Ambulatorio di Strada "San Francesco"

L’Associazione IIRIS, in collaborazione con la Onlus Medicina Solidale, partecipa alla realizzazione dell’AMBULATORIO DI STRADA “SAN FRANCESCO” SOSTENUTO DALL’ELEMOSINERIA APOSTOLICA nella storica sede dei Volontari di Regina Coeli Associazione Vo.Re.Co via della Lungara.

L’Ambulatorio, all’inizio, sarà aperto:

–          il sabato mattina dalle ore 9,00 alle 12,00 con il servizio di medicina generale

–          il I e III mercoledì del mese dalle ore 10,30 alle 12,30 come centro di ascolto e di orientamento psicologico.

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L’intelligenza emotiva nei figli e nelle figlie

Essere un/una bambino/a o un/una adolescente oggi è un lavoro duro. Sono tempi difficili non solo per i genitori ma anche per i/le figli/e. La famiglia ha subito cambiamenti radicali rispetto a quella dei nostri nonni o genitori; il lavoro corrode il tempo da dedicarsi, i/le figli/e non popolano più strade e cortili, il tempo sia degli adulti che dei/delle figli/e è scandito da ritmi serrati tra lavoro, spesa, scuola, palestra, piscina, calcio, danza, violino, cane da portare a fare i bisogni e chi più ne ha più ne metta. La baby sitter odierna è uno schermo che proietta video, giochi e qualsiasi materiale multimediale che riesca a sedare idee, pensieri, emozioni e capricci dei/delle più piccolo/e, e non solo.

Siamo nell’era del digitale, del global, dell’I-Tech, dell’iQualunque ma le emozioni sono sempre ancora emozioni, non possiamo delegarle a uno strumento bianco-grigio, ci appartengono e dobbiamo imparare a conoscerle, a riconoscerle, a gestirle e utilizzarle per il nostro benessere. Questo vale soprattutto per i/le figli/e che devono essere guidati/e in questo percorso dagli adulti di riferimento perché sono proprio loro a trasmettere le conoscenze emotive e sociali fondamentali e un ruolo fondamentale spetta anche ai giochi, agli spazi e ai tempi trascorsi con i pari.

I/le figli/e di oggi vengono sempre prima a contatto con realtà troppo difficili per loro o che comunque necessitano di mediazione da parte degli adulti: pensiamo al sesso, alle sostanze stupefacenti, ai casi di violenza, ai casi di aggressione e al numero sempre crescente di suicidi…

È necessario che i genitori siano attenti alla qualità del tempo che dedicano ai/alle propri/e figli/e e alla qualità degli interventi, che abbiano chiaro il proprio ruolo genitoriale e l’importanza del loro esempio anche rispetto alle competenze emotive e sociali quali la comprensione, l’autoregolazione, l’empatia, la gestione di situazioni conflittuali.

Uno degli strumenti fondamentali che i genitori hanno a loro disposizione è la comunicazione. Ciò che fa la differenza è il modo in cui i genitori interagiscono con i/le figli/e quando le emozioni diventano intense (J. Gottman). Quando i genitori hanno un atteggiamento empatico e aiutano i/le propri/e figli/e a riconoscere e gestire i sentimenti, pensiamo per esempio alla rabbia, incentivano la costruzione di un legame basato sulla lealtà e l’attaccamento. Il senso di responsabilità e l’obbedienza derivano dall’affetto e dal legame che il/la figlio/a percepisce all’interno del nucleo familiare. Dare attenzione alla comunicazione con i/le propri/e figli/e e avere un approccio educativo che tenga conto delle emozioni dei/delle più piccolo/e (e non solo) permette di sviluppare una solida relazione genitore – figlio/a.

La chiave per essere genitori di successo non si trova in teorie complesse, in regole familiari elaborate o in contorte formule comportamentali. Essa si trova nei sentimenti più profondi di amore e di affetto per i/le figli/e, e si dimostra semplicemente, attraverso l’empatia e la comprensione. Una buona educazione dei/delle figli/e comincia dal cuore dei genitori, e poi continua, momento per momento, nello stare vicini ai/alle figli/e quando la tensione emotiva cresce, quando essi/e sono tristi, arrabbiati/e o spaventati/e. L’essenza dell’essere genitori consiste nell’esserci in un modo particolare, quando esserci conta davvero” (J. Gottman).

Negli ultimi anni la scienza ha fatto passi da gigante riguardo le scoperte del ruolo che giocano le emozioni nella vita di ogni giorno. Sviluppare una buona intelligenza emotiva è fondamentale poiché è alla base del successo e della felicità, più di quanto possa fare il QI.

Riguardo ai genitori, avere intelligenza emotiva, significa riconoscere le emozioni dei/delle figli/e, avere capacità empatica nei loro confronti, rasserenarli e guidarli. Riguardo ai/alle figli/e poter osservare i genitori esercitare tale competenza emotiva significa imparare a controllare gli impulsi, sapere e accettare quando poterli soddisfare, trovare la giusta dose di motivazione, interpretare i segnali che provengono dal mondo sociale e poter usufruire delle proprie competenze per affrontare le situazioni più varie.

La vita familiare è la prima scuola nella quale apprendiamo insegnamenti riguardanti la vita emotiva. È nell’intimità familiare che impariamo come dobbiamo sentirci riguardo a noi stessi e quali saranno le reazioni degli altri ai nostri sentimenti; che cosa pensare su tali sentimenti e quali alternative abbiamo per reagire; come leggere ed esprimere speranze e paure. L’educazione emozionale opera non solo attraverso le parole e le azioni dei genitori indirizzate direttamente al/alla bambino/a, ma anche attraverso i modelli che essi gli offrono mostrandogli come agiscono i propri sentimenti e la propria relazione coniugale” (D. Goleman).

Gottman propone un percorso che chama “allenamento emotivo” rivolto ai genitori che vogliono incrementare la propria competenza emotiva.

Il percorso è composto di 5 fasi secondo le quali il genitore:

  • diventa consapevole dell’emozione del/della bambino/a
  • riconosce in quell’emozione un’opportunità di intimità e di insegnamento
  • ascolta con empatia e convalida i sentimenti del/della bambino/a
  • aiuta il/la bambino/a a trovare le parole per definire le emozioni che sta provando
  • pone dei limiti mentre esplora le strategie per risolvere il problema in questione.

Figli/e che hanno genitori che mettono in pratica questo tipo di interazione hanno una migliore salute fisica, raggiungono risultati migliori a scuola, hanno rapporti migliori con i coetanei, di fronte a situazioni negative riescono a trovare in minor tempo le proprie risorse, insomma sono più emotivamente intelligenti.

Secondo Gottman il fondamento essenziale alla base de “l’allenamento emotivo” è una buona capacità empatica dei genitori. Quando si parla di empatia genitoriale si intende la capacità dei genitori dimettersi nei panni dei/delle figli/e. Quando i/le figli/e si sentono ascoltati/e, compresi/e e appoggiati/e non si sentono da soli/e ma percepiscono i genitori dalla loro parte. Nel momento in cui i/le figli/e sentono che i genitori sostengono i loro obiettivi e ne riconosco i sentimenti, saranno maggiormente disposti/e a farli entrare nel loro mondo, gli parleranno di loro stessi/e e non avranno timore di esprimere la loro opinione. I/le figli/e saranno meno riservati/e e si fideranno di più dei genitori.

Se i genitori riuscissero ad essere autenticamente empatici e a “comunicare questo tipo di comprensione emotiva si porrebbero, come direbbero i canoisti che discendono un fiume, “nella corrente”. Non importa quali rocce o quali rapide ci aspettano nel nostro rapporto con i/le nostri/e figli/e. Possiamo rimanere nella corrente e guidarli/e verso la foce. Anche se il corso del fiume dovesse diventare molto pericoloso, come avviene a volte nell’adolescenza, siamo in grado di aiutare i/le nostril/e figlie a oltrepassare ostacoli e rischi che possono trovare sulla loro strada”.

Riferimenti bibliografici

Gottman, J. (2015). Intelligenza emotiva per un figlio: una guida per i genitori. Milano: Bur.

Goleman, D. (1996). Intelligenza Emotiva. Milano: Rizzoli.

 

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La chiave del nostro benessere: L’intelligenza emotiva

Da tempo sentiamo ripeterci da media, dalle agenzie d’informazione e tra le persone che siamo in “crisi”. Indubbiamente la situazione economica europea e in particolare quella italiana stanno vivendo momenti difficili ma mi chiedo, la vera crisi che noi italiani/e stiamo vivendo oggi è veramente e solamente quella economica? Le notizie quotidiane sono incentrate sulle mille difficoltà del nostro paese: economia, politica, cronaca, religione, immigrazione, emigrazione, scuola, sanità ecc.

Viviamo in un periodo storico incentrato sull’autoaffermazione a tutti i costi, pensiamo all’uso che se ne fa dei social network, su una sempre maggiore competitività determinando un aumento dell’isolamento e perdita del senso di comunità e d’integrazione sociale. Insieme a questa atmosfera decadente di crisi sociale assistiamo a una vera e propria crisi emozionale delle giovani generazioni: le notizie sono piene di fatti che vedono come protagonisti di violenze, anche efferate, ragazzi/e sempre più giovani. Ciò sta ad indicare che nei/nelle giovani di oggi c’è una scarsa capacità all’autocontrollo, all’empatia, alla gestione della rabbia e della frustrazione, in genere c’è una scarsa competenza nella gestione delle emozioni.

Come mai le emozioni sono così importanti per gli esseri viventi?

Ledoux sostiene che “…Ma una mente senza emozioni non è affatto una mente, è solo un’anima di ghiaccio: una creatura fredda, inerte, priva di desideri, di paure, di affanni, di dolori o di piaceri” (p. 27).

Secondo Goleman le emozioni sono delle vere e proprie guide per gli esseri viventi che li aiutano nelle situazioni più difficili e importanti in cui il solo utilizzo dell’intelletto non sarebbe sufficiente. Ogni emozione ci predispone all’azione in modo caratteristico; ciascuna di esse ci orienta in una direzione già rivelatasi proficua per superare le sfide ricorrenti della vita umana – situazioni eterne che si ripeterono infinite volte nella nostra storia evolutiva (p. 22). Tutti noi abbiamo esperienza delle emozioni basti pensare a quando dobbiamo prendere una decisione: la valutazione razionale e intellettiva è importante ma spesso insufficiente e il peso maggiore lo fa una valutazione delle emozioni legate alla scelta che stiamo per fare.

Dal punto di vista evolutivo i centri emozionali sono nati prima dei centri deputati al pensiero, la neocorteccia, e dal punto di vista anatomico, il cervello pensante si è evoluto dal cervello emozionale. Dunque, il cervello emozionale è stato la matrice da cui hanno preso vita le aree cerebrali più recenti ed è collegato alla neocorteccia attraverso migliaia di connessioni, ciò fa si che il cervello emotivo influenzi l’azione di tutte le aree del cervello, anche del cervello pensante.

Questa modalità dicotomica di descrivere il cervello, emotivo e pensante, ricorda molto la distinzione mente – corpo, è mia premura sottolineare che è semplice facilitazione descrittiva e ricordare come ormai sia accettato nel mondo scientifico che il comportamento umano sia la risultanza di un lavoro simultaneo di funzioni collocate a più livelli.

Cosa sono in sostanza le emozioni?

Sempre Goleman, nel suo libro, sostiene che fondamentalmente le emozioni sono impulsi ad agire cioè piani d’azione dei quali ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le emergenze della vita. La parola emozione deriva dal verbo latino moveo, cioè “muovere”, e l’aggiunta del prefisso e, che sta a significare “movimento da”, dunque in ogni emozione è implicita una tendenza ad agire.

Quando si parla di intelligenza emotiva Goleman la definisce come “la capacità di motivare se stessi, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione, di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, di essere empatici/he e di sperare”. Secondo l’autore l’intelligenza emotiva si compone di 5 abilità:

  • Conoscenza delle proprie emozioni
  • Controllo e regolazione delle proprie emozioni
  • Motivazione di se stessi
  • Riconoscimento delle emozioni altrui: empatia
  • Gestione delle relazioni

Le competenze emotive possono essere apprese e allenate. Il nostro cervello è plastico e non smetteremo mai di imparare, ma durante i primi anni di vita la capacità di apprendimento è al massimo livello. Più i/le bambini/e sono piccolo/e, più i loro neuroni sono alla ricerca di nuovi collegamenti e ramificazioni: è questo che permette loro di apprendere con grande rapidità e in modo permanente (LeDoux, 1996). Per questo ritengo sia fondamentale iniziare i/le bambini/e da subito all’alfabeto emozionale, educarli/e alle capacità fondamentali del cuore e che sia i genitori che la scuola insegnino le capacità intra e interpersonali fondamentali. Cosa succede però se anche gli adulti di riferimento non posseggono tale competenza? Goleman sostiene che l’intelligenza emotiva, a differenza del QI, può essere appresa e consolidata in qualsiasi momento della vita e sottolinea come tale competenza aumenti in relazione alla consapevolezza degli stati d’animo, al contenimento di quelle emozioni che suscitano sofferenza, al miglioramento della capacità di ascolto e di empatia.

 

Riferimenti bibliografici

Goleman, D. (1996).Intelligenza emotiva. Milano: Bur Saggi.
LeDoux, J. (1996). Il cervello emotivo. Milano: Baldini Castoldi Dalai Editore.

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Appunti dalla mente di un terapeuta

“Solo il guaritore che è stato ferito può davvero curare

Irvin D. Yalom

 

“Dottore, non trovo più un motivo per esistere”, gli occhi sono umidi, trattengono a stento una lacrima, lo sguardo mi oltrepassa, non guarda me, ma tutti gli istanti in cui si è sentita totalmente impotente di fronte alla vita.

Penso, tra me e me, “che cosa posso veramente dirle”, da circa sette anni qualcuno o qualcosa ha deciso che nella vita di Sandra dovessero esserci il lutto per la morte del padre, un figlio di 7 anni con diagnosi di autismo ed un tumore al cervello.

Sono paralizzato, tutto ciò che potrei chiederle è veramente irrispettoso penso, allora abbozzo una di quelle domande che per gli psicoterapeuti sono come la copertina di linus “Qual è la prima volta che si è sentita così?”.

Questa domanda mi fa riprendere la respirazione, Sandra risponde “Da sempre, ma quella che ricordo con più dolore è quando mi hanno detto che mio figlio è autistico, è crollato tutto. Quando la neuropsichiatra ha comunicato la diagnosi, non sentivo più il gusto, era come se l’olfatto fosse bloccato”.

Ho veramente bisogno di spostarmi da questa intensità, distrarre la mia mente, guardo il marito, lo sguardo è basso, non guarda me, fissa un punto imprecisato, prova a sorridere per smorzare la tensione.

“Ora non so veramente che dire”, penso, il peso delle parole di Sandra mi schiacciano, cerco qualcosa nella mia mente, la prima cosa che emerge è una diagnosi, tutti gli psicoterapeuti in difficoltà ritrovano equilibrio e controllo attraverso la diagnosi.

Sandra mi toglie dagli impacci e continua “Quando ho iniziato a portare mio figlio al Centro,non sapevo perché ero lì, non capivo che cosa era l’autismo, mi muovevo come un automa.”

Sono invaso dalla sua disperazione e dalla sua tristezza, “mio Dio cosa le dico”, il dialogo interiore produce solamente domande senza risposta sulla mia capacità di essere d’aiuto; provo a respirare, “concentrati sul processo, non sul contenuto”, penso, è un’ottimo suggerimento che do’ ai colleghi in supervisione, ma non serve, “quale processo e quale contenuto, sono di nuovo veramente paralizzato”; penso “la prossima volta che affronterò una supervisione, mi devo ricordare di essere meno profetico, le profezie in questi momenti non servono”.

Sandra continua “Lo psicologo del Centro continua ad arrabbiarsi con me perché non utilizzo le strategie, non compilo lo schede, l’Aba necessità di ripetizioni, ripetizioni, ripetizioni. Deve sapere signora che gli autistici….”

Penso “Noo, pure il pippone sugli autistici, odio profondamente questo modo di fare diagnosi, che stronzo!”.

Ora Sandra tace, il marito mi guarda e capisco “Non l’ho pensato, l’ho detto! E’ veramente finita. Che figura tremenda”.

L’inconfessabile era stato detto.

Ma l’inconfessabile ha cambiato il clima relazionale del colloquio, finalmente mi vedono, mi guardano, ora mi sento il loro terapeuta e stiamo iniziando a camminare; la conversazione si sposta su come si sentono in questo momento in maniera differente.

Dico loro che non era voluto, l’autenticità in terapia è uno degli indicatori più importanti di successo ed aggiungo: “Proviamo a capire insieme che cosa è cambiato in voi ed in me in questo momento.”.

Mi viene in aiuto Carl Whitaker e propongo loro questa citazione “ la psicopatologia sia in realtà una prova di salute psicologica (pag.68)” e che “la depressione, che viene considerata una patologia individuale, sia in realtà la risposta alla concreta percezione della patologia negli altri. E’ il riconoscimento dell’inutilità di qualsiasi sforzo per alleviare il dolore del mondo. L’attacco maniacale è la contro – mossa fondamentale dell’illusione di essere altruisti (ibidem)”.

Aggiungo: “Questo è un punto assolutamente centrale del mio approccio al lavoro: la psicopatologia riguarda la relazione, è fondamentalmente relazionale e riguarda il rapporto interconnesso che abbiamo con noi stessi, gli altri ed il mondo.”

Yalom utilizza una espressione che mi ha sempre molto colpito, quella di compagni di viaggio e la suggella con una storia di guarigione contenuta nel libro di H.HesseIl giuoco delle perle di vetro; la propongo a Sandra e al marito: Joseph e Dion, due noti guaritori vissuti ai tempi della Bibbia. Sebbene fossero entrambi molto efficaci, operavano in modo diverso. Il guaritore più giovane, Joseph, curava attraverso un ascolto silenzioso e ispirato. I pellegrini avevano fiducia in lui. La sofferenza e l’ansia riversate nei suoi occhi svanivano come acqua sulla sabbia del deserto e i penitenti si allontanavano dalla sua presenza svuotati e rasserenati. Dall’altro canto Dion, il guaritore più anziano, affrontava in maniera attiva quelli che cercavano il suo aiuto. Indovinava peccati inconfessati ed era un grande giudice che puniva, rimproverava e correggeva, guarendo appunto attraverso un intervento attivo. Trattando i penitenti come bambini, dava consigli, puniva infliggendo penitenze, ordinava pellegrinaggi e matrimoni e obbligava i nemici a fare la pace.

I due guaritori non si incontrarono mai, e operarono per molti anni come rivali finché lo spirito di Joseph si ammalò, facendolo cadere nella disperazione più nera, e fu assalito da impulsi autodistruttivi. Incapace di curarsi con i propri metodi terapeutici, si mise in viaggio verso sud per cercare l’aiuto di Dion.

Durante il suo pellegrinaggio una sera si fermò a riposare in un’oasi, dove attaccò discorso con un viaggiatore più anziano. Quando Joseph descrisse lo scopo e la destinazione del suo pellegrinaggio, il viaggiatore si offri come guida per aiutarlo nella ricerca di Dion. Più tardi, durante il loro lungo viaggio insieme, il vecchio viaggiatore rivelò la sua identità a Joseph. Era proprio lui Dion, l’uomo che Joseph stava cercando.

Senza esitare Dion invitò il giovane rivale disperato nella sua casa, dove vissero e lavorarono insieme per molti anni. Dion all’inizio chiese a Joseph di fargli da servitore. Quindi lo elevò al rango di allievo e infine lo nominò suo collega a tutti gli effetti. Anni dopo, Dion si ammalò e sul letto di morte chiamò a sé il collega più giovane, affinché ascoltasse la sua confessione. Parlò della terribile malattia di Joseph e del suo viaggio alla ricerca del vecchio Dion per implorare l’aiuto. Raccontò come Joseph avesse interpretato come un miracolo il fatto che il suo compagno di viaggio fosse poi risultato essere Dion in persona.

Ora che stava morendo era giunta l’ora, disse Dion a Joseph, di rompere il silenzio su quel miracolo, e confessò che quell’incontro allora era sembrato un miracolo anche a lui, perché era caduto a sua volta nella disperazione. Anche lui si sentiva vuoto e spiritualmente morto e, incapace di aiutare se stesso, aveva intrapreso un viaggio per cercare aiuto. Proprio la notte in cui si erano incontrati nell’oasi era in pellegrinaggio verso un famoso guaritore di nome Joseph.

Un processo di guarigione è sempre duplice e reciproco.

Sono colpiti dalla possibilità di dare e ricevere aiuto, uscire dall’idea della patologia nell’individuo, dico loro che scopriranno quanto possono imparare dal figlio, sono commossi da questa possibilità, che però infonde loro speranza.

Mentre li accompagno alla porta penso che per poter cambiare l’individuo, il gruppo o la famiglia deve poter cambiare il terapeuta.

Solamente quando ho permesso alla loro storia di poter entrare dentro di me è iniziato il processo di cura, quando ho permesso al loro dolore di potermi curare sono potuto diventare il terapeuta di questa coppia.

 

Bibliografia

  1. Hesse H.(2000), Il giuoco delle perle di vetro, Mondadori Editore, Milano;
  2. Whitaker C.A. (1990), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma;
  3. Yalom I. (2005), La cura Schopenhauer, Neri Pozza Editore, Milano;
  4. Yalom I. (2014), Il dono della terapia, Neri Pozza Editore, Milano;

 

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Seminario: le prescrizioni in terapia strategica evoluta

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