Concentratevi sulle cose che la vostra malattia non intacca, e non rimpiangete quelle con cui essa interferisce. Non siate disabili nello spirito così come lo siete nel corpo”
Stephen Hawking

Il lavoro di psicologo e di psicoterapeuta nel contesto riabilitativo è uno delle sfide più stimolanti dal punto di vista professionale e personale, perché mette in crisi, stressa i nostri costrutti personali di limite, dipendenza e autonomia e ci obbliga ad uno sguardo nuovo dell’etimo stesso della parola normalità.

L’etimologia della parola normale è da ricondursi al latino norma, sostantivo che indica la squadra (detta anche regola), lo strumento utile a misurare gli angoli retti, da cui normalis = perpendicolare, retto.1

Pertanto, si deduce come l’idea di normalità richiami quella di rettitudine, di esattezza, di regolarità. Ha come sinonimi abituale, comune, consueto, logico, giusto, equo. In medicina è sinonimo di sano, naturale.

Il costrutto socialmente condiviso di disabilità si è strutturato, quindi, intorno a questa idea e le parole menomazione o handicap, usualmente utilizzate, indicavano il valore esclusivo di perdita, mancanza.

In aggiunta l’approccio motivazionale tanto in voga oggi che, soprattutto negli ultimi vent’anni, ha insistito sull’ideale moderno di homo faber per il quale ogni soggetto è tenuto a farsi capitano del proprio destino, ha contribuito alla demonizzazione della dipendenza.

Questo modello, mutuato dalle tecniche psicologiche utilizzate nei gruppi di alcolisti anonimi, si è sviluppato nel corso degli anni novanta e ha dato vita al filone motivazionale, dalla leadership al coaching ai programmi di crescita personale, ovvero a un salto logico dall’idea iniziale di auto-controllo verso quella di auto-motivazione: qualsiasi limite o confine della nostra volontà rappresenta un idolo da abbattere, in onore della nuova religione e del suo Dio pretenzioso, l’autonomia narcisista.

Ciononostante, i cambiamenti culturali e sociali del costrutto di disabilità e di salute hanno determinato la necessità di un cambiamento epistemologico, che, ancora oggi, non è patrimonio di tutti coloro che si occupano di questo tema.

Nel 2001, infatti, l’OMS pubblica un lavoro che già dal titolo indicava una svolta epocale: ICF, International Classification of Functioning, Disability and Health (Classificazione Internazionale del Funzionamento delle Disabilità e della Salute). 2

Rispetto alla prima classificazione dell’OMS che identificava determinati gruppi di persone come disabili, imponendo una separazione chiara tra salute e disabilità e focalizzando l’attenzione sulla dimensione patologica della persona, l’ICF, a favore di un approccio multidimensionale e multi-prospettico, afferma che la disabilità è una componente della salute delle persone e che, a rendere una persona disabile, possono contribuire componenti fisiche, mentali ma anche ambientali.

L’attuale classificazione non è più dunque una classificazione degli “esiti di malattia” come nella precedente versione del 1980, ma è diventata una rassegna delle “componenti della salute”.

Viene in questo modo superato il modello bidimensionale, in cui la disabilità, ponendo fine allo stato di salute, emarginava le persone in un contesto di vita completamente separato da quello degli altri senza disabilità.

Il modello bio-psicosociale attuale ha carattere universale e inclusivo poiché considera la disabilità non più un problema di pochi, ma propone modalità per valutarne l’impatto sociale e fisico sul funzionamento di qualunque persona al mondo.

ICF intende descrivere ciò che una persona malata o in qualunque condizione di salute può fare e ciò che non può fare.

La chiave infatti non è più la disabilità, ma la salute e le capacità residue.

In altre parole si può dire che mentre prima quando incominciava la disabilità, la salute finiva e quindi una persona disabile si veniva a trovare automaticamente in una “categoria separata” (letteralmente etichettata disabile), oggi con l’ICF, abbiamo uno strumento che rovescia radicalmente questo metodo di pensare, misurando le “capacità sociali”.

I punti di contatto tra questa visione nuova della disabilità e l’approccio strategico sono innumerevoli e consentono di fondare una psicologia nuova, ancora oggi troppo patologico – centrica.

Per motivi di sintesi, dovuti allo spazio di questo lavoro (ancora una dipendenza), verranno enucleate alcune definizioni che consentono di mettere in evidenza questo legame tra la tradizione strategica e i nuovi sviluppi nel campo della disabilità.

  1. “L’approccio strategico integrato non è semplicemente una particolare teoria e prassi in campo psicoterapeutico, ma una vera e propria scuola di pensiero su “come” gli essere umani si rapportano alla realtà, o meglio, su come ognuno di noi si relaziona con se stesso, con gli altri e con il mondo. La sua assunzione di base è che la realtà che percepiamo e con la quale ci rapportiamo, problemi e patologie comprese, sia il frutto dell’interazione tra il punto di osservazione assunto, gli strumenti utilizzati, il linguaggio che usiamo per comunicare con tale realtà; non esiste pertanto una realtà “vera” in sé, ma tante realtà quante sono le diverse interazioni tra soggetto e realtà (P. Watzlawick e G. Nardone, a cura di, 1997, pag. XI)”.
  2. “Forse la regola più importante è quella di ignorare il mondo reale nel quale vivono i pazienti, concentrandosi invece sulla loro infanzia, sulle dinamiche interattive e sulle loro fantasie” (Haley J., pag. 92).

Queste due citazioni ci consentono di far emergere tre “castelli erranti di Howl” a cui, come psicologi strategici, dobbiamo far giungere i nostri pazienti:

  1. La disabilità non è una realtà vera in sé, ma è costruita attraverso un linguaggio e un punto di osservazione che possiamo scegliere;
  2. La disabilità è la risultante del rapporto tra la persona ed il contesto in cui vive;
  3. Il limite che ne consegue può essere una barriera invalicabile o una soglia da oltrepassare.

Ci soffermiamo su quest’ ultimo punto, perché è il centro fondante di questo lavoro.

Etimologicamente parlando, il limite ha una origine latina sia nella parola limes, intesa come barriera che impediva l’accesso che nella parola limen, che indica la soglia ed è rivolta sia all’interno che all’esterno, indica una trasgressione, accompagna un movimento di cambiamento.3

Lo psicologo di orientamento strategico ha come stella polare un profondo cambiamento interno nel sistema percettivo reattivo di una persona; il limite deve diventare una soglia attraverso cui sperimento una nuova possibilità di inclusione e partecipazione, il luogo di una ritrovata libertà intesa come aumento delle possibilità di azione “Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi… Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire (Stephen Hawking)”.

Dott. Andrea Stramaccioni

 

Bibliografia del lavoro:

  1. Haley J. (2009), Strateghi del potere, Raffaello Cortina Editore;
  2. OMS, Classificazione internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF), Erickson, Trento, 2001.
  3. Watzlawick P., Nardone G. a cura di (1997) Terapia breve strategica, Raffaello cortina Editore, Collana:  Psicologia clinica e psicoterapia;

Sitografia del lavoro:

  1. www.etimoitaliano.it/2014/07/normale.html;
  2. www.municipio9handicap.it/…/ICF%20Classificazione%20funzionamento%20disabili…
  3. https://www.youtube.com/watch?v=7tYak_tTytQ
  4. 1www.etimoitaliano.it/2014/07/normale.html

 

2 www.municipio9handicap.it/…/ICF%20Classificazione%20funzionamento%20disabili

3 Massimo Cacciari, XXI Congresso Internazionale, Società Italiana di Psicopatologia: Riflessioni su cambiamenti, confini e limiti;