe sempre e comunque un sistema;
  3. Il cambiamento possibile si innesta all’interno della fase del ciclo vitale della persona, famiglia o gruppo.

Il costrutto di un cambiamento non lineare e l’ipotesi di quale ruolo possa avere un terapeuta può essere sintetizzata così: “Questa impostazione, qui estremamente schematizzata per ragioni di spazio, ha portato a dei mutamenti significativi nella descrizione del processo terapeutico. La contrapposizione terapista-agente-di-cambiamento/paziente-difensore-della-stabilità viene a cadere. Si riconosce che il paziente ha in sé stesso la possibilità di trasformarsi. Il terapista non controlla, ne può governare il processo evolutivo che avviene comunque per salti discontinui. Il terapista è soltanto un elemento che favorisce il processo. Si assiste anche ad una riconcettualizzazione di nozioni quali crisi, sintomo, disagio e altre analoghe che, anziché espressioni di rottura di un equilibrio vengono considerate espressioni di una fase di transizione verso un diverso equilibrio. In questo quadro il concetto di resistenza non viene neanche criticato: viene ignorato. Tutto questo ha una ripercussione significativa sul modo di leggere gli eventi in terapia. L’approccio prevalente, da strategico, diventa evolutivo: la terapia è sempre più concepita come un processo graduale composto di fasi successive, ognuna delle quali costituisce un nuovo equilibrio a partire dal quale il terapista opera allo scopo di impedire o bloccare l’instaurarsi di meccanismi retroattivi ripetitivi tendenti al circolo vizioso (Elkaim, 1981).” (Fruggeri L. Dalla individuazione di resistenze alla costruzione di differenze. Riflessione sui processi di persistenza e cambiamento in psicoterapia, Psicobiettivo, X(3), 1990, pp. 29-46).
Una storia, più volta ripresa da P. Watzlawick, ci viene in aiuto con la forza esplicativa che le narrazioni hanno, per comprendere la natura non lineare del cambiamento: siamo nel 1334 e Margareta, contessa del Tirolo, soprannominata Maultasch, cioè “bocca larga” (un’elegante perifrasi dell’epoca per dare della prostituta a una signora) per aver ripudiato il marito, vuole impadronirsi del castello di Hochosterwitz, in Carinzia. Ma non può prenderlo d’assalto.
Hochosterwitz, ben fortificato e collocato in cima a una rupe, è inespugnabile: l’unica possibilità è cingerlo d’assedio, contando sul fatto che i difensori si arrenderanno per fame.
Ma è una scelta logorante per tutti. Quando le provviste del castello finiscono e alla guarnigione restano un solo bue e due sacchi di orzo, anche l’esercito assediante se la sta passando male: le truppe sono stanche, scoraggiate e insubordinate. Senza contare che le esigenze strategiche di Margareta imporrebbero di spostarle altrove.
È a questo punto che il comandante del castello dà l’ordine disperato di far macellare il bue rimasto, di riempirgli la pancia con l’orzo e di buttare la carcassa giù dalla rupe, in campo nemico.
Si tratta di uno sberleffo tanto inatteso quanto potente: gli assedianti immaginano che il castello abbia ancora tante vettovaglie da potersi permettere di bombardarli di cibo, si perdono d’animo e rinunciano a proseguire l’assedio[1].
Quello che Max avrebbe dovuto fare per aiutare Novecento a scendere dalla nave ed affrontare il complesso intreccio di vicoli che è la vita è l’utilizzazione della stessa logica paradossale che sostiene il sintono (se non cambio ho il controllo) riorientandone il senso in maniera tale che la stessa forza che sostiene il sintomo viene rivolta contro il disturbo.
Ma tutti viviamo in ecosistemi che a loro volta vivono in ecosistemi: la sola tecnicalità non basta se non si possiede una visione.
La non linearità del processo di cambiamento è legata anche alla natura profondamente sistemica del suo modello epistemologico: nel modello strategico evoluto ritroviamo infatti le tesi fondamentali della teoria sistemica:

  1. I sistemi sono costituiti da parti che sono in relazione tra loro;
  2. Il  cambiamento di una parte implica necessariamente un cambiamento in tutte le altre;
  3. I sistemi tendono all’equilibrio (omeostasi);
  4. I sistemi mantengono un equilibrio tra periodi di stabilità e periodi di cambiamento.

L’interazione tra l’individuo e il sistema si basa sulla reciprocità: gli individui influenzano i sistemi e a loro volta ne sono influenzati e in un’ottica evolutiva ne deriva che “le caratteristiche di una persona oltre ad essere il prodotto dello sviluppo ne sono anche indirettamente i produttori”.
Pensare in ottica sistemica vuol dire adottare una serie di accorgimenti: non isolare le singole idee o i processi che si vogliono esaminare; non spezzettare sistemi complessi e unitari in singoli enti o frammenti di processi più generali; e, infine, cercare di cogliere le connessioni, le interdipendenze e le emergenze tra le diverse epistemologie che solo congiuntamente contribuiscono a definire gli oggetti della nostra conoscenza.
Il compito del terapeuta è quello di osservare la natura di questa interazione reciproca, perché, come dice Bateson “ Noi studiosi delle scienze sociali faremmo bene a tenere a freno la nostra brama di controllare questo mondo che comprendiamo in nodo così imperfetto. I nostri studi dovrebbero essere invece ispirati a un principio più antico ma oggi poco onorato: la curiosità per il mondo di cui facciamo parte. Il premio di questo impegno non è il potere, ma la bellezza” (Bateson G., pag. 315).
I vari sistemi sono anche interdipendenti tra loro in quanto si influenzano a vicenda, quindi Lo sviluppo non è qualcosa che “accade” semplicemente all’individuo, ma è un processo dinamico, interattivo che coinvolge tutti i livelli dei sistemi di una società.
Quindi tecnicalità data dalla conoscenza della struttura del disturbo e di cosa la ricerca ci dice funzioni e la visione stereoscopica che ci consente di collocare la persona nel proprio contesto non sono ancora sufficienti a generare un processo di cambiamento, perché niente avviene nel tempo zero.
Il momento evolutivo in cui i due attori si incontrano è fondamentale: quale sfida evolutiva la persona sta affrontando? Come questa sfida evolutiva si connette con quella che noi come terapeuti stiamo affrontando? Qual è il pattern che le connette?
Nelle relazioni diadiche, infatti, ogni comportamento messo in pratica da uno qualunque dei due protagonisti deve essere compreso come una forma di “auto-etero regolazione reciproca” della coppia e solamente nel momento in cui un terapeuta accetta questa perdita di controllo riesce a percorrere quella scaletta che tanto spaventa il novecento che suona al nostro studio.
Nella metafora offerta da Baricco, possiamo quindi trovare la risposta alla nostra domanda, quella risposta che avrebbe potuto offrire una alternativa al nostro Novecento, quella visione eretica che avrebbe rappresentato una vera esperienza emozionale correttiva: nel tentativo di tollerare l’indefinitezza che la vita ci offre continuamente, possiamo scegliere di vivere all’interno di una nave guidata da altri oppure prenderci una patente nautica, costruirci una barca a vela e prendere effettivamente il controllo del tragitto di vita che vogliamo fare.
Siamo noi che decidiamo verso quale porto dirigerci (se cambio ho il controllo della direzione).
Bisogna essere aperti allo stupore per ciò che può esserci dietro l’angolo. La strada non finisce mai. Dietro l’angolo c’è sempre un’altra idea, una strada o cose da fare, una persona che ti aspetta. Per questo non bisogna rinunciare, ma utilizzarsi sempre.

Bibliografia

  1. Bateson G. (1977),“Verso un’Ecologia della Mente”, Adelphi, Milano;
  2. Elkaim M., (1981), “Non equilibrio, caso e cambiamento in terapia familiare”, Terapia Familiare, 9, 101-112.;
  3. Fruggeri L. (1990), “Dalla individuazione di resistenze alla costruzione di differenze. Riflessione sui processi di persistenza e cambiamento in psicoterapia”, Psicobiettivo, X(3),  pp. 29-46;
  4. Tornatore G., (1999), “La Leggenda del pianista sull’oceano”, Gremese Editore, Roma.
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PRESENTAZIONE del progetto Slidinglife – 15 settembre 2017

Presso la sede dell’Associazione IIRIS in Viale Oceano Atlantico 13, Roma.

Slidinglife è un progetto che prevede la creazione di una piattaforma dedicata a tutte le persone che si sono separate o divorziate, che sono in fase di separazione di divorzio, o che stanno affrontando la difficile scelta se separarsi o divorziarsi. Attraverso questa piattaforma le persone potranno trovare il/la libero/a professionista che fa al proprio caso: avvocati/e, psicologi/he, mediatori/trici familiari, ecc. L’IIRIS partecipa al progetto in quanto referente dell’area psicologica. L’evento vede la partecipazione dell’avv. M. Arena.

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Perché abbiamo la paura della paura del giudizio?

Ben oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un campo.
Ti aspetterò laggiù”.
J. Rumi

Faremo un viaggio insieme, un viaggio di scoperta nell’angolo più buio della nostra mente.

E per intraprendere un viaggio del genere bisogna viaggiare con poco bagaglio, non possiamo essere appesantiti da opinioni, pregiudizi e conclusioni, tutto quel vecchio ciarpame che abbiamo messo insieme nel corso della nostra storia.

Iniziate dimenticando tutto quello che sapete su voi stessi, dimenticando tutto quello che avete pensato di voi; cominceremo come se non sapessimo niente di noi stessi, cercando di arrivare alle radici della nostra paura più grande.

Ogni viaggio necessita di una storia e secondo L. Wittgenstein, filoso e logico austriaco (1889 – 1951) le storie vissute sono episodi d’azione condivise, cioè esse rinviano sempre alla presenza di un altro, e quindi di un contesto relazionale che le storie raccontate non rendono immediatamente interpretabile, nonostante sembra esserci un significato evidente alla nostra portata.

Ciò significa che nessun individuo viaggia mai da solo, come vorrebbe la distinzione naturalistica tra soggetto e oggetto, bensì è abitato dalla relazione in cui è vissuto, quindi si riferisce sempre ad episodi di azioni condivise con l’altro.

Sulla porta della parte più buia della nostra mente troviamo un’etichetta linguistica abusata ma sconosciuta, logora ma utilizzata in maniera superficiale, da tutti rifiutata ma iper-usata: il giudizio.

L’etimologia della parola giudicare è da ricondurre al latino judĭcare, derivazione di judex = giudice. Judex deriva dall’unione di ius + decs (dicere) cioè colui che dice, che si pronuncia sul diritto. In senso più ampio, giudicare significa valutare, stimare, esprimere un’opinione.

Il giudizio è infatti uno dei ponti più potenti e distruttivi della relazione tra le persone: gli aggettivi caratterologici giudicanti, le parole che utilizziamo per racchiudere l’esperienza dell’altro in relazione con noi, secondo Bateson, definiscono le caratteristiche fondamentali di una relazione.

Nel definire una parte della relazione, gli aggettivi caratterologici determinano necessariamente anche l’altra e questo è l’aspetto fondamentale e generativo di questo lavoro, il suo costrutto centrale: essere libera/o implica che esista anche una/o schiavo/a; “giocare sporco” implica la percezione di un qualche tipo di pulizia.

Ad esempio, pensate a qualcuno con cui faticate a comunicare o una situazione che non comporta una interazione costruttiva.

Ora immaginate di essere in un grande teatro.

Guardate il modo di comportarsi di questa persona sul palcoscenico, il suo modo di muoversi, di usare la voce e trovate una parola che ne descriva il comportamento: potremmo utilizzare termini dal vocabolario caratterologico, ad esempio egocentrica, aggressiva, narcisista.

Ora fate un respiro profondo e sul palcoscenico vedrete voi stessi mentre interagite con quella persona: siete uno spettatore terzo, un osservatore neutrale.

Notate il vostro comportamento sul palcoscenico: quale parola utilizzereste per voi stessi in movimento? Probabilmente se l’altro è narcisista voi sarete dipendenti o timidi.

Ora possiamo cominciare a vedere il nostro contributo alla danza reciproca nella definizione del sé, una danza basata sulla ricerca di posizioni discorsive consensuali: cerchiamo nel giudizio quello spazio tempo verbale che ci consente di mantenere una relazione stabile con l’altro o con l’idea che abbiamo di noi stessi.

Il giudizio assolve alla funzione di ritrovare il controllo riferendoci a canoni socialmente accettabili e ritornando dentro l’alveo di quella divisione naturalistica soggetto – oggetto così tanto tranquillizzante, funziona come un meccanismo di omeostasi ma contiene anche un elemento di minaccia.

Siamo vicini alla comprensione della natura più profonda di questa paura della paura; abbiamo però la necessità di fare un passo indietro per comprendere quello che abbiamo davanti.

Dobbiamo salire su una nave spettrale, la nave dei folli, la stultifera navis, creazione letteraria ispirata al ciclo degli Argonauti, navi il cui equipaggio di eroi immaginari, di modelli etici, o di tipi sociali s’imbarca per un grande viaggio simbolico: il grande mito dell’esclusione degli alienati e della loro derisione che il filosofo M. Focault ha così brillantemente descritto nella sua storia della follia.

E’ qui che la grande paura si palesa: ciò che ci spaventa realmente è che il giudizio rappresenta un tentativo di azione sulla relazione, una azione che mira alla esclusione.

Il tema del giudizio diventa così inestricabilmente collegato a quello della esclusione, siamo spaventati dalla possibilità che gli altri possano osservarci e indicarci come alieni, estranei, con un chiaro effetto di allontanamento.

Il piacere di condannare. […] Il piacere di esprimere una sentenza negativa è sempre inconfondibile. È un piacere duro e crudele, che non si lascia sviare da nulla. La sentenza è solo una sentenza quando viene pronunciata con una sorta di temibile sicurezza. Essa ignora indulgenza e precauzione. È presto trovata; ed è perfettamente coerente con la sua natura proprio quando scaturisce senza ponderazione. La passione che essa tradisce si collega alla sua rapidità. Le sentenze incondizionate e rapide fanno sì che il piacere si dipinga sul volto del sentenziante. […] Ci si arroga in tal modo il potere di giudice. Ma solo apparentemente il giudice sta nel mezzo, sul confine che separa il bene dal male. In ogni caso, infatti, egli si annovera tra i buoni. La legittimazione del suo ufficio si fonda soprattutto sul fatto che egli appartiene inalterabilmente al regno del bene, come se vi fosse nato. Egli sentenzia in continuazione. La sua sentenza è vincolante. Ci sono soggetti ben determinati sui quali è chiamato a giudicare; la sua vasta conoscenza del bene e del male deriva da una lunga esperienza. Ma anche coloro che non sono giudici, che nessuno ha incaricato di giudicare, che nessuna persona di buon senso incaricherebbe di giudicare, si arrogano continuamente il diritto di pronunciar sentenze su ogni argomento, senza alcuna cognizione di causa. Quelli che si astengono dal sentenziare poiché se ne vergognerebbero, si possono contare sulle dita. La malattia del condannare è una delle più diffuse tra gli uomini: in pratica, tutti ne sono colpiti.” (pag.1340 – 1431).

Di conseguenza, quello che ci spaventa del giudizio, più che il suo contenuto, è la sua natura fortemente pragmatica, di azione sulla relazione: “A questo proposito vorremmo che fosse chiaro fin da ora che usiamo i termini comunicazione e comportamento praticamente come sinonimi: perché i dati della pragmatica non sono soltanto le parole, le loro configurazioni e i loro significati (che sono i dati della sintassi e della semantica), ma anche i fatti verbali concomitanti come pure il linguaggio del corpo” (Watlawick P., pag.13).

Pensiamo, ad esempio, al valore e al potere della diagnosi in psichiatria e psicoterapia.

Una diagnosi rappresenta un’etichetta posta da un osservatore con l’obiettivo di oggettivare l’esperienza relazionale avuta, esprime un profondo bisogno di sicurezza, poiché questa operazione è un modo per non osservare, per sfuggire all’ansia dell’intersoggettività.

Quale è allora la via di uscita di questa malattia che colpisce tutti gli uomini?

Carl Rogers sosteneva che la tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione, ma è dalle parole di Stanisław Jerzy Lec (1909 – 1966), scrittore, poeta e aforista polacco che possiamo trarre ispirazione per questo piccolo lavoro sul giudizio: Ci saranno sempre degli esquimesi pronti a dettare le norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura.

Mutuando il titolo di un recente libro di Guido Catalano, ogni volta che giudichi qualcuno risorge un nazista.

Dott. Andrea Stramaccioni

 

Bibliografia

  1. Canetti E., (1990) Massa e potere, trad. it. di F. Jesi, in Id., Opere, a cura di G. Cusatelli, Bompiani, Milano, vol. I;
  2. Catalano G., (2017) Ogni volta che mi baci muore un nazista, Rizzoli Editore, Milano;
  3. Foucault M., (2011) Storia della follia nell’età classica, RCA libri s.p.a., Milano;
  4. Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., (1971) Pragmatica della comunicazione umana, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma;

Sitografia

  1. www.kainos.it/numero9/ricerche/deconciliis-sulgiudizio.html;
  2. https://it.wikiquote.org/wiki/Stanisław_Jerzy_Lec.
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La bussola e la mappa: strumenti di viaggio e indicatori di trattamento

Una importante domanda che uno/a specialista dovrebbe continuamente porsi durante il suo lavoro è se il trattamento che sta proponendo sta andando bene o sta incontrando degli ostacoli.

Da psicoterapeuta strategica, rigorosamente legata agli obiettivi terapeutici e alla promozione di cambiamenti, sento costantemente la necessità di monitorare l’andamento del trattamento che offro. Per fare questo credo che bisogna partire da una buona pianificazione della terapia che si vuole proporre.

La pianificazione del trattamento è uno degli aspetti più complessi nel lavoro terapeutico, si costruisce in conformità a dei presupposti teorici da cui si sviluppano delle tecniche operative specifiche, sulla base di quanto lo/la psicoterapeuta ha osservato durante l’interazione clinica (R.B. Makover, 1999).

Il trattamento della psicoterapia strategica è basato sul risultato ossia il miglior risultato possibile raggiungibile dal nostro paziente. Tende, in poche a parole, ad avere uno sguardo alla fine del periodo di terapia per individuare il miglior risultato.

Questo si costruirà da una serie di fattori che sono parte imputabili al/la paziente, come la motivazione al lavoro, le risorse psicologiche ed economiche e parte imputabili al/la terapeuta, alla sua abilità di gestire la relazione, alla sua flessibilità e capacità di usare le tecniche a sua disposizione.

Sappiamo bene che nessun approccio psicoterapeutico è migliore di altri, sono tutti efficaci, nel trattamento quindi ciò che può fare la differenza è la qualità della relazione terapeutica, ossia quella particolare capacità del/la terapeuta di saper gestire questa relazione, saperla armonizzare con le tecniche in suo possesso per favorire nel/la paziente un processo dolce e graduale di persuasione verso il cambiamento. In questa lotta tra teorie, approcci, e tecniche chi vince è solo colui o colei che sa entrare in contatto emotivo con i bisogni delle persone, sa come usare le tecniche e le teorie in suo possesso per far cambiare le persone e sa quale specifica direzione prendere per dar loro quel sollievo che cercano.

Come ci ricorda Haley un/a bravo/a terapeuta è chi sa accogliere il dolore della persona, ma sa anche come farla cambiare per superare quel dolore.

La fase di pianificazione di un trattamento diventa per questo motivo centrale nella psicoterapia perché consente di ideare, seppur su base ipotetica, la strada che il/la paziente dovrebbe percorrere per raggiungere uno stato di benessere, le tappe da toccare per giungere alla sua meta, quindi i mezzi da utilizzare per arrivare alle singole tappe.

Quando penso alla pianificazione di un trattamento mi viene in mente la pianificazione di un viaggio il cui territorio (il percorso terapeutico) è pressoché sconosciuto, ma che possiamo conoscere attraverso i mezzi che più facilmente ci consentono di esplorarlo sulla base delle sue caratteristiche specifiche.

Una buona pianificazione di questo viaggio prevede la definizione di una meta chiara da raggiungere al fine di ridurre nei viaggiatori (entrambi i protagonisti della psicoterapia, specialista e paziente, che si apprestano ad intraprendere questo cammino sconosciuto) il rischio di perdersi in quel territorio e ottimizzare al contrario le risorse e i tempi del viaggio.

La meta è l’obiettivo concordato con il/la paziente durante il primo colloquio. Non si esaurisce però in esso. Seppur l’obiettivo concordato non deve essere mai messo in secondo piano, abbinato a questo saranno presenti dei sotto-obiettivi, ossia quei traguardi intermedi che sono necessari per raggiungere la meta e dei meta-obiettivi, ossia quei progressi insiti in una psicoterapia evolutiva senza i quali probabilmente non è possibile godere appieno di questo viaggio e, soprattutto, assicurarsi che il cambiamento cercato resti costante nel tempo.

Sappiamo che quando i cambiamenti non sono consolidati il sintomo può cambiare forma, spostarsi. In questo caso purtroppo il nostro intervento solo all’apparenza produrrà il cambiamento sperato, ovvero non saremo arrivati alla meta. Il consolidamento del cambiamento si avrà solo quando le risorse del/la paziente saranno tali da non aver più bisogno del sintomo, per questo è utile lavorare anche sui meta-obiettivi. Il raggiungimento dei sotto-obiettivi insieme ai meta-obiettivi garantirà l’efficacia del trattamento.

Sono proprio questi meta obiettivi gli indicatori di trattamento, la bussola, attraverso i quali è possibile capire a che punto del tragitto ci troviamo.

Ovviamente nonostante una buona pianificazione del viaggio sappiamo che un grado di incertezza rimarrà sempre. Purtroppo, i fattori che incidono sui tempi e sulla qualità dell’itinerario sono molteplici e incontrollabili, perché attengono anche alle scelte dell’altro viaggiatore per cui sarebbe illusorio e ingenuo pensare di avere in tasca la soluzione. A fronte di ciò sappiamo però che un viaggio ben pianificato consente di ridurre i tempi di attesa e i margini di errore, e garantisce ai viaggiatori la possibilità di affermare parafrasando M. Erickson che “non ci vorrà un giorno di più di quello che è necessario”.

Ciò che consente allo/a psicoterapeuta di ipotizzare un buon programma di viaggio è la sua capacità di osservazione dell’interazione clinica. L’osservazione è, infatti, il metodo principale che utilizza lo/a terapeuta in tutto il processo della psicoterapia. Una osservazione concentrata sui microcambiamenti comportamentali, percettivi, relazionali ed affettivi degli attori coinvolti.

Questi microcambiamenti, capaci di diventare indicatori di cambiamento, si possono individuare già dalle prime fasi del trattamento e consentono al clinico di ottenere numerose informazioni sulla persona che ha richiesto il colloquio, sulla relazione che si sta strutturando tra i due compagni di viaggio, sulla motivazione al colloquio e sull’andamento della terapia.

Il focus osservativo è sui cambiamenti, non solo del sintomo, ma anche:
– dello stile relazionale e comportamentale del paziente,
– dello stile esplicativo degli eventi,
– del modo in cui il paziente utilizza le difese.

In questa sede non ci concentreremo sui cambiamenti del sintomo, di cui la terapia strategica ha fornito ampie ed esaustive spiegazioni, ma ci soffermeremo su questi altri tre aspetti, altrettanto utili a capire l’andamento della trattamento e che in questa sede definiamo come: indicatori del cambiamento nel processo clinico.

Essi infatti possono essere contemporaneamente la meta da raggiungere, ma anche la bussola dell’intero viaggio.

Costituiscono il meta-obiettivo che risiede dietro ogni sforzo psicoterapeutico, ma assumono anche il ruolo di segnalare l’andamento evolutivo del processo clinico, essendo dei risultati attesi, dei passaggi obbligati in una psicoterapia evolutiva. Se ci soffermassimo solo sul cambiamento del sintomo perderemmo di vista quei passaggi importanti del nostro viaggio, godendo solo del risultato e tralasciando il processo di crescita individuale che la psicoterapia può offrire.

Immaginiamo il nostro percorso:

I ___x____x____m___x____x___x___m__x___m__x______ O

Dove per I intendiamo l’inizio, il primo colloquio, in cui il problema era cristallizzato e ingestibile, per O maiuscola intendiamo l’obiettivo concordato che si declina nel superamento del problema e l’acquisizione di abilità tali da rendere il sintomo definitivamente non può necessario. Con le x minuscole individuiamo i sottobiettivi e i con le m minuscole i meta-obiettivi che riteniamo necessari attraversare per arrivare alla O.

Avremo in questo modo una “mappa” chiara da seguire che ci aiuterà anche a capire i mezzi specifici da utilizzare (prescrizioni, tecniche strategiche, tecniche provenienti da altri approcci, ecc.).

Questo sguardo attento alle tappe da attraversare influenza positivamente il suo senso di efficacia del trattamento e consentirà ad entrambi i viaggiatori di capire quando saranno arrivati all’obiettivo per iniziare a lavorare sulla chiusura del trattamento.

1. Stile relazionale del paziente

Iniziamo con il primo indicatore che attiene allo stile comportamentale e relazionale del paziente. Prende in considerazione la modalità con cui la persona interagisce con gli altri e attiene allo stile di comunicazione e al livello di differenziazione del sé. Un buon percorso di psicoterapia dovrebbe migliorare questi due fattori.

1.1. Stile di comunicazione

La comunicazione definisce la relazione, sappiamo infatti che la gran parte dei messaggi oltre ad avere la funzione di trasmettere un contenuto (notizia) espongono anche una richiesta all’altro (comando) (Gulotta, 2008). È questo secondo aspetto che attiene alla relazione tra i comunicanti, il contesto in cui ha luogo la comunicazione servirà a chiarire ulteriormente la relazione. Porre attenzione all’aspetto di relazione della comunicazione attiene alla capacità di metacomunicare, requisito fondamentale della comunicazione efficace, ed è anche strettamente collegato alla consapevolezza di sé e degli altri (Watzlawick et al., 1971).

Solitamente i paziente non hanno dimestichezza con gli aspetti relazionali insiti nella comunicazione. Sperimentarli in terapia porta i paziente a migliorare sia la comunicazione sia i rapporti con le persone vicine. Inoltre, si assiste ad un miglioramento dello stile di comunicazione che può passare da uno stile comunicativo Aggressivo/passivo versus uno assertivo.

1.2. Differenziazione del sé

Strettamente correlato al precedente è il fattore inerente il grado di differenziazione del sé.

Con il termine differenziazione si allude al processo con il quale si sviluppa un sé chiaramente differenziato pur rimanendo in stretto rapporto con coloro che si amano. Indica una competenza acquisita nel gestire le emozione con le persone vicine. Differenziarsi significa bilanciare due forze vitali: il bisogno di individualità e quello di vicinanza. La differenziazione è la capacità di mantenere il senso del sé quando si è emotivamente e fisicamente vicino agli altri. Consiste nella capacità di esprimere se stessi e le proprie opinioni pur essendo in legame profondo con qualcuno che la pensa diversamente da noi (Schnarch, 1997).

Implica l’aver abbandonato dinamiche di dipendenza o di controdipendenza con le figure di riferimento e l’aver sviluppato un sé autonomo, ossia capace di differenziarsi nonostante ci sia un profondo legame affettivo con l’altro. All’opposto la fusione emotiva indica una insufficiente separazione che porta ad una perdita di individualità e di autenticità (ibidem) che si esprime con eccessiva adesività o oppositività al pensiero dell’altro.

Nella relazione terapeutica può essere utile concentrarsi su questo fattore quando per esempio si lavora con le prescrizioni. Eludere una prescrizione, in taluni casi, può essere l’indicatore di una maggiore autonomia del paziente dall’opinione del terapeuta, quindi un buon segnale di efficacia del trattamento, e non esclusivamente una resistenza al cambiamento.

2. Lo stile esplicativo

Quando si parla di stile esplicativo si fa riferimento alla modalità che le persone adottano per spiegare gli eventi che capitano loro. Questo aspetto è stato ampiamente studiato da Seligman (1990) in occasione delle sue ricerche sull’ottimismo.

Lo stile esplicativo è caratterizzato da tre dimensioni cruciali: la permanenza, la pervasività e la personalizzazione. La permanenza è una dimensione che spiega gli eventi in termini temporali del tipo sempre o mai. Spiegare un evento negativo con una dimensione di permanenza tende a dare un senso di impotenza maggiore nella persona.

La pervasività riguarda invece lo spazio che occupa un evento. Gli eventi possono essere spiegati come universali, altri come specifici di un centro ambito.

La personalizzazione indica la tendenza delle persone a spiegarsi gli eventi come attribuibili a se stessi.

Seligman ci dice che le persone che tendono a spiegare gli eventi in modo permanente, pervasivo e personalizzato sono quelle che più di altre tenderanno ad avare una visione pessimistica della vita e ad incorrere più facilmente in una depressione.

All’inizio della psicoterapia i pazienti tendono a cadere in questa visione negativa cui si accompagna un senso di impotenza determinato dall’aver fallito nel tentativo di superare il problema da soli.

Seligman ha dimostrato che attraverso la psicoterapia le persone possono migrare verso uno stile temporaneo e imparare a credere che molte cose che le colpiscono possono essere modificate. La terapia può generare cambiamenti nella modalità di spiegare gli eventi e soprattutto può favorire la tendenza ad assumere un senso di responsabilità nella propria vita. Questa modalità di spiegare gli eventi favorisce la resilienza negli individui.

Secondo Michael Rutter (1985), la resilienza è la capacità di svilupparsi in modo accettabile a dispetto di uno stress o di un’avversità che comporta il rischio di un esito negativo.

Si tratta quindi non solo della resistenza ma anche del superamento delle difficoltà. Comporta, per la persona sottoposta a pressioni, la possibilità di proteggere la sua integrità, di costruirsi e aprirsi delle vie malgrado le difficili circostanze.

La resilienza può quindi essere considerata come la capacità di affrontare eventi stressanti, superarli e continuare a svilupparsi aumentando le proprie risorse con una conseguente riorganizzazione positiva della vita (Malaguti, 2005).

La capacità di affrontare in modo resiliente gli eventi stressanti è influenzata da alcune caratteristiche personali che possono essere riassunte con la consapevolezza di essere un agente attivo. La consapevolezza è strettamente correlata alla fiducia in se stessi, all’autoefficacia, al locus of control interno, all’ottimismo e alla speranza.

Queste caratteristiche fanno parte del meta-obiettivo della psicoterapia, entrano per cui nel nostro percorso.

3. Meccanismi di difesa

La capacità della persona di percepire, discriminare, mentalizzare e comunicare è influenzata dalla maturità delle difese prevalenti. In un trattamento di psicoterapia evolutivo tra i cambiamenti auspicati rientra anche il passaggio da meccanismi di difesa primitivi (frammentazione, scissione, identificazione proiettiva, negazione, proiezione, acting-out, idealizzazione, svalutazione ecc.) a meccanismi di difesa prevalentemente nevrotici (rimozione, spostamento, intellettualizzazione, razionalizzazione, ecc.) verso meccanismi di difesa maturi (umorismo, anticipazione, sublimazione, autoaffermazione, ecc.) (Lingiardi V., 2009).

Valutare lo sviluppo di questi fattori durante il processo clinico offre al/la clinico/a un’ulteriore indicatore sull’andamento del trattamento.

Secondo la prospettiva strategica un trattamento può essere considerato efficace se giungerà al cambiamento concordato e, aggiungerei, farà in modo che il cambiamento si dimostri consolidato nel tempo. Questo si realizzerà solo se, oltre a favorire il cambiamento iniziale, la terapia offrirà al suo viaggiatore nuove modalità di ottenere ciò di cui si ha bisogno con sistemi più funzionali e costruttivi, senza ricorrere al sintomo. Questo cambiamento, come abbiamo visto, necessita dello sviluppo di modalità relazionali più mature che si identificano nei meta obiettivi sopracitati.

Infatti, quando la psicoterapia lavora non solo sul problema ma anche sulle risorse della persona consente di costruire le abilità che permettono di dialogare adeguatamente con se stessi e affrontare le avversità in modo costruttivo e incoraggiante.

Sono proprio queste risorse, o meta obiettivi, quel faro che permetterà al terapeuta di percorrere la sua strada fra tanti ostacoli, senza perdersi e condurre il suo paziente alla meta del suo viaggio.

 

Bibliografia
Clement U., (2004), Terapia sessuale sistemica, tr. It., Milano, Raffaello Cortina Editore.
Erickson M. H, (1983), La mia voce ti accompagnerà, Roma, Astrolabio.
Gulotta G., (2008), Commedie e drammi nel matrimonio, Milano, Feltrinelli.
Lingiardi V. in Dazzi N., Lingiardi V., Gazzillo F., (a cura di) (2009), La diagnosi in psicologia clinica, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Makover R.B., (1999), La pianificazione dei trattamenti in psicoterapia, Roma, Las.
Malaguti, E. (2005). Educarsi alla resilienza: come affrontare crisi e difficoltà e migliorarsi. Trento, Erickson.
Schnarch D., (1997), La passione nel matrimonio. Sesso e intimità nelle relazioni d’amore, tr. It. Raffaello Cortina Editore, Milano.
Seligman M. E.P., (1996), Imparare l’ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero, Firenze, Giunti ed..
Watzlawick P., Nardone G., (a cura di) (1997), Terapia breve strategica, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Watzlawick P., Bevin J.H., Jackson D.D. (1971), Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio.

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GENNAIO 2018 – Soli per forza. Gruppi di Parola per persone sole

Nella vita di ognuno può essere capitato il momento in cui ci si trova soli per un periodo più o meno lungo. I motivi di questa solitudine possono essere i più vari cercati o subiti come: separazioni, cambiamenti di vita, vita che non cambia, trasferimenti, ecc.. Spesso questi momenti sono accompagnati da sentimenti difficili da gestire come: tristezza, senso d’impotenza a cambiare le cose, sfiducia e solitudine.

Proprio la solitudine, oltre che un sentimento, diventa una condizione da cui si vorrebbe scappare e si trasforma invece nella migliore compagna di vita. Da soli, infatti, si trascorre molto tempo e può essere difficile creare nuove amicizie, incontrare gente, uscire o semplicemente parlare…

Leggi tutto sui “Gruppi di Parole”, inizio a gennaio 2018

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Quanto dura una terapia? ∆S≥0

Il tempo e la sua gestione è uno dei costrutti su cui gli approcci terapeutici si interrogano più frequentemente; quanto debba durare un percorso terapeutico, come affrontare il passato e il presente delle persone in terapia, è parte di un annoso dibattito fatto di domande aperte, che non sembra avere fine.

L’unica cosa di cui siamo sicuri è che esiste un costrutto temporale che chiamiamo passato, attraverso cui ricordiamo che cosa siamo stati, un costrutto temporale che chiamiamo presente, attraverso cui descriviamo la nostra esperienza nel qui ed ora ed infine un ultimo costrutto temporale che chiamiamo futuro, attraverso cui ci proiettiamo a quello che saremo.

Un prima, un adesso ed un dopo.

Questa sicurezza, che ha improntato ed impronta la pratica professionale di intere generazioni di psicoterapeuti, è sbagliata, si tratta di una costruzione mentale che ci serve per affrontare l’angoscia dell’esistere, la stessa emozione che probabilmente si lega al suicidio di colui che comprese questo meccanismo, uno dei tanti suicidi che hanno visto come protagonisti mente geniali e visionarie, quella di Ludwig Bolzman, un paffuto fisico austriaco, sopranominato dalla sua ragazza <<dolce e caro ciccione>>.[0]*

Bolzman sosteneva che la differenza tra passato e futuro si riferisce alla nostra visione sfocata, è un abbaglio e una miopia, perché nelle leggi fisiche che governano il mondo non c’è distinzione tra causa ed effetto, non esiste un passato che determina il presente ed influisce sul futuro: distinguiamo passato e futuro perché osserviamo con occhiali grossolani e sfocati.

L’origine fisica della differenza tra passato e futuro sta’ dentro il disordinarsi naturale delle cose, è la naturale entropia (espresso in maniera sintetica per problemi di spazio,): “Se osservo lo stato microscopico delle cose, la differenza tra passato e futuro scompare. Il futuro del mondo, per esempio, è determinato dallo stato presente, né più né meno di come lo sia il passato. (pag. 36)”.

Il tempo per esempio non scorre in maniera uniforme ovunque: in basso tutto scorre più lentamente che in alto e di conseguenza una seduta di psicoterapia in pianura costa di più che in montagna!.

Noi cediamo spesso alla comune “tentazione della sicurezza”: è il nostro essere propensi a vivere in un mondo di solidità percettiva priva di dubbi, in cui le nostre convinzioni ci portano a credere che le cose sono così come le vediamo, senza alcuna visione alternativa.

La tradizione strategica invece, costruttivista come orientamento epistemologico, ha fatto propria questa maniera rivoluzionaria di pensare al tempo, cogliendone la sua natura potentemente liberatoria: qualsiasi configurazione è possibile in una realtà che è costruita dal soggetto.

H. von Foerster, ad esempio, sostiene che “Quel costrutto concettuale che chiamiamo tempo è……semplicemente un prodotto secondario della nostra memoria la quale in certi casi, può usare “il tempo” come un utile parametro per indicare la sincronicità, o meno, tra due o più sequenze spazialmente distinte”.[1]**

Questa nuova ottica impone di non concepire il conoscere come la rappresentazione oggettiva del modo “la fuori”, ma come una continua attività di produzione, in cui è possibile anche che il futuro determini il passato e viceversa.

La definizione del tempo in terapia, quindi, più che avere a che fare con protocolli rigidi, deve riguardare la percezione condivisa da parte del terapeuta e della persona che richiede aiuto: il tempo è conversazionale, è un metalogo.

La prossima volta che una persona in terapia vi chiederà: “Dottore, quanto dura?” potrete tranquillamente rispondere: ∆S≥0[2]***

 

Dott. Andrea Stramaccioni – Psicologo, Psicoterapeuta

[0] * Rovelli C. (2017), L’ordine del tempo, Adelphi Editore, Milano;

[1] ** Von Foerster H. (1987), Sistemi che osservano, Astrolabio Editore, Milano;

[2] *** ∆S≥0 è l’equazione studiata da Bolzman ed incisa sulla sua tomba.

 

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Gallery dell'evento del 4 Luglio 2017 – Grazie a tutti per la partecipazione

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L’Istituto Strategico – Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Strategica, ringrazia tutti coloro che hanno partecipato all’evento.

Vi aspettiamo a settembre per altre nuove iniziative.

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Foto

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Dott. Gian Luigi Lepri

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Dott.ssa Vera Cuzzocrea

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Prof.ssa Carmen Genovese

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Dott.ssa Elisabetta Gentile

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Prof.ssa Patrizia Patrizi

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Prof.ssa Patrizia Patrizi

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Dott.ssa Francesca Mastrantonio

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Il supervisore, un ignorante consapevole

“Io non sono stato maestro mai di nessuno; soltanto, se c’è persona che quando parlo, desidera ascoltarmi, sia giovane sia vecchio, non mi sono mai rifiutato; […] io sono egualmente a disposizione di tutti, poveri e ricchi, chiunque mi interroghi e abbia voglia di stare a sentire quello ch’io gli rispondo”

Platone, Apologia

Questo lavoro, del vasto e complesso campo della supervisione, intende fornire una suggestione su alcuni elementi distintivi del processo di supervisione secondo un approccio strategico evoluto.
L’intento non è quello, quindi, di delineare, la migliore maniera di fare supervisione, ma semplicemente di descrivere, delineare e suggerire.
Il processo di supervisione classicamente si struttura intorno a queste due differenti modalità:

  1. supervisione focalizzata sul contenuto (che cosa ha questo paziente, come funziona) attiene ad aderenza, competenza e osservanza delle regole di una certa teoria clinica;
  2. la supervisione focalizzata al processo si occupa dei fattori aspecifici, della relazione tra la persona che richiede supervisione e l’altro “paziente” (come sto con lui, perché sto portando questo caso e chiedendo aiuto? Qual è il blocco evolutivo?) e su come il supervisionato sa rapportarsi con il supervisore.

Questi modelli di supervisione stressano e si focalizzano su un unico elemento della relazione terapeutica e delineano due differenti figure di supervisori: l’esperto, che parla dall’alto di una conoscenza esclusa all’altro e il compagno di viaggio, che parla lateralmente nella sua funzione di accompagnatore.
L’immagine che descrive meglio il processo di supervisione secondo una prospettiva strategica evoluta è quella della levatrice: all’interno di un panorama dialogico, permette la nascita di una nuova modalità originale e sentita di pratica terapeutica.
Il supervisore dovrebbe quindi svolgere un’azione maieutica verso le risorse esperienziali della persona che richiede supervisione, valorizzando l’esistente e stimolando visioni nuove e più ampie del rapporto tra il proprio sé personale e professionale.

Le caratteristiche fondamentali di questa modalità di supervisione sono le seguenti prassi:

  1. Massima apertura al confronto con gli altri
  2. Sincero rifiuto di qualsiasi ruolo di “Esperto”
  3. Far “nascere” la verità attraverso il dialogo
  4. Svolgere una funzione di facilitatore nei diversi contesti
  5. Costruire, sollecitare e mantenere attiva una capacità di supervisione interna.

L’idea di fondo è quella di promuovere la diffusione di un’educazione alla capacità autoriflessiva, nei termini di un pensiero critico che attraverso il dubbio, l’interrogazione e la domanda possa avviare processi di riflessione, evitando di chiudersi in visioni rigide e dogmatiche.
“Il punto di partenza di questo calcolo […] è l’atto di distinguere. Con questo atto primordiale noi separiamo le forme che ai nostri occhi sono il mondo stesso. Da questo punto di partenza noi affermiamo il primato dell’osservatore, che traccia distinzioni dovunque gli piaccia. Così le distinzioni, che danno origine al nostro mondo, rivelano proprio questo: le distinzioni che noi tracciamo – e queste distinzioni riguardano più la dichiarazione del punto in cui si trova l’osservatore che non l’intrinseca costituzione del mondo, il quale, proprio a causa di questo meccanismo di separazione tra osservatore e osservato, appare sempre sfuggente. Nel percepire il mondo così come lo percepiamo, dimentichiamo ciò che abbiamo fatto per percepirlo come tale; e quando questo ci viene ricordato e percorriamo a ritroso il nostro cammino, quel che alla fine incontriamo è poco più di una immagine specchiante di noi stessi e del mondo. Contrariamente a quanto di solito si presume, una descrizione sottoposta ad analisi approfondita rivela le proprietà dell’osservatore. Noi osservatori distinguiamo noi stessi esattamente distinguendo ciò che in apparenza non siamo, e cioè il mondo” (F. Varela. A calculus for self.reference, International Jornal of General Systems).

Dott. Andrea Stramaccioni

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