Il lavoro di uno psicologo e la trasformazione di una barriera in una soglia

Concentratevi sulle cose che la vostra malattia non intacca, e non rimpiangete quelle con cui essa interferisce. Non siate disabili nello spirito così come lo siete nel corpo”
Stephen Hawking

Il lavoro di psicologo e di psicoterapeuta nel contesto riabilitativo è uno delle sfide più stimolanti dal punto di vista professionale e personale, perché mette in crisi, stressa i nostri costrutti personali di limite, dipendenza e autonomia e ci obbliga ad uno sguardo nuovo dell’etimo stesso della parola normalità.

L’etimologia della parola normale è da ricondursi al latino norma, sostantivo che indica la squadra (detta anche regola), lo strumento utile a misurare gli angoli retti, da cui normalis = perpendicolare, retto.1

Pertanto, si deduce come l’idea di normalità richiami quella di rettitudine, di esattezza, di regolarità. Ha come sinonimi abituale, comune, consueto, logico, giusto, equo. In medicina è sinonimo di sano, naturale.

Il costrutto socialmente condiviso di disabilità si è strutturato, quindi, intorno a questa idea e le parole menomazione o handicap, usualmente utilizzate, indicavano il valore esclusivo di perdita, mancanza.

In aggiunta l’approccio motivazionale tanto in voga oggi che, soprattutto negli ultimi vent’anni, ha insistito sull’ideale moderno di homo faber per il quale ogni soggetto è tenuto a farsi capitano del proprio destino, ha contribuito alla demonizzazione della dipendenza.

Questo modello, mutuato dalle tecniche psicologiche utilizzate nei gruppi di alcolisti anonimi, si è sviluppato nel corso degli anni novanta e ha dato vita al filone motivazionale, dalla leadership al coaching ai programmi di crescita personale, ovvero a un salto logico dall’idea iniziale di auto-controllo verso quella di auto-motivazione: qualsiasi limite o confine della nostra volontà rappresenta un idolo da abbattere, in onore della nuova religione e del suo Dio pretenzioso, l’autonomia narcisista.

Ciononostante, i cambiamenti culturali e sociali del costrutto di disabilità e di salute hanno determinato la necessità di un cambiamento epistemologico, che, ancora oggi, non è patrimonio di tutti coloro che si occupano di questo tema.

Nel 2001, infatti, l’OMS pubblica un lavoro che già dal titolo indicava una svolta epocale: ICF, International Classification of Functioning, Disability and Health (Classificazione Internazionale del Funzionamento delle Disabilità e della Salute). 2

Rispetto alla prima classificazione dell’OMS che identificava determinati gruppi di persone come disabili, imponendo una separazione chiara tra salute e disabilità e focalizzando l’attenzione sulla dimensione patologica della persona, l’ICF, a favore di un approccio multidimensionale e multi-prospettico, afferma che la disabilità è una componente della salute delle persone e che, a rendere una persona disabile, possono contribuire componenti fisiche, mentali ma anche ambientali.

L’attuale classificazione non è più dunque una classificazione degli “esiti di malattia” come nella precedente versione del 1980, ma è diventata una rassegna delle “componenti della salute”.

Viene in questo modo superato il modello bidimensionale, in cui la disabilità, ponendo fine allo stato di salute, emarginava le persone in un contesto di vita completamente separato da quello degli altri senza disabilità.

Il modello bio-psicosociale attuale ha carattere universale e inclusivo poiché considera la disabilità non più un problema di pochi, ma propone modalità per valutarne l’impatto sociale e fisico sul funzionamento di qualunque persona al mondo.

ICF intende descrivere ciò che una persona malata o in qualunque condizione di salute può fare e ciò che non può fare.

La chiave infatti non è più la disabilità, ma la salute e le capacità residue.

In altre parole si può dire che mentre prima quando incominciava la disabilità, la salute finiva e quindi una persona disabile si veniva a trovare automaticamente in una “categoria separata” (letteralmente etichettata disabile), oggi con l’ICF, abbiamo uno strumento che rovescia radicalmente questo metodo di pensare, misurando le “capacità sociali”.

I punti di contatto tra questa visione nuova della disabilità e l’approccio strategico sono innumerevoli e consentono di fondare una psicologia nuova, ancora oggi troppo patologico – centrica.

Per motivi di sintesi, dovuti allo spazio di questo lavoro (ancora una dipendenza), verranno enucleate alcune definizioni che consentono di mettere in evidenza questo legame tra la tradizione strategica e i nuovi sviluppi nel campo della disabilità.

  1. “L’approccio strategico integrato non è semplicemente una particolare teoria e prassi in campo psicoterapeutico, ma una vera e propria scuola di pensiero su “come” gli essere umani si rapportano alla realtà, o meglio, su come ognuno di noi si relaziona con se stesso, con gli altri e con il mondo. La sua assunzione di base è che la realtà che percepiamo e con la quale ci rapportiamo, problemi e patologie comprese, sia il frutto dell’interazione tra il punto di osservazione assunto, gli strumenti utilizzati, il linguaggio che usiamo per comunicare con tale realtà; non esiste pertanto una realtà “vera” in sé, ma tante realtà quante sono le diverse interazioni tra soggetto e realtà (P. Watzlawick e G. Nardone, a cura di, 1997, pag. XI)”.
  2. “Forse la regola più importante è quella di ignorare il mondo reale nel quale vivono i pazienti, concentrandosi invece sulla loro infanzia, sulle dinamiche interattive e sulle loro fantasie” (Haley J., pag. 92).

Queste due citazioni ci consentono di far emergere tre “castelli erranti di Howl” a cui, come psicologi strategici, dobbiamo far giungere i nostri pazienti:

  1. La disabilità non è una realtà vera in sé, ma è costruita attraverso un linguaggio e un punto di osservazione che possiamo scegliere;
  2. La disabilità è la risultante del rapporto tra la persona ed il contesto in cui vive;
  3. Il limite che ne consegue può essere una barriera invalicabile o una soglia da oltrepassare.

Ci soffermiamo su quest’ ultimo punto, perché è il centro fondante di questo lavoro.

Etimologicamente parlando, il limite ha una origine latina sia nella parola limes, intesa come barriera che impediva l’accesso che nella parola limen, che indica la soglia ed è rivolta sia all’interno che all’esterno, indica una trasgressione, accompagna un movimento di cambiamento.3

Lo psicologo di orientamento strategico ha come stella polare un profondo cambiamento interno nel sistema percettivo reattivo di una persona; il limite deve diventare una soglia attraverso cui sperimento una nuova possibilità di inclusione e partecipazione, il luogo di una ritrovata libertà intesa come aumento delle possibilità di azione “Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi… Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire (Stephen Hawking)”.

Dott. Andrea Stramaccioni

 

Bibliografia del lavoro:

  1. Haley J. (2009), Strateghi del potere, Raffaello Cortina Editore;
  2. OMS, Classificazione internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF), Erickson, Trento, 2001.
  3. Watzlawick P., Nardone G. a cura di (1997) Terapia breve strategica, Raffaello cortina Editore, Collana:  Psicologia clinica e psicoterapia;

Sitografia del lavoro:

  1. www.etimoitaliano.it/2014/07/normale.html;
  2. www.municipio9handicap.it/…/ICF%20Classificazione%20funzionamento%20disabili…
  3. https://www.youtube.com/watch?v=7tYak_tTytQ
  4. 1www.etimoitaliano.it/2014/07/normale.html

 

2 www.municipio9handicap.it/…/ICF%20Classificazione%20funzionamento%20disabili

3 Massimo Cacciari, XXI Congresso Internazionale, Società Italiana di Psicopatologia: Riflessioni su cambiamenti, confini e limiti;

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Rieti, Al via progetto di sostegno psicologico per i giovani nelle aree colpite dal sisma

RIETI – Sarà presentato il prossimo martedì 14 novembre presso la sala riunioni del Coc di Amatrice il progetto “IIRIS – Un fiore per Amatrice”, un progetto di sostegno psicologico per aiutare bambini e ragazzi di Amatrice a superare il trauma post-sisma.

L’iniziativa, a cura di Francesca Mastrantonio, psicologa e psicoterapeuta dell’IIRIS, Istituto Integrato di Ricerca ed Intervento Strategico di cui la Mastrantonio è Presidente, si svolgerà in partnership con il Comune di Amatrice. Alla conferenza stampa saranno presenti i promotori dell’iniziativa insieme ai referenti di Kiwanis Club Bergamo Orobico Onlus, finanziatori della stessa e al Sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi.

Fonte: http://www.ilmessaggero.it/rieti/rieti_terremoto_bambini_psicologia-3364008.html

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Regione Lazio, parla Pirozzi: "Nervosi e rosiconi, io non mollo" – Il Tempo

«Martedì faccio venire qui tutti quelli che si sono innervositi, le mie amiche psicologhe del progetto Iris curano anche il mal di pancia. Dobbiamo stargli vicino a livello psicologico, da sinistra a destra». Quando Sergio Pirozzi si lascia intervistare a candidatura ufficializzata, ha un sorriso che parte da un orecchio e arriva all’altro. Le sei dottoresse in loco, che aiuteranno i cittadini di Amatrice nel difficile percorso di rinascita, «farebbero benissimo – assicura il neo candidato alla Regione – alla carovana di nasi storti, ai professori, ai critici» e, perché no, «ai rosiconi» che contestano la sua corsa, la sua discesa in politica.

Sindaco Pirozzi,tutti le sparano addosso ma lei sembra non aver perso il buon umore. Mentana è stato durissimo, da destra a sinistra non è che abbiano apprezzato i modi e i tempi del lancio della nuova vita…
«Sono molto sereno. La mia candidatura l’hanno voluta i sindaci,le persone comuni. L’hanno chiesta intanti, più di quanto ne possiate imaginare. Si aspettano che venga data voce a questi territori, che a studiare le soluzioni più opportune per rimetterli in sesto sia qualcuno che li conosca davvero, a partire da quelle che sono le loro reali problematiche…

Fonte: http://www.iltempo.it/politica/2017/11/11/news/regione-lazio-parla-pirozzi-nervosi-e-rosiconi-io-non-mollo-1037949/

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Ondata di violenze sessuali, psicoterapeuta: non demonizzare altre culture | Imola Oggi

L’ondata di violenze sessuali ha riportato un clima di paura nelle nostre strade come non avevamo da tempo, quali consigli anche pratici si possono dare alle donne per affrontare questa situazione? Ecco cosa ha risposto ad Ansa Lifestyle la psicoterapeuta Francesca Mastrantonio.

“È periodo contrassegnato da fatti gravissimi che lasciano un segno nell’animo di ogni donna, per sensibilità e per un naturale processo di identificazione che si attiva durante l’ascolto di questi eventi. Di fronte a fatti così efferati scatta la paura che possa capitare anche a noi. Trovare ragioni o spiegazioni diventa una questione di sopravvivenza, finalizzata a ripristinare un senso di sicurezza.

Non cadiamo però nel facile errore di credere che tali violenze capitino solo a “certe” ragazze o solo ad opera di persone molto distanti dalla nostra cultura. Il problema non è demonizzare culture o appartenenze diverse dalla nostra, come troppo spesso emerge dai media, ma capire che chi agisce con prevaricazione e violenza – e spesso i casi sono in famiglia o anche in ambienti di presunta civiltà – è consapevole di farlo su qualcuno, la donna, che fisicamente è più debole.
Tali comportamenti sono atti vili e ignobili che da un punto di vista psicologico sono opera di uomini incapaci di vedere nella donna una persona con una sua identità, un’anima da rispettare. Incapaci, inoltre, di una competenza empatica e di lettura delle emozioni dell’altro. Da un punto di vista sociologico, appartengono ad una cultura maschilista e prevaricatrice che serpeggia ovunque, anche in contesti insospettabili.
Ci sono dei comportamenti da adottare per garantire una nostra maggior tutela e incolumità, data l’inevitabile differenza fisica tra uomini e donne e data la nostra impossibilità di prevedere ogni cosa ci coinvolga. Come da bambine le nostre mamme ci ricordavano di non accettare caramelle dagli sconosciuti, perché questo ci avrebbe esposto a dei rischi, anche da adulte dobbiamo adottare lo stesso buonsenso. Questo significa che è necessario valutare i rischi che si celano dietro alcune situazioni, che siano estemporanee o legate a rapporti preesistenti, e può essere altrettanto utile tenere i nostri personali “sistemi di vigilanza” in allerta quando siamo sole in situazioni isolate e poco controllate o controllabili.

Le Le giovani donne sono forse più a rischio perché sono meno consapevoli dei pericoli , ci sono consigli particolari da dare alle ragazze?
“Sottovalutano i rischi che la città comporta e sopravvalutano la loro capacità di prevedere questi rischi. Specie nella fase adolescenziale le giovani, così così come i giovani, hanno una innata tendenza a mettere alla prova le proprie abilità e capacità al fine di misurare i propri limiti e la propria possibilità di raggiungere l’autonomia. Questa spinta da una parte – dice la Mastrantonio, direttrice didattica dell’Istituto Strategico – Scuola di specializzazione in psicoterapia strategica e Presidente dell’IIRIS – Istituto Integrato di Ricerca ed Intervento Strategico – è la strada attraverso cui sviluppano la loro identità, ma dall’altra le espone a rischi che loro stesse non vedono a causa di una percezione di sé eccessivamente forte e talvolta onnipotente, tipica di questa fase. Questa visione alterata le porta e vedere le esperienza in cui si lanciano come controllabili, misurabili e prevedibili, non hanno ancora sviluppato una piena consapevolezza di sé e dei propri limiti, per cui tendono a sottovalutare la pericolosità di certi comportamenti che nella realtà sono estremamente rischiosi.

Per questo motivo è utile fornire alle ragazze informazioni e formazione sui rischi a cui si espongono nel sottovalutare il pericolo di certi comportamenti. Al tempo stesso sarebbe indispensabile fare formazione sulle contromisure da adottare nel caso in cui ci si trovasse in situazioni di rischio, alcune delle quali riprendono le classiche strategie del buonsenso che dobbiamo recuperare e mai dimenticare, come per esempio: evitare di muoversi da sole nelle ore notturne, sempre meglio essere in compagnia di qualche amica o qualche amico. Se muoversi da sole è inevitabile, è consigliabile accordarsi con qualche amica su un controllo telefonico all’arrivo nel luogo di destinazione. Sempre in questo caso, è utile tenere a portata di mano il telefonino cellulare per poter chiamare in caso di necessità il soccorso o i numeri di emergenza prontamente registrati tra le prime posizioni della rubrica. Consapevolizzarsi del fatto che, quando si è “alzato un po’ il gomito” con alcolici o altro, la percezione della realtà è sempre alterata e lo è anche la capacità di valutare la possibile pericolosità di situazioni in cui ci imbattiamo. In tali casi, dunque, prudenza-extra è d’obbligo e quindi, nel dubbio, sempre meglio non avventurarsi.

Fonte: http://www.imolaoggi.it/2017/09/23/ondata-di-violenze-sessuali-psicoterapeuta-non-demonizzare-altre-culture/

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Amatrice, 14 novembre 2017, conferenza stampa, Iiris presenta il progetto “un fiore per Amatrice”

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L’IIRIS grazie al finanziamento della Kiwanis Club di Bergamo, presieduto da Marisa Elisabetta Fazzina, e insieme al sindaco Sergio Pirozzi e a tutto il suo staff ha dato vita ad un progetto che ci vedrà impegnati nel Comune, colpito dal terremoto, per portare assistenza psicologica ai minori e alle famiglie, con l’obiettivo di sostenere ed elaborare i processi di adattamento al trauma.
Questo lavoro sul campo sarà accompagnato, come nostra metodologia, da un lavoro di ricerca ed elaborazione dei dati, da cui scaturirà una pubblicazione scientifica.
Inoltre saremo lieti/e di coinvolgere nell’attività progettuale i nostri studenti e studentesse poiché riteniamo un’esperienza di questo tipo unica nella valigia di un/una psicologo/a

 

 

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Scuola di specializzazione? Un'utile guida per orientare il processo di scelta

Dopo la laurea che fare?
Dopo aver trascorso cinque e più anni sui libri a studiare finalmente uno studente di psicologia arriva alla laurea e poi?
Il contesto di lavoro di uno psicologo è oggi orientato prevalentemente alla libera professione, difficile sperare in un concorso, eventualità possibile ma remota.
Dovendo orientarsi verso un lavoro da libero professionista è evidente che lo psicologo deve confrontarsi con una grande concorrenza e la sua inesperienza. Per superare questi due limiti numerosi sono i corsi che propongono una formazione in più finalizzata ad entrare nel mercato del lavoro.
In questo ambito si possono quindi scegliere due strade diverse ma utili entrambe, tutto dipende dal proprio obiettivo:

  • si può accedere ad un master professionalizzante
  • oppure accedere ad un corso di specializzazione riconosciuto dal Miur per acquisire il titolo di psicoterapeuta.

Prima di tutto bisogna capire la motivazione che risiede dietro la scelta.
Se ci si vuole avvicinare ad un settore particolare del lavoro di psicologo (giuridico, della riabilitazione, sessuologico, ecc..) per costruirsi una expertise specifica in questo settore allora un Master può essere la scelta giusta.
Se invece, si desidera lavorare sul disagio psicologico e la patologia psichica, se si desidera lavorare in ambito clinico per favorire il benessere individuale, della coppia o dei gruppi e avviare uno studio di psicoterapia, allora la scelta deve necessariamente ricadere in una scuola di specializzazione in psicoterapia.
A far propendere la maggioranze delle persone verso questa scelta sta il fatto che la scuola di specializzazione oltre ad offrire una formazione ampia e completa su questi ambiti, favorisce la costruzione e l’acquisizione consapevole del proprio sé professionale.
Inoltre, le recenti ricerche svolte dal nostro ente previdenziale, l’Enpap, (http://www.enpap.it/news/2016/04/workshop-dedicato-alle-scuole-di-psicoterapia-roma-22-aprile/) evidenziano che gli specializzati in psicoterapia guadagnano il 30% in più degli psicologi.
Una volta che avete superato il primo bivio, si può procedere in questo viaggio.

Ma come scegliere la scuola di specializzazione giusta?
Innanzitutto, le uniche scuole in grado di fornire il titolo di psicoterapeuta sono le scuole accreditate (anche comunemente dette riconosciute) dal MIUR. Ossia quelle scuole che propongono dei corsi di specializzazione che rispettano i criteri di legge previsti dalla 56/89 e il Decreto 11 dicembre 1998, n.509 e succ..
La legge richiede alle scuole numerosi parametri a cui attenersi che non sempre gli studenti conoscono. Inoltre, le scuole propongono nel loro percorso di formazione  aspetti organizzativi e didattici differenti che può essere utile conoscere per orientarsi alla scelta.

Vediamo cosa è opportuno verificare.
Innanzitutto, il potenziale studente dovrebbe porsi con un atteggiamento di curiosità verso la scuola che vorrebbe scegliere, fissare un colloquio e fare quindi domande su tutto ciò che riguarderà la sua formazione. Primo elemento da valutare è la disponibilità della scuola a soddisfare questa curiosità, ad essere trasparente e accogliente verso il suo cliente. Non può bastare cercare queste informazioni su internet, si sta per acquistare un prodotto costoso, che segnerà la crescita professionale del professionista per cui è bene conoscerne ogni dettaglio.
Una recente Survey sui siti della scuole di specializzazione della regione Lazio svolta dal Gruppo di Lavoro Formazione e qualità in psicoterapia dell’Ordine degli Psicologi del Lazio (http://www.ordinepsicologilazio.it/ordine-psicologi-lazio/gruppo-di-lavoro/formazione-e-qualita-in-psicoterapia/la-formazione-alla-psicoterapia-nel-lazio/) ha verificato come tanti siti delle scuole offrano informazioni lacunose e poco chiare su diversi aspetti fondamentali della loro formazione. Quindi la cosa più utile è recarsi alla scuola e fare domande.

Che domande fare?

  1. Chiedere informazioni sul modello teorico di riferimento e le sue applicazioni, quali sbocchi professionali sono adatti per questo modello, quali riferimenti bibliografici ci sono e quali le evidenze scientifiche. Tutto ciò aiuterà a capire quanto sarà possibile adattare le lezioni al lavoro che si farà. Importante sarà verificare anche l’attenzione che la scuola riserva alla ricerca scientifica e alla pratica della psicoterapia, alcune domande possono essere utili: la scuola ha un proprio centro clinico? Viene effettuata ricerca scientifica sui casi?
  2. Raccogliere informazioni sugli aspetti economici: 

Il costo della scuola è uno dei nodi più importanti da districare, capire il costo complessivo per anno e per i complessivi quattro anni è fondamentale. Verificare se la scuola prevede un percorso di psicoterapia e, se sì, verificare se è compresa nel costo della retta salverà il futuro studente da spiacevoli sorprese. La stessa attenzione va riservata alla supervisione, materia obbligatoria ma non sempre è chiaro come deve essere organizzata e pagata dallo studente. È inclusa nella retta o si pagherà a parte al singolo specialista supervisore? Questa seconda possibilità lascia spazio a tante possibili interpretazioni e non consente di controllare il costo della scuola al momento dell’iscrizione ma neanche al suo termine. Inoltre, sarà utile verificare se sono previsti altri costi aggiuntivi quali per esempio: workshop, convegni, giornate di studio, tasse d’esame o iscrizioni annuali a parte, assicurazione, ecc.

  1. Raccogliere informazioni di tipo organizzativo:

È utile conoscere i nomi dei professori coinvolti nella didattica avendo cure di capire quali dei docenti partecipano in modo costante alla formazione e quali partecipano solo saltuariamente. È frequente scegliere una scuola in funzione del presenza nel corpo didattico del professore o della professoressa che abbiamo tanto ammirato all’università. Non sempre però è chiaro quante volte questo amato professore verrà a far lezione, potrebbe partecipare in modo molto saltuario o al contrario essere tra i docenti confermati più assidui. Inoltre, un buon indicatore di qualità del corpo docente è rappresentato da un equilibrio tra docenti universitari e persone che con ruoli diversi lavorano sul territorio. È importante capire se le ore d’aula saranno organizzate con modalità attiva e quante ore si prevedono, avendo cura di verificare se sono previste ore di formazione a distanza, oggi molto in voga ma ritenuta dalla commissione del MIUR non idonea per questo tipo di formazione specifica. Verificate infine se le ore d’aula sono divise tra le classi o sono accorpate su più classi, questa seconda opzione è possibile solo in casi eccezionali, come workshop, convegni o laboratori.
Altra questione importante da verificare è se la formazione proposta è in grado di soddisfare le richieste del mercato potenziale. Quali sono gli ambiti in cui è possibile lavorare e quali applicazioni si prevedono. È altresì importante verificare se esiste la possibilità di collaborare e partecipare all’attività della scuola nella ricerca, nella rivista scientifica, nel centro clinico. Questo permette, infatti, di trasformare la formazione teorica in formazione attiva, consentendo allo studente di fare esperienza pratica protetta perché guidato dalla scuola e ampliare al contempo il suo curriculum.

  1. Esplorare le reali possibilità di percorsi di carriera che la scuola promuove:

Una buona scuola di specializzazione deve prevedere all’interno del suo percorso formativo lo start-up; verificate se all’interno del programma sono previsti moduli professionalizzanti orientati alla costruzione del percorso di carriera.

  1. Effettuare una valutazione del network in cui la scuola è inserita può essere utile. Ci sono collegamenti con l’università? E’ in rete con associazioni del territorio per lavorare su tematiche specifiche? Il tirocinio dove verrà svolto?

Ultimo aspetto su cui invitiamo a riflettere è rappresentato da quello strumento di crescita personale che è il percorso di psicoterapia.
Non tutte le scuole prevedono un percorso di psicoterapia all’interno del programma formativo perché la norma che regola i criteri di base di una scuola di specializzazione autorizzata dal MIUR non inserisce questo aspetto nel programma obbligatorio. Nonostante ciò, sono numerose le commissioni scientifiche avvicendatesi negli anni al MIUR a ritenere vincolante questo percorso nella formazione degli psicoterapeuti, perché necessario alla costruzione di un sé personale consapevole ed equilibrato tale da poter entrare in risonanza emotivo con gli altri senza farsene influenzare.
Questa ambiguità della norma (non è obbligatorio ma spesso vincolante per l’ottenimento del decreto di riconoscimento delle scuole) genera quindi due categorie di scuole: una che prevede la psicoterapia e l’altra che non la prevede. È una diretta conseguenza il fatto che:

  • la prima categoria è ovviamente più costosa
  • la seconda categoria di scuole è meno onerosa per lo studente.

Ma è proprio così? O è vero che “Chi più spende meno spende”?

Proviamo a questo punto a fare un’ulteriore riflessione: quando, da pazienti, ci rivolgiamo ad uno specialista perché abbiamo bisogno di aiuto probabilmente la nostra scelta si orienterà verso lo specialista più preparato e competente sulla materia per la quale lo stiamo interrogando. Che cosa rende uno psicoterapeuta più preparato e competente degli altri?
Sicuramente la capacità di usare abilmente le tecniche apprese durante la sua formazione, alcune caratteristiche personali quali l’intuito, la capacità di ascolto, la capacità empatica, l’esperienza, ecc.. Ma forse anche l’aver svolto una psicoterapia personale che ha reso il nostro specialista competente sulle proprie dinamiche relazionali, sulla propria personalità e fragilità tanto da poter diventare un valido punto di riferimento e un supporto.
Del resto anche Jung diceva:
Quello che, durante la psicoterapia, non riesce a sopportare lo psicoterapeuta, non lo riesce a sopportare neanche il paziente” (Carl Gustav Jung).
E fare tale percorso proprio con lo stesso modello appreso durante le lezioni e sperimentato sulla propria pelle è potenzialmente un plus da non perdere.
Detto questo, a ciascuno le proprie valutazioni.

Dott. Andrea Stramaccioni

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Intervento della Dott.ssa Francesca Mastrantonio al convegno #ilcuoreelesbarre

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L’intervento della Dott.ssa Francesca Mastrantonio al convegno, organizzato da Viewpointstrategy, dal titolo #ilcuoreelesbarre – Dialoghi costruttivi per i diritti dei detenuti e le vittime di errori giudiziari.

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Come uccidere l'incanto dell'amore durante la psicoterapia di coppia

Uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina!”.
E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”.
E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”.
Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna:
e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi…
Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.
(W. Allen, Io e Annie)

In diversi articoli o pubblicazioni scientifiche sul tema coppia, ritroviamo colleghi che, nuovi aruspici del terzo millennio, compongono coppie attraverso caratteri o patologie: un classico accoppiamento proposto è quello tra narcisista e dipendente.

Questa prospettiva, proposta nei differenti contesti in cui si parla lo psicologese, uccide la complessità della coppia e dei meccanismi d’amore e di innamoramento: Che sia l’amore tutto ciò che esiste, è ciò che noi sappiamo dell’amore e può bastare che il suo peso sia uguale al solco che lascia nel cuore, scriveva Emily Dickinson nella poesia Che sia l’amore tutto ciò che esiste.

La “sbornia cognitivista” che sta attraversando la psicologia vede tutti noi impegnati in un continuo processo di spiegazione, le emozioni non possono più essere vissute ma vanno comprese, investigate, come se fosse possibile spiegare quale è la sensazione che lascia l’acqua del mare sulla pelle prima di un tuffo. Il mare è tale perché mi sono immerso almeno una volta dentro quella sensazione di acqua e onde e correnti, è come il cielo, non si può spiegare, ma vivere, farne esperienza.

La relazione terapeutica è uno strumento centrale nel processo di influenzamento terapeutico e di cambiamento. Il concetto di “esperienza emozionale correttiva” elaborato da Alexander (Flegenheimer, 1982) spiega perfettamente il filo rosso che lega lo psicoterapeuta strategico in chiave evoluta al paziente nella relazione terapeutica. La relazione terapeutica diventa uno strumento di cambiamento quando il paziente può ri-esperire il proprio bisogno, o come lo definisce Alexander il proprio conflitto originario, all’interno di una relazione di cura che offrirà una risposta più favorevole al suo bisogno e genererà una forma di apprendimento sulle relazioni in generale (ibidem). Questa esposizione in vivo del paziente all’”esperienza emozionale correttiva” consentirà al paziente di costruire un nuovo modo di narrare la sua storia e di sviluppare nuovi stili comportamentali e relazionali perché nuova è l’esperienza fatta. 1

Come magnificamente espresso dalla pittrice Frida Kalho: “Non si può amare solo con la voglia di amare. Con il solo amare. Con il voler restare. Con il crederci. Con l’io amo. Perché poi non basta. Non regge. L’amore non basta per amare. Bisogna che ci sia la storia, per amare. La vita, per amare. Non bastano le parole, per amare. Neanche quelle giuste, bastano. Neanche le parole d’amore bastano per amare. Dobbiamo fare una passeggiata. Dobbiamo cenare insieme. Fare una cosa insieme. Che sia nostra. Che siamo noi. Io e te. Non basta fare sesso per fare l’amore. Anzi. Ci vogliono i baci. Ci vuole anche solo stare con la fronte appoggiata alla fronte. Per amare ci vuole una storia. Da vivere. Vissuta. Ci vuole tempo. Non può non esserci mai. Per amare ci vuole una storia. Da fare e raccontarsi. Non puoi non avere voglia di parlare. Non puoi parlare sempre. Una storia da fare insieme. Non puoi trovare tutto pronto. Arrivare quando tutto è fatto. Io amo solo chi fa la giornata con me. Chi fa la vita con me. Chi fa la spesa con me. Chi fa una passeggiata con me. Chi fa tempo con me. Chi fa storia con me. Non amo se no. Amo solo chi sa stare tutto con me. Chi parla con me. Chi torna da me. Chi chiama per non dire niente. Chi mi bacia la testa, tra i capelli, passandomi vicino. Chi mi porta i capelli indietro. Io non voglio le romanticherie. Voglio le cose che sono nella mia giornata. Voglio che sono con te. Fatte con te. Raccontate a te. E poi ti racconto le cose solo mie. Che faccio io. Entro e esco dalla tua vita. E tu dalla mia. Come l’ago che cuce. Come l’ago che per unire, entra e esce”.

Difficile ora, per chi scrive, trovare parole di uguale intensità e suggestione; dobbiamo chiedere aiuto a un sorridente antropologo e pensatore complesso.

L’io, diceva Bateson, non è nella pelle degli individui, è espressione di una concezione reificata e distorta che non vede, che “Siamo parte danzante di una danza di parti interagenti” e che quindi “esso” fa parte, in realtà, di più ampi e vasti processi interconnessi.

Incontrare la coppia in terapia significa quindi poter fare emergere questi processi interconnessi, soprattutto in una dimensione simbolica spaziale.

La coppia, infatti, può essere considerata come il punto d’incontro tra due assi immaginari: uno verticale, il vincolo di filiazione e uno orizzontale, quello di alleanza (Canevaro A.).2

La modalità attraverso la quale ciascuna coppia compone questi due assi immaginari rappresenta la sfida del terapeuta, che deve avere chiaro nella propria mente che tutti e due esistono in una relazione inversamente proporzionale, cioè più il vincolo di alleanza si consolida creando una serie di regole proprie, transazionali, in un certo clima di complicità propria di quella coppia, più tendono a indebolirsi i legami che uniscono i due coniugi ai rispettivi sistemi familiari di origine e la complicità sviluppata con questi attraverso tanti anni di convivenza.

Di conseguenza, quando s’incontra una coppia occorre considerare tre piani generazionali
(famiglia d’origine, coppia, figli) in un adeguato bilanciamento tra appartenenza e separazione/differenziazione del sé.

Uscire da questa prospettiva per abbracciarne una complessa è possibile attraverso tre azioni di cambiamento e di rottura rispetto alla prospettiva unidirezionale tradizionale:

  1. Si lavora per ipotesi e con ipotesi, la cui natura deve essere sistemica, ossia circolare e relazionale, deve rappresentare tutti gli elementi di una situazione ritenuta problematica e le loro connessioni. L’ipotizzazione propone di vedere la terapia come momento di ricerca creativa insieme con la coppia sulla conoscenza di sé e dell’altro.
  2. La curiosità deve essere la cifra relazionale del terapeuta. La curiosità stimola la costruzione di punti di vista e mosse alternativi. Quando i terapeuti percepiscono di essere incapaci di formulare ipotesi alternative, o quando le domande circolari non aiutano a formularne di nuove, hanno perso il loro senso di curiosità, hanno accettato la storia satura portata dalla coppia.
  3. La circolarità: la capacità del terapeuta di condurre il dialogo terapeutico, basandosi sulle retroazioni della coppia alle sue domande in termini di rapporti e quindi in termini di differenza e di mutamento.

Una modalità di conduzione del colloquio che consente questa danza complessa è rappresentato dall’utilizzo delle domande circolari, che hanno l’importante effetto di mettere ciascun componente della coppia nella condizione di osservatore partecipante dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti degli altri, creando così nella terapia una comunità di osservatori creatori.

Per mezzo di domande circolari, si esce dalla tirannia dell’ego e dell’intrapsichico: ogni membro della coppia “è detto” invece di “dire”, ascolta l’opinione dell’altro su di sé e così ha più possibilità di conoscerlo e di esperirlo in maniera differente.

Tanto la coppia quanto il terapeuta, attraverso le domande, cambiano costantemente sulla base dell’informazione offerta dell’altro. La circolarità rappresenta la premessa che consente la creazione di nuova ipotesi sul problema.

Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con un’ascia: ogni colpo d’ascia è modificato e corretto secondo la forma dall’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-ascia-corpo-albero; ed è questo sistema totale che ha le caratteristiche di mente. Constatiamo che l’ascia fende dapprima l’aria e produce certi tipi di tacche in un preesistente taglio nel fianco dell’albero. Se ora vogliamo spiegare quest’insieme di fenomeni, ci dobbiamo occupare di differenze nel fianco intaccato dell’albero, differenze nella retina dell’uomo, differenze nel suo sistema nervoso centrale, differenze nei suoi messaggi neurotici efferenti, differenze nel comportamento dei suoi muscoli, differenze nel modo di avventarsi dell’ascia, fino a differenze che l’ascia poi produce sulla superficie del tronco” (Bateson G. pag. 349).

Quali esempi di domande circolari possiamo offrire in questo contesto.

Le domande circolari possono, tra le altre, essere triadiche, di differenza, sui cambiamenti, ipotetiche, sul futuro e sulla relazione terapeutica.3

  1. Le circolari triadiche sono domande con le quali si chiede alla persona di commentare la relazione tra altri due membri della coppia o su una situazione in particolare o sul rapporto tra un membro della coppia e gli altri.
  2. Le circolari di differenza, riguardano un comportamento e non si presumono intrinseci alla persona (esempio: “chi pensa che potrebbe aiutare di più la sua famiglia rispetto ai suoi problemi”).
  3. Le circolari di cambiamento: sono un’indagine diacronica, prima o dopo uno specifico evento sul cambiamento nelle relazioni (Es. “andava d’accordo con i suoi genitori prima del loro divorzio? E dopo?”).
  4. Le circolari sul futuro: domande aperte sul futuro, che sfidano la prospettiva immobilistica della famiglia (Es. “Che cosa pensa che accadrà alla sua famiglia nel prossimo anno?”).
  5. Le circolari sulla relazione terapeutica: La posizione del terapeuta all’interno del sistema famiglia: domande volte a far emergere eventuali triangolazioni oppure la percezione di maggiore o minore vicinanza.

Possiamo quindi scegliere di essere, di fronte alla coppia, come quel grande collezionista d’arte a cui Ambroise Vollard, il leggendario mercante di quadri parigino, intorno alla fine dell’800 aveva offerto un nudo di Renoir per quattrocento franchi, per sentirsi rispondere: “Se ne avessi quattrocento da buttare via, comprerei questa tela per bruciarla davanti a lei nel caminetto, tale è la pena che provo nel vedere la firma di Renoir sotto un nudo così mal disegnato”.

Oppure possiamo essere come l’ago che cuce, che, per unire, entra ed esce.

Ci sono, quindi, due modi per avvicinarsi alla storia di una coppia, in una la pensiamo, è lì di fronte a noi, ci parla e niente di più, l’altra è pensarla in relazione a noi, perché ci dice qualcosa di più, parla anche di noi.

Dott. Andrea Stramaccioni

 

 

 

Bibliografia

  1. Bateson G. (1979), Verso un’ecologia della mente, biblioteca Scientifica Adelphi Editore, Milano.

Sitografia

  1. https://www.tesionline.it/mobile/appuntoPar.jsp?id=173&p=30;
  2. www.idipsi.it/Pagine/Rivista/Download/IDIPSI_VOLUME%201_2013-ok.pdf.

Note

1 Mastrantonio F., Stramaccioni A. (2016), La terapia strategica nella sua forma evoluta: trasformare problemi in progetti, e-book;

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La co-terapia: utopia o eterotopia?

«Con un quadro vorrei poter esprimere qualcosa di commovente come una musica. Vorrei dipingere uomini e donne con un non so che di eterno, di cui un tempo era simbolo l’aureola, e che noi cerchiamo di rendere con lo stesso raggiare, con la vibrazione dei colori […]. Ah il ritratto, il ritratto che mostri i pensieri, l’anima del modello: ecco cosa credo debba vedersi»

(Vincent Van Gogh, Arles, 3 settembre 1888)

 

Oltre al famoso gingle pubblicitario (“Two gust is meglie che uan”), esistono molti detti e proverbi che richiamano alla possibilità che due sia meglio di uno: quattr’occhi vedono meglio di due, per esempio, indica che il punto di vista di due o più persone riesce a far comprendere meglio tutti i vari aspetti e risvolti di una questione. Si vede e si giudica meglio, quando si è in più d’uno.

Raddoppiare la vigilanza nei momenti di difficoltà o di pericolo rappresenta la prima azione concreta per restituire tranquillità; fare un controllo doppio significa convenzionalmente controllare di più e meglio.

D’altronde, però, quando ci sono troppi galli a cantare nel pollaio non va bene e addirittura non si fa mai giorno; il problema quindi più che sul numero si sposta sulle modalità di interazione.

Chi fa da sé fa per tre si dice infatti e Wikipedia al proposito ci ricorda che “Chi fa da sé fa per tre” è un proverbio della cultura popolare italiana. Secondo questo proverbio, se una persona intraprende da sola una attività può riuscire a farla sorprendentemente bene, meglio di quanto potrebbe fare se coinvolgesse altre persone.

Un esempio di impresa solitaria è il Gran Pertus, un canale scavato nella roccia per 400 metri in Valle di Susa per permettere l’irrigazione dei campi di Cels e Ramats. L’opera fu compiuta in solitudine da Colombano Romean tra il 1526 e il 1533, utilizzando un ingegnoso sistema di ventilazione con tubi di tela, dopo diversi tentativi infruttuosi.

La situazione si complica ulteriormente se chiamiamo in causa qualcosa di superiore per dirimere la questione: Due valgono più di uno solo, perché sono ben ricompensati della loro fatica. Infatti, se l’uno cade, l’altro rialza il suo compagno; ma guai a chi è solo e cade senz’avere un altro che lo rialzi! Così pure, se due dormono assieme, si riscaldano; ma chi è solo, come farà a riscaldarsi? Se uno tenta di sopraffare chi è solo, due gli terranno testa; una corda a tre capi non si rompe così presto. (Ecclesiaste 4:9-12)

Una grande confusione!

La “scienza” psicoterapeutica è in grado di dipanare questa matassa? Due terapeuti sono come due galli in un pollaio ed hanno bisogno di imprese di scavo in solitudine oppure insieme sono più della somma delle singole parti, insieme sono più forti?

Cominciamo col dire che la “scienza” psicoterapeutica ha affrontato poco e male l’argomento, alimentando il sospetto degli psicoterapeuti come narcisi che cantano bene solo in solitaria.

L’analisi della letteratura evidenzia una oscillazione rilevante fra chi si rapporta alla co-terapia come fosse una pericolosa utopia e chi, come chi sta scrivendo questo lavoro la considera una eterotopia.

Eterotopia è un termine coniato dal filosofo francese Michel Foucault per indicare «quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano».

Nel lavoro Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane (1963) Foucault contrapponeva utopie ed eterotopie, scrivendo:

«Le utopie consolano; se infatti non hanno luogo reale si schiudono tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili anche se il loro accesso è chimerico. Le eterotopie inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la «sintassi» e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa «tenere insieme»le parole e le cose. È per questo che le utopie consentono le favole e i discorsi: si collocano nel rettifilo del linguaggio, nella dimensione fondamentale della fabula; le eterotopie (come quelle che troviamo tanto frequentemente in Borges) inaridiscono il discorso, bloccano le parole su se stesse, contestano, fin dalla sua radice, ogni possibilità di grammatica, dipanano i miti e rendono sterile il lirismo delle frasi»

Un discorso sulla co-terapia è eterotopico in quanto non lineare e perché cambia la sintassi stantia del discorso psicoterapeutico, in perfetta sintonia con la tradizione strategica.

Un buon lavoro di sintesi, utile per dare avvio a questa riflessione, è stato fatto da Francesca Artoni e Anna Maria Montali, con il loro e-book: LA COTERAPIA: La storia, le tecniche ed i metodi di valutazione (Italian Edition).

Le autrici ci ricordano che “Nel corso degli ultimi vent’anni, nonostante il diffuso utilizzo del metodo coterapeutico sia a scopo clinico che didattico, sono poche le ricerche che si sono proposte di esplorare nuovamente le potenzialità e gli sviluppi della coterapia nell’ambito della psicoterapia familiare: tali contributi specifici per lo più provengono dal territorio americano (Framo, 1996; Hoffman Gafni e Laub, 1995; Roller e Nelson, 1991).”

Questa ritrosia sembra evidenziare resistenze di natura culturale ed epistemologica, che le stesse autrici sintetizzano in questa maniera:
“1) innanzitutto occorre evidenziare che non tutti gli studiosi (come del resto i pionieri stessi della terapia familiare) concordano sull’utilizzo della co-terapia in quanto metodo efficace per la conduzione delle sedute di terapia familiare e che così come esistono ricercatori che enfatizzano e sostengono tale pratica ne esistono anche altri che ne criticano apertamente l’utilizzo;
2) anche secondo quei ricercatori che praticano la co-terapia le dinamiche relazionali insite nella coppia co-terapeutica sono da considerarsi non certo prive di controindicazioni ed occorrerebbe cautela e consapevolezza di ciò nell’utilizzo di tale tecnica;
3) un’ulteriore questione aperta riguarda l’utilizzo della co-terapia a scopo didattico.”

I rischi connessi all’accresciuta complessità del setting non sono poi mai bilanciati da altrettanti vantaggi. Troppo spesso infatti i disaccordi fra due terapeuti, nella esperienza clinica, hanno portato ad errori nel timing delle domande o a bruschi cambi di argomento: le famiglie potevano utilizzare il disaccordo dei co-terapeuti come un «canale per proiettare l’angoscia intrafamiliare sulle differenze fra i terapeuti» (Bowen, 1979, pag. 120).

Apparentemente la co-terapia rappresenta quindi una dannosa complessificazione della relazione tra il terapeuta e la famiglia o l’individuo, una via da non percorrere in quanto conduce a un labirinto senza uscita.

Uno strano personaggio però ci si para innanzi protestando vivacemente, con quel suo stile particolare e un po’ folle reclama la nostra attenzione affermando «mi ero convinto da molto che non potevo fidarmi di me stesso e che avevo bisogno di un co-terapeuta che si adattasse al mio modello; un co-terapeuta non avrebbe sicuramente costituito un limite, ed ero certo che dare una nuova forma al mio modello era il modo migliore» (Whitaker, Il gioco e l’assurdo. La terapia esperienziale con la famiglia, 1984).

(Carl Alanson Whitaker)

La presenza di un altro terapeuta diventa quindi una possibilità di dare una nuova forma al modello e soprattutto di superare una certa tendenza alla autoreferenzialità che rappresenta il pericolo più grande per la mente del terapeuta.

E non è il solo, perché un più composto e leale signore aggiunge «I terapeuti devono avere una capacità di rapporto multi direzionale per poter essere disponibili con ciascun membro della famiglia nucleare oltre che con quelli della famiglia estesa. Ma fondamentalmente devono rimanere disponibili l’uno all’altro» (Boszormenyi – Nagy, Spark, 1988, pag. 354).

(I. Boszormenyi – Nagy)

La co-terapia diventa quindi una opportunità di costruzione relazionale più complessa, in cui i terapeuti hanno la possibilità di estendere la loro capacità di entrare in rapporto.

La notte stellata sul Rodano che tutti i terapeuti osservano nel momento in cui si affacciano alla finestra della relazione terapeutica, due stelle luminose della co-terapia sono rappresentate dalla possibilità continua di supervisione e apprendimento reciproco della coppia terapeutica e dalla multidirezionalità della relazione che si viene a creare.

Inoltre S. Minuchin afferma «ogni volta che un terapeuta è coinvolto nell’interazione con una famiglia, il campo di osservazione del co-terapeuta include il terapeuta stesso, non solo la famiglia. Egli impara a vedere tutte le modalità in cui la famiglia porta il proprio partner a comportarsi seguendo linee che non permettono il cambiamento della famiglia stessa» (Minuchin, 1967, pag. 288).

La coppia terapeutica consente quindi un allargamento della visione prospettica del setting e diventa essa cielo stellato che osserva sé stesso.

(S. Minuchin)

La tradizione di orientamento strategico nella sua forma evoluta fa parte di questo importante e prestigioso coro: la co-terapia rappresenta una modalità di lavoro sperimentata con la coppia e la famiglia all’interno del nostro centro clinico.

I principali vantaggi che abbiamo riscontrato nella nostra operatività sono i seguenti:

  1. La presenza di due terapeuti di sesso differente può facilitare la possibilità di mantenere una visione reciproca delle storie costruite;
  2. La presenza di due terapeuti di sesso differente consente di rivisitare la propria storia familiare, sperimentando nuovamente la situazione triangolare, comprenderla e andare oltre;
  3. La presenza di due terapeuti di sesso differente offre modelli di comportamento interpersonale tra pari, che devono essere fondati su fiducia, rispetto reciproco, capacità di apertura e di ascolto.

Il discorso sulla efficacia della co-terapia cambia quindi natura, perché cambia la domanda che lo genera: non dobbiamo più interrogarci sulla sua validità ma sulle condizioni che rendono questo approccio clinico efficace.

Pertanto perché la co-terapia possa essere uno strumento evolutivo richiede una modalità relazionale aperta e reciproca della coppia co-terapeutica, nelle sue risorse e nelle sue opportunità: il dilemma non è solo rendere possibile la combinazione di due differenti stili terapeutici che si sommano, ma considerare la diade co-terapeutica quale sottosistema terapeutico unico e in costante apprendimento nei processi terapeutici cui partecipa: un vero e proprio reflecting team.

«Accettiamo i terapisti che non ne sono entusiasti e preferiscono continuare come terapisti isolati. Concordiamo con loro che ci sono molti modi per sbrogliare una matassa». Tuttavia gli autori ritengono che quando i co-terapeuti «divengono consapevoli delle difficoltà che incontrano nei loro rapporti e quando hanno il coraggio di superarle nell’ambito del loro rapporto, aumentano i benefici del lavoro terapeutico con la famiglia». (…) «Le gratificazioni e le esperienze di apprendimento che può dare la co-terapia con le famiglie meritano la fatica legata alla comprensione e alla risoluzione delle difficoltà esistenti» (Rubinstein, Wiener, pp. 328-330).

Dott. Andrea Stramaccioni – Psicologo, Psicoterapeuta

Bibliografia:

  1. Artoni F., Montali A. M., La Coterapia: La storia, le tecniche ed i metodi di valutazione (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 961-964). Unknown. Edizione del Kindle;
  2. Boszormenyi – Nagy I., Spark G.M. (1988), Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini;
  3. Focault M. (1963), Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, BUR Biblioteca Universale rizzoli, Milano;
  4. Mastrantonio F., Stramaccioni A. (2016), La terapia strategica nella sua forma evoluta: trasformare problemi in progetti, e-book;
  5. Minuchin, S., (1974), Families and Family Therapy, Cambridge, Mass., Harvard University Press;
  6. Rubinstein. D., Weiner O. R., (1969), «Rapporti nel lavoro delle equipe di coterapia nella psicoterapia della famiglia». In: G. H. Zuck e I. Boszormenyi-Nagy (Eds), Family Therapy and Disturbed Families. Palo Alto. Science and Behaviour Books, California;
  7. Whitaker C. A., Il gioco e l’assurdo. La terapia esperienziale della famiglia, Roma, Astrolabio, 1984;
  8. Van Gogh V. (2013) Lettere a Theo, Guanda Editore, Milano.

 

Sitografia:

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I social uccidono il desiderio?

Caro Dago, la vicenda della giovane donna di Lecce, che denuncia l’amante virtuale dopo 3 anni di chat hard e la scoperta che si trattava di una donna, fa riflettere su come i social network abbiano cambiato il modo in cui i giovani vivono le relazioni e il sesso, favorendo ansia e mancanza di desiderio.

Da psicoterapeuta e sessuologa che osserva quotidianamente il fenomeno, riscontro che i social stanno trasformando i giovani in narcisisti affetti da ansia e anedonia. Se negli anni ‘70 lo slogan era “sesso, droga e rock ’n’ roll”, lo stigma che potrebbe descrivere oggi i Millenials è “ansia, farmaci e social network”.

Questo calarsi continuamente nel mondo social, più che nelle relazioni reali, non fa che aumentare la distanza dall’altro e amplificare un’ansia sociale. Le nuove generazioni rifiutano il confronto e l’ansia che ne consegue governa il loro modo di gestire le relazioni o meglio di non gestirle”.

La crescita dell’anedonia e delle coppie “bianche” – ossia non praticanti sesso – anche tra i giovanissimi trova conferma in uno studio sull’assessualità di Anthony Bogaert, della Brock University: circa l’1% della popolazione, secondo l’indagine, è asessuale ovvero non ha alcun desiderio sessuale e, di conseguenza, non ha una vita sessuale.  Siamo di fronte a una generazione anestetizzata, che non solleva il naso dallo smartphone. Che preferisce rinunciare alle “farfalle nello stomaco” del conoscere l’altro da sé e restare nella propria zona comfort per cercare qualcuno sui social, non affrontando il rischio di essere rifiutati.

Il mondo digital sta cambiando le nostre identità, mettendo a rischio la capacità di desiderare e anche quella di procreare. Fausto Manara, psichiatra e psicoterapeuta di coppia, spiegava che è l’alta possibilità di raggiungere il piacere ad innescare il desiderio. Quando invece il desiderio si trova di fronte a un’impossibilità, questa a lungo andare ne determinerà l’inibizione. Noi adulti dobbiamo porci il problema e aiutare i nostri figli a riscoprire il piacere, insegnargli a sperimentare sensazioni ed emozioni. Sono talmente abituati a guardare la vita più che entrarci dentro, che appena la vita li obbligherà al confronto saranno del tutto impreparati e rischieranno di avere amare sorprese. Un po’ come è successo alla giovane di Lecce.

Francesca Mastrantonio*

 

*psicoterapeuta e sessuologa, Direttrice didattica dell’Istituto Strategico – Scuola di specializzazione in psicoterapia strategica e Presidente dell’IIRIS – Istituto Integrato di Ricerca ed Intervento Strategico

 

Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/posta-sessuologa-francesca-mastrantonio-dagospia-ldquo-faremo-158700.htm

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