“I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici”

Khalil Gibran

Il tema del lavoro sul trauma attraversa tutta la nostra riflessione sull’operatività, lo abbiamo incontrato nel progetto che abbiamo realizzato sul territorio di Amatrice, è centrale nelle nostre attività di ricerca sull’efficacia della psicoterapia e recentemente è stato argomento di una nostra pubblicazione (Iiris, un fiore per amatrice, Casa Editrice Alpes).

Proveremo a introdurre alcuni costrutti cardine del nostro lavoro, facendoci aiutare dalle preziose idee di due costanti ispirazioni: Milton Erickson e Consuelo Casula.

La premessa da cui potremmo partire è che la vita regala a ognuno esperienze positive e negative

Ogni evento indipendentemente dalla sua connotazione positiva o negativa, è in maniera strutturale critico perché implica sempre una perdita: la perdita di una modalità di legame precedente, di una identità e quindi di una rappresentazione di sé e dell’altro.

Quali sono i fiori più preziosi che possiamo piantare e curare per affrontare l’imprevedibilità della vita?

La speranza e la resilienza sono le nostre sassifraghe, perché, come i fiori artici che nascono e si sviluppano in condizioni estreme, ci aiutano a gioire delle bellezze e a superare le avversità, diventando più forti laddove feriti.

Speranza è il sentimento con cui guardiamo fiduciosi al futuro; resilienza è forza d’animo con cui superiamo i traumi subiti. 

Queste due “passioni felici” rappresentano il filo conduttore delle strategie terapeutiche di M. H. Erickson.

Per Erickson sono due strumenti indispensabili per ogni terapeuta che entra in risonanza con le sofferenze delle persone per restituirgli energie protettive e stimolarle a continuare a vivere pienamente la sua esistenza.

Dunque, la resilienza è proprio composta dalle “energie protettive”, o “fattori protettivi”, che determinano la capacità della persona di resistere agli stress senza “spezzarsi”. 

La resilienza è la forza delle persone che, nonostante siano state ferite, si considerano non vittime ma utilizzatori delle proprie risorse e si preparano a recuperare le risorse necessarie per affrontare il futuro con speranza progettuale.

E, a ben vedere, questo concetto è particolarmente importante anche in relazione agli eventi traumatici, più o meno seri, più o meno rari, ma sempre possibili nel sentiero di vita di noi tutti.

La persona resiliente riconosce il potere destabilizzante degli eventi traumatici ma li colloca all’interno di un contesto più vasto costituito dalle risorse interne, dalle risorse familiari e sociali che lo circondano.

Quindi, lo scopo ultimo di ogni lavoro psicoterapeutico ben impostato dovrebbe essere quello di rendere il paziente più resiliente, affinché possa affrontare le future sfide della vita in modo sano e indipendente: assorbire l’urto senza rompersi.

“La parola resilienza (dal latino resilire, rimbalzare) in fisica indica la proprietà dei materiali di riprendere la forma originaria dopo aver subito un colpo. In sociologia e psicologia evidenzia la capacità umana di superare le difficoltà della vita con elasticità, vitalità, energia, ingegnosità. Resilienza è l’abilità di superare le avversità, di affrontare i fattori di rischio, di rialzarsi dopo una crisi, più forti e più ingegnosi di prima: è l’abilità di superare le ingiustizie della vita senza soccombere.”

Consuelo Casula, La forza della vulnerabilità, 2011

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