Open Class – Iscrizioni per l'anno 2019

Open Class 2019

Gli Open Class sono dedicati a studentesse/i e laureate/i in Psicologia e Medicina. Ogni studentessa/i può scegliere di partecipare gratuitamente solo un modulo di studio.

Vieni a conoscere il nostro modello, passa una giornata con noi. Sperimenta un momento di classe aperto e condiviso. Ti aspettiamo!

Gli eventi sono gratuiti ed è richiesta l’iscrizione che è possibile effettuare telefonando al numero 06/45445779 o inviando una e-mail all’indirizzo info@istitutostrategico.it

Le prossime date sono:

  • dalle 15 alle 19 il 15 Febbraio: Teorie e Tecniche di Terapia Strategica con il dott. Lepri
  • dalle 15 alle 19 il 16 Febbraio: Applicazioni nel Contesto Scolastico con la dott.ssa Mastrantonio
  • dalle 10 alle 14 il 17 Febbraio: Applicazioni nel contesto Giuridico con la dott.ssa Vera Cuzzocrea
Read More

TRAUMA: CONTESTI, CURA E PREVENZIONE

VENERDì 25 GENNAIO dalle 14 alle 17:30, presso la nostra sede in Viale dell’Oceano Atlantico, n13 – Roma (metro Laurentina),  l’Istituto Strategico è lieto di invitarvi al primo pomeriggio di studio del 2019.

L’evento TRAUMA: CONTESTI, CURA E PREVENZIONE è organizzato con la partecipazione dell’associazione Camera MInorile di Capitanata e Unicef.

La partecipazione è gratuita, aperta a Studenti/e e Laureati/e in Psicologia e Medicina, Psicoterapia e Avvocati/e e verrà rilasciato un attestato ai/alle partecipanti. I posti sono imitati ed è necessaria la prenotazione.

Per info e prenotazioni chiamare al 348/8449878/ 0645445779 oppure scrivere a info@istitutostrategico.it

Il pomeriggio studio sarà articolato così:

14 – 14:15: Saluti. Dott.ssa Francesca Mastrantonio, Psicologa, Psicoterapeuta, Sessuologa – Presidente IIRIS, Direttore didattico Istituto Strategico – Dott. Andrea Stramaccioni, Psicologo, Psicoterapeuta – Clinica Armonia, Vicepresidente IIRIS, Direttore Scientifico dell’Istituto Strategico.

14.15 – 14.45: Il trauma: contesti, cura e prevenzione. Dott. Stramaccioni.

14:45 – 15:15: Diritti negati nei rapporti familiari. Risarcimento dei danni. Avvocata AnnaLucia Celentano, Vicepresidente Camera Minorile di Capitanata & Avvocata MariaEmilia De Martinis, Presidente Unicef Foggia.

15:15 – 15:45: Vittime, vulnerabilità e giustizia. Dott.ssa Vera Cuzzocrea, Psicologa Giuridica e Psicoterapeuta – Vicepresidente di PsicoIus Scuola romana di psicologia giuridica, Comitato docenti Istituto Strategico.

15:45 – 16:15:  Psicotraumatologia nel Contesto Ospedaliero: gli Interventi di Pronto Soccorso Psicologico. Dott.ssa Lucia Bernardini – Psicologa, Psicoterapeuta, Coordinatrice Didattica e Docente Lumsa, UCSC e Università Cattolica del Sacro Cuore, collabora con il Servizio Day Hospital di Psichiatria Clinica e con il Servizio “Dipartimento Emergenza e Accettazione” del Pronto Soccorso del Policlinico A. Gemelli di Roma.

16:15 – 16:45: Amatrice, i casi. Dott.ssa Alessandra Celentano, Psicologa Psicoterapeuta, socia IIRIS, coordinatrice progetto “Un fiore per Amatrice”.

16:45 – 17:15: L’intervento psicologico nel post trauma per grandi e piccoli supereroi. Dott.ssa Mastrantonio.

17.15 – 17.30: Riflessioni e domande.

 

 

 

 

 

Read More

Sconti e agevolazioni

L’Istituto Strategico – Scuola di specializzazione in psicoterapia strategica dell’associazione IIRIS vi offre la possibilità di iscrivervi al prossimo anno accademico 2019 usufruendo dei seguenti sconti e agevolazioni:

  • Sconto del 50% sulla quota di iscrizione alla scuola di specializzazione  per gli/le studenti/esse che porteranno un/una a nuovo/a iscritto/a;
  • La scuola ritiene indispensabile un percorso di psicoterapia interno. Qualora si fosse già svolto un percorso di psicoterapia personale, dopo valutazione e approvazione del Comitato direttivo, è possibile prevedere il riconoscimento del percorso precedentemente svolto. Questo comporterà una riduzione di 450,00 € sul pacchetto forfait dell’area clinica del primo e secondo anno con l’impegno a frequentare un gruppo di psicoterapia della scuola per almeno 20 h complessive al fine di sperimentare su di sé l’esperienza terapeutica del modello.

Inoltre…

La scuola propone sconti e agevolazioni per coloro che sono iscritti/e o hanno completato con profitto il Corso Specialistico in counseling psicologico ad impostazione strategica:

  • riduzione di € 1.000,00 sulla retta annuale complessiva del 1° anno della Scuola di specializzazione in psicoterapia strategica;
  • per le materie che si ripetono nei due corsi la frequenza è obbligatoria solo per uno dei corsi frequentati;
  • per chi proviene da PsicoIus e dall’IISS è previsto uno sconto del 50% sulla quota di iscrizione per il primo e secondo anno di corso. Le materie che si ripetono nei due corsi non sono obbligatorie;
  • per chi proviene da Pianeta Psicologia è previsto uno sconto del 20% sulla quota di iscrizione per il primo anno di corso.
  • per coloro che hanno partecipato agli eventi dell’IIRIS o della scuola è previsto uno sconto del 10% sulla quota di iscrizione per il primo anno di corso.

Ricordiamo che se paghi subito paghi meno: sconto di 300 € (quota di iscrizione) se scegli di pagare la retta in unica soluzione.

Infine…

Per le iscrizioni che perverranno:

entro il 31 luglio è previsto uno sconto di 350 € sulla retta del 1° anno,

entro il 30 settembre è previsto uno sconto di 250 € sulla retta del 1° anno,

entro il 31 ottobre è previsto uno sconto di 200 € sulla retta del 1° anno,

entro il 30 novembre è previsto uno sconto di 150 € sulla retta del 1° anno

Tutti gli sconti e le agevolazioni non sono cumulabili.

Borse di studio per premiare chi si distingue e vuole migliorarsi

L’Istituto propone 3 borse di studio assegnate a discenti del primo anno.

Borsa 1: riduzione di 800€ al 1° e 2° anno accademico, Borsa 2: riduzione di 800€ al 1° anno accademico, Borsa 3: riduzione di 500€ al 1° anno accademico.

Saranno premiati coloro che:

– hanno seguito i nostri eventi,

– hanno un CV accademico di alto profilo,

– un reddito non elevato e/o sono fuori sede.

Per partecipare alle selezioni sarà necessario essere iscritti al 1° anno, aver presentato formale richiesta di partecipazione alla selezione, aver inviato il cv e un CUD che attesti la situazione reddituale della persona o della famiglia.

Tutti gli sconti e le agevolazioni non sono cumulabili e sono validi per le iscrizioni che perverranno entro il 15 dicembre.

Per maggiori informazioni contattare la segreteria o inviare una mail a info@istitutostrategico.it

Read More

L’amore è solo una questione di “tempo”: quattro consigli pratici per le coppie

 

Il segreto del tango sta in quell’istante di improvvisazione che si crea tra passo e passo. Rendere l’impossibile una cosa possibile: ballare il silenzio”.
(Carlos Gavito)

Il comportamento comunicativo non ha un suo contrario, non c’è alcuna notte che ci aiuta a riconoscere cosa sia il giorno: non esiste una non comunicazione, l’attività e l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di mettere in comunione, perché influenzano gli altri i quali, a loro volta, non possono non rispondere, il processo non si ferma mai.

Quindi, Non si può non comunicare. La non-comunicazione è impossibile, perché qualsiasi comportamento comunica qualcosa a noi e agli altri ed è impossibile avere un non-comportamento. Per quanto una persona con la sua passività e i suoi silenzi trasmetta la volontà di non comunicare con un altro individuo, sta comunque inviando un messaggio, e quindi, comunica di non voler comunicare.

Qualunque cosa fai o dici, qualunque scelta o qualunque atteggiamento assumi, comunica alcuni aspetti di te stesso agli altri in maniera involontaria magari, non intenzionale e non conscia o addirittura inefficace, ma diciamo sempre qualcosa di noi stessi per rapporto ad un altro.

La domanda, quindi, non è “se” una persona stia comunicando, ma “cosa” e “come” lo stia facendo, anche tramite la sua apparente assenza.

Due estranei che si trovano per caso a viaggiare nello stesso treno molto probabilmente eviteranno il dialogo, ma tale silenzio rappresenta un’interazione comunicativa, alla pari di una discussione accesa.

La comunicazione è dunque un processo circolare perché c’è sempre un feedback, cioè una retroazione da parte del ricevente ed è continua perché è un insieme ininterrotto di scambi.

Coloro che sono direttamente coinvolti nella comunicazione scelgono poi un proprio personale punto di inizio sulla base del punto di vista da cui osservano e descrivono la scena, ma qualsiasi operazione è arbitraria e racconta di chi la ha eseguita, non determina alcun oggettivo rapporto di causa – effetto.

Questa modalità di suddividere le sequenze della comunicazione è chiamata punteggiatura.

Esempio: i due coniugi si attribuiscono l’un l’altra la responsabilità della loro difficoltà a comunicare. La moglie: “io brontolo perché ti chiudi in te stesso”; il marito: “io mi chiudo in me stesso perché tu brontoli”.

Quattro consigli pratici per le coppie che potremmo utilizzare per migliorare i processi comunicativi sono i seguenti:

  1. Guardate in mezzo: Smettete di guardare a quello che c’è dentro la vostra testa e concentratevi su quello che succede tra di voi;

  2. Accogliete realtà diverse: la realtà emerge nel linguaggio attraverso il consenso, per cui accettate che esistano tante realtà quanti sono i linguaggi;

  3. Scegliete il tango: i tempi della comunicazione sono fondamentali: quelli individuali della persona devono trovare una struttura di coppia, la cosiddetta “danza”.

  4. Coltivate il silenzio: ogni giorno scegliete di guardarvi negli occhi per cinque minuti, da lì esploderà il messaggio che cercavate.

Vivere la comunicazione come una danza significa principalmente la ricerca di un dialogo, fatto di fantasia, improvvisazione, ma che abbia una coreografia che consenta alle persone di comprendersi.

Può essere triste, allegra o seria; non esiste un unico stile efficace, bensì un’infinità variabilità, cioè “una possibilità infinita” nel creare passi, stili nel legarsi, questo è il luogo dell’incontro e affinché origini cambiamenti ha bisogno di cura.

La flessibilità e la possibilità di evoluzione della coreografia che le persone co-creano consente di non far sparire la magia e di non farle ritrovare ai lati della pista ad osservarsi, sole.

Andrea Stramaccioni

Read More

Open Class 2018

Gli Open Class sono dedicati a studentesse/i e laureate/i in Psicologia e Medicina.

Vieni a conoscere il nostro modello, passa una giornata con noi. Sperimenta un momento di classe aperto e condiviso. Ti aspettiamo!

Gli eventi sono gratuiti ed è richiesta l’iscrizione che è possibile effettuare telefonando al numero 06/45445779 o inviando una e-mail all’indirizzo info@istitutostrategico.it

Le prossime date sono:
venerdì 14 Dicembre dalle ore 15:00 alle ore 19:00,Elementi di Psicologia dello Sviluppo.

Read More

La terapia senza il paziente, quando gli/le Adolescenti sono in difficoltà!

La terapia senza il paziente, quando gli/le Adolescenti sono in difficoltà!

Che fare se vostro figlio/a adolescente, pur affrontando un momento critico, decide di non farsi aiutare da nessuno, neppure da voi, e avete l’impressione che si allontani da voi e dalla realtà che lo circonda.

Atteggiamenti improntati sugli agiti, a volte aggressivi, l’uso di sostanze stupefacenti, o atteggiamenti di chiusura e di ritiro sociale: questo ciò che alcuni genitori notano nei figli/e adolescenti senza che riescano ad entrare in contatto con loro.
In questi casi molti genitori dopo aver provato in tutti i modi di capire e aiutare il figlio/a tentano di far iniziare una psicoterapia al ragazzo/a.
Se questo riesce e il ragazzo/a inizia una psicoterapia riuscendo ad instaurare una buona alleanza terapeutica, e si affida al/alla terapeuta, la prognosi è positiva. Ma cosa accade quando i nostri/e ragazzi/e si rifiutano di iniziare il percorso psicologico?
Sicuramente costringerli non sortirebbe un buon effetto, è importante per gli/le adolescenti essere riconosciuti come individui capaci e autonomi e non come bambini incapaci di scegliere per se stessi. Inoltre iniziare una psicoterapia senza essere motivati al cambiamento o quanto meno senza valutarne l’opportunità che questa può fornire è spesso fallimentare.

É però utile considerare ogni adolescente come un individuo immerso in un sistema, fatto di relazioni, che non solo egli influenza ma dal quale viene influenzato, in un processo di scambio continuo.
In quest’ottica cambiando la realtà circostante e il modo che gli altri hanno di comunicare con lui/lei gli si potrà offrire la possibilità concreta di un cambiamento (di fatto l’opportunità è per L’adolescente ed anche per la sua famiglia).

È utile la terapia senza il paziente, quindi con i genitori, per lavorare su dinamiche interne che vanno a smuovere il sistema e raggiungere obiettivi declinati in azioni concrete che possano essere ben visibili a tutti i membri della famiglia.
Questa modalità implica che curando le relazioni familiari si possano curare anche gli appartamenti della stessa. Il paziente assente fisicamente sarà in realtà costantemente presente nella terapia.
Durante la terapia è interessante verificare con i genitori quanto loro siano coinvolti nelle manifestazioni di disagio del proprio figlio/a. Sentirsi parte attiva del processo li aiuta a credere nella possibilità di poter essere anche gli autori di cambiamento e benessere.
La proposta della terapia senza il paziente è utile quindi per smuovere e attivare delle risorse e far lavorare intanto il sistema (i genitori che vogliono e auspicano un cambiamento per sè e per il proprio figlio/a) influenzando poi il paziente “escluso’.

dott.ssa Alessandra Celentano

Read More

Che cos’è la felicità?

Spesso me lo chiedono i miei pazienti e non sempre è facile rispondere o meglio far capire cosa sia.

Il dizionario ci dice che la felicità è lo stato di chi è felice, l’emozione di chi ritiene soddisfatto ogni suo desiderio, è collegata alla gioia, alla soddisfazione completa.

Per provare questa emozione così importante per il benessere personale servono due condizioni: saper desiderare qualcosa e saper raggiungere quel qualcosa per trarre soddisfazione da questo risultato.

Raggiungere la felicità comporta quindi avere delle competenze personali che non sono innate ma si acquisiscono durante le esperienza di vita ed è qui che nasce il problema e la mia riflessione.

Spiegare cosa sia la felicità e come raggiungerla è impresa assai ardua se difronte abbiamo persone che non sanno cosa voglia dire desiderare qualcosa perché si è avuto tutto troppo facilmente e velocemente, o persone che annoiate dalle vita per l’assenza di emozioni condivise osservano scorrere i giorni senza sapere cosa farne.

La notizia che fa clamore è che all’università di Yale il corso più frequentato quest’anno, con numeri da record, è il corso sulla felicità promosso dalla docente di psicologia Laurie Santos. Fa clamore perché scopriamo che dietro quei ragazzi, che vediamo imbambolati dietro un monitor o chiusi in camera dentro una realtà virtuale, c’è in realtà il sospetto che si stiano perdendo qualcosa di importante e forse il bisogno di capire come raggiungere questa felicità.

Cercare questa spiegazione attraverso la frequenza di un corso è una soluzione che stanno tentando ma che ci dice che sono mancate delle guide attendibili prima, nella fase di crescita, e che ne hanno un grande bisogno.

Scopriamo che hanno bisogno di felicità. Questo è un dato prezioso per gli educatori di oggi che non possiamo lasciar cadere nel vuoto ma cogliere come monito.

L’OMS ci segnala per l’ennesima volta che la depressione è aumentata del 20% negli ultimi dieci anni e sono numerose le ricerche che sostengono che sempre più giovani manifestano disturbi della personalità, carenza di attenzione, svogliatezza, ansia, manie ossessive. Questo disagio dilagante trova espressione nel fenomeno dei NEET “not (engaged) in education, employment or training“, ossia tutte quelle persone fra i 16 e i 35 anni non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione.

Per contrastare questo disagio dilagante alcune strade andrebbero percorse prima che questo mondo giovanile perda totalmente la speranza e si ritiri per sempre dalla vita reale.

Sarebbero utili interventi di rieducazione affettiva ed emotiva che consentano alle persone di tornare a confrontarsi con gli altri e con sé stessi, imparando a conoscere le proprie modalità relazionali.

Servono delle guide capaci di essere d’esempio, di motivare verso la ricerca dei propri sogni e desideri. Dei problem solver in grado di trasferire le proprie competenze sociali e relazionali a questi giovani disorientati ma ancora alla ricerca della felicità.

La nostra associazione IIRIS, da sempre impegnata nel contrasto al disagio adolescenziale e familiare, proprio in questo periodo sta lanciando un progetto dedicato alla sviluppo delle proprie potenzialità e alla realizzazione dei propri sogni.

Partiremo con i TSocial Gruop si tratta di un gruppo di supporto che si pone l’obiettivo di far conoscere alle persone il proprio stile relazione attraverso il confronto con momenti esperienziali (outdoor) e di riflessione (in door) per aiutarle ad uscire dall’isolamento e dal mondo virtuale, per rientrare in contatto con gli altri e con le proprie emozioni. Questa è la prima fase, insieme costruiremo il resto.      

Essere felici è possibile, ma bisogna imparare a farlo perché anche la felicità è un progetto.

Dott.ssa Mastrantonio

   

Read More

Una società e una scuola senza bambino: come costruiamo l’infelicità dei nostri figli e delle nostre figlie

L’adulto deve rinunciare anzitutto ad essere verbalmente e praticamente il despota cui il bambino deve obbedienza con la pretesa che la mente infantile si formi secondo un piano stabilito a priori.

Maria Montessori

Qualche mese fa il Miur aveva reso noto che, a seguito di un censimento, nella nostra scuola si contano 186.803 alunni con Dsa.

A tal proposito, come si legge su Il Fatto Quotidiano, l’ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna, ad esempio, attraverso un’indagine ad hoc sul suo territorio ha ottenuto risultati perfettamente coerenti con l’andamento nazionale: nell’arco di quattro anni nella regione l’incremento del numero di segnalazioni è stato del 139%, si è passati da 10.526 casi nell’anno scolastico 2012/2013 a 25.135 dello scorso anno. A Rimini l’aumento nell’arco di tempo sopra descritto è stato persino pari al 623% alle superiori ma anche a Ferrara e a Forlì ha superato il 300% di incremento.

Questo incremento va di pari passo con quello delle diagnosi di autismo o di disturbi vari dello sviluppo, una vera e propria epidemia che sta colpendo i bambini italiani, coerentemente con i dati europei e americani.

La risposta offerta a questa epidemia è la sempre maggiore precocizzazione dell’intervento, pediatri, neuropsichiatri infantili e operatori scolastici sono impegnati in una corsa folle alla diagnosi, che ricorda tanto da vicino le atmosfere del 1984 di George Orwell.

E’ sufficiente che un bambino esprima una qualsiasi forma di diversità da quanto stabilito dalla norma, affinché si attivino interventi “ortopedici” e di correzione; il movimento stesso del bambino, la sua naturale tensione a spostarsi nell’ambiente in maniera libera è oggetto dallo sguardo inquisitore dei novelli Torquemada: ADHD è la sentenza, Ritalin la cura.

Tutto questo avviene purtroppo con l’avvallo della comunità degli psicologi, la comunità a cui appartengo, che si fa strumento di questa repressione costruendo lenti sempre più sofisticate di controllo sociale.

momenti chiave di questo processo dialettico che trasforma significati soggettivi, culturali (intesi come espressione di una cultura in un determinato momento) in dati di fatto oggettivi e condivisi (in fatti, processo di fattualità) sono:

  • esteriorizzazione: momento in cui gli attori sociali attraverso le loro attività creano le dimensioni sociali come ad esempio la definizione di rigide regole relative ai requisiti o prerequisiti;
  • oggettivazione: fase nella quale gli individui, attraverso il linguaggio, oggettivano la realtà come ordinata e preordinata, capaci di imporsi sugli elementi indipendenti dell’individuo; non è il contesto che deve adattarsi al bambino ma il bambino al contesto
  • interiorizzazione: fase in cui, attraverso la socializzazione, viene legittimato l’ordine istituzionale, è la fase nella quale gli individui fanno propria la realtà precedentemente oggettivata.

In questa maniera la realtà si costruisce come ontologicamente naturale, la conseguenza è quella che Goffman ha definito come la carriera morale del malato mentale, in cui il bambino, attraverso le sue interazioni con un mondo adulto che ha necessità di normalismo, aderisce a questa visione di potere, sostanziando attraverso i suoi comportamenti una necessità di aiuto.

L’esteriorizzazione del problema del bambino ha una notevole presa su queste famiglie. Benché generalmente il problema venga definito come interno al bambino, tutti i componenti della famiglia ne sono influenzati, e spesso, si sentono sopraffatti, scoraggiati e sconfitti. In vari modi considerano l’esistenza del problema e i loro falliti tentativi di risolverlo come una critica a sé stessi, una critica reciproca oppure alla loro relazione. La persistenza del problema, e il fallimento delle misure correttive, serve a confermare, per i componenti della famiglia, la presenza di qualità o attributi personali e relazionali negativi (M. White, pag. 34)”

Come sottolinea Winnicot, il bambino può cogliere lo sguardo rivolto verso di lui come irrigidito, morto freddo e assente, in questa maniera anche il mondo diventerà chiuso, impenetrabile e distante; questi bambini vengono descritti dallo stesso Winnicot con la capacità creativa atrofizzata, perché la madre o, ampliando la nostra visuale chiunque se ne prenda carico o cura, non hanno saputo restituire lo “sguardo”, bambini e adolescenti poi che guardano ma che non si vedono.

Il nostro impegno pedagogico dovrebbe essere di mettere al centro del processo educativo lo sviluppo del mondo interiore del bambino, avendo come meta la formazione di individui in grado di autodeterminare la propria esistenza; attualmente al centro del processo educativo c’è l’uniformità dello sviluppo alle tappe.

La necessità di uniformare ci sta facendo perdere di vista il bambino, la bambina e le sue sofferenze, i quali crescendo diventeranno adolescenti con alle spalle già una carriera di normalizzazioni da neuropsichiatria infantile, psicologia, logopedia: un vero e proprio curriculum dell’anima malata.

“Le storie che le persone costruiscono della loro vita non determinano soltanto il significato che attribuiscono all’esperienza, ma anche quali aspetti dell’esperienza vissuta vengono selezionati per l’attribuzione del significato.

Come sostiene Bruner (1986a), non è possibile che i racconti includano tutta la ricchezza della nostra esperienza vissuta l’esperienza di vita è più ricca del discorso. Le strutture narrative organizzano e danno significato all’esperienza, ma ci sono sempre sentimenti ed esperienze vissute che non sono espressi pienamente nella storia principale (p. 143). (M. White, pag. 35)”.

Penso che recuperare la dimensione vitale dell’infanzia significhi proprio liberarla dalle catene di una psicologia intesa come ortopedia dell’anima, significa aprirsi alla complessità dell’esperienza dello sviluppo con lo sguardo aperto alle differenze, intese non come scostamenti, ma come arricchimenti.

In conclusione, potremmo utilizzare le parole e le azioni di una grande uomo e una grande donna che si sono occupati con cura di bambini: Maria Montessori e John Bowlby.

Il più grande obiettivo per una persona che si occupa di bambini è poter dire: i bambini stanno lavorando come se io non esistessi, sosteneva Maria Montessori; Questo obiettivo ispirativo dovrebbe essere accompagnato dallo stile relazionale che mirabilmente Bowlby indica: «Se una palla è scivolata in un buio passaggio un bambino può essere spaventato nell’andare a recuperarla, ma se io dico – guarda, sto venendo con te! – egli sarà più sicuro» (Bowlby, 1990, 163).

Siamo pronti a scendere insieme dentro questo passaggio buio?

Dott. Andrea Stramaccioni

Bibliografia dell’intervento:

  • Bowlby J. (1990). John Bowlby, MD: interview by Leonardo Tondo. Clin. Neuropsych., 8, 2, 159-171, 2011;
  • Goffman E. (2010), Asylums, Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Einaudi Editore;
  • Montessori M. Il Metodo della Pedagogia Scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei Bambini, Città di Castello, Casa Editrice S. Lapi, 1909 (in Italia con accrescimenti e ampliamenti II edizione 1913, III edizione 1926, IV edizione 1935, V edizione 1950 con il titolo La scoperta del bambino);
  • White M. (1992), La terapia come narrazione. Proposte cliniche, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini;
Read More

L'incontro di due storie: la prospettiva trigenerazionale nella terapia strategico evoluta con la coppia

“Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire. Pertanto, dobbiamo fare dell’interruzione un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro”

F. Pessoa

In un precedente articolo della dott.ssa Mastrantonio si faceva riferimento al processo di differenziazione come quel “processo attraverso cui noi sviluppiamo un Sé chiaramente differenziato pur mantenendoci in stretto rapporto con coloro che amiamo. In questo processo si acquista la competenza nel gestire le relazioni intesa come gestione dell’ansia che può essere provocata sia dalla distanza sia dalla vicinanza (F. Mastrantonio, 2015).

E’ evidente come il processo di differenziazione diventi un luogo privilegiato di accesso alle problematiche della coppia, un passaggio obbligato per qualunque terapeuta voglia comprendere e risolvere i blocchi evolutivi della coppia in terapia.

Il modello strategico evoluto nel lavoro con le coppie è un Modello intersistemico (Weeks, 1989), cioè un approccio globale, integrativo e contestuale che considera simultaneamente tre dimensioni:

  • L’individuale
  • Il relazionale
  • L’intergenerazionale

In questa sede focalizzerò la mia attenzione in particolare sulla dimensione trigenerazionale, ovvero la scelta di un punto di osservazione “verticale” delle problematiche che la coppia presenta in terapia; questo vertice osservativo consente, attraverso domande circolari e ipotizzazioni successive, di far emergere le ridondanze o differenze nel passaggio da una generazione a quella successiva; l’obiettivo di questo lavoro è identificare alcune competenze fondanti della terapia con le coppie e come utilizzarle.

Con una metafora particolarmente efficace Andolfi parla della dimensione trigenerazionale della coppia come piani differenti di una casa a tre livelli: famiglia di origine dei due partner ai piani alti, coppia al centro e figli al piano terra (anche dove non siano presenti, basti pensare a quale elevato livello di correlazione esiste tra la difficoltà ad essere generativi in una coppia ed il processo di differenziazione).

“L’attenzione alla dimensione temporale e storica ci consente di muoverci tra passato, presente e futuro, spostandoci dai nonni alla relazione di coppia e ai rapporti con i figli. Su un asse verticale si rintracciano atteggiamenti, aspettative, miti e paure con cui le persone sono cresciute e che sono stati trasmessi da una generazione a quella successiva attraverso dei percorsi triadici; per esempio, nella linea di discendenza maschile nonno-figlio-nipote, “il successo e la realizzazione professionale” possono rappresentare un valore trasmesso attraverso le generazioni, come nella linea femminile “il sacrificarsi per i figli” può costituirsi come un ingiunzione che deve essere esaudita per poter preservare la lealtà al ruolo femminile (Andolfi, pag. 73)”.

Le problematiche che la coppia presenta in terapia hanno quindi sempre a che fare con processi incompleti o disfunzionali di differenziazione intergenerazionale, cioè con i processi incompiuti di appartenenza e autonomia del singolo dalla propria famiglie di origine e di conseguenza con la difficoltà a stabilire un nuovo e funzionale vincolo di alleanza a livello della propria coppia.

“Il matrimonio consiste in un particolare e potente processo dialettico che oscilla attraverso il continuum appartenenza – individuazione. […] La base per il successo di questa complessa dialettica è il processo di appartenenza – separazione già sviluppato nella famiglia di origine. La capacità di appartenere alla propria famiglia d’origine avendo contemporaneamente il coraggio di individuarsi, evolve lentamente. Il processo può subire molte interruzioni senza danni irreparabili, ma ogni distorsione crea le basi di future difficoltà nel matrimonio. (C.A. Whitaker, pag.101)”.

Questa premessa, fondante del nostro lavoro clinico, mi consente di identificare un prima “core competence” operativa che un terapeuta deve avere con le coppie: saper allargare la visione rigida attuale del problema alla dimensione trigenerazionale, salendo e scendendo di piano ed aiutando così le persone ad assumere un punto di vista nuovo dei loro problemi (pensiamo all’utilità di questo approccio con le coppie che portano i figli in terapia e al ruolo del capro espiatorio familiare, ma pensiamo anche a tutte le problematiche sessuologiche e decisionali che emergono in un contesto terapeutico).

“La stragrande maggioranza delle famiglie è inviata a terapia con una diagnosi, già formulata in precedenza, relativa ad una disfunzione in uno dei suoi membri. I familiari stessi, d’altro canto, anche in assenza di una simile evenienza, appaiono fortemente condizionati a ragionare secondo la logica della delega assoluta ad un tecnico, che dovrà modificare ciò che non funziona nel paziente designato o tutt’al più fornire loro alcune indicazioni di comportamento per uscire dal problema, senza peraltro aspettarsi alcune richiesta di partecipazione diretta alla soluzione (Andolfi, pag.24)”.

Lo strumento elettivo di questo processo di allargamento è rappresentato dalle domande circolari, che aggiungono una terza dimensione alla visione del problema che la coppia porta: “per esempio, se una moglie ha una relazione difficile con il marito o con la propria madre, ed entrambi si rifiutano di accogliere le sue richieste emotive, queste stesse richieste saranno probabilmente convogliate verso la figlia. La relazione della figlia con la madre risulta quindi influenzata dalla presenza di due esigenze sovra-ordinate: una riguarda in modo diretto la relazione tra madre e figlia, ma l’altra è il risultato di una richiesta originariamente rivolta a qualcun altro (la nonna materna o il padre) (Andofli M., pag. 72)”.

Questo processo chiama in causa una seconda “core competence” operativa nel lavoro con le coppie, la costruzione e condivisione di ipotesi di funzionamento relazionale; attraverso il processo di ipotizzazione si aiutano le coppie a pensare alle loro difficoltà nei termini di modelli di reciprocità: uscire dalla strettoia delle colpe e dalla linearità del “questo causa quello” ma pensare alle problematiche in termini di costruzione reciproca.

Queste competenze fondative si basano naturalmente su un pre-requisito fondamentale dell’attività di terapeuta, la capacità di osservazione: il modello strategico – evoluto è costruttivista nel senso che Maturana e Varlea danno della costruzione della realtà:: “Il punto di partenza di questo calcolo […] è l’atto di distinguere. Con questo atto primordiale noi separiamo le forme che ai nostri occhi sono il mondo stesso. Da questo punto di partenza noi affermiamo il primato del ruolo dell’osservatore che traccia distinzioni dovunque gli piaccia. Così le distinzioni, che danno origine al nostro mondo, rivelano proprio questo: le distinzioni che noi tracciamo – e queste distinzioni riguardano più la dichiarazione del punto in cui si trova l’osservatore che non l’intrinseca costituzione del mondo, il quale proprio a causa di questo meccanismo di separazione tra osservatore ed osservato, appare sempre più sfuggente. Nel percepire il mondo così come lo percepiamo, dimentichiamo ciò che abbiamo fatto per percepirlo come tale; e quando questo ci viene ricordato e percorriamo a ritroso il nostro cammino, quel che alla fine incontriamo è poco più di una immagine specchiante di noi stessi e del mondo. Contrariamente a quanto di solito si presume, una descrizione sottoposta ad una analisi approfondita rivela le proprietà dell’osservatore. Noi osservatori distinguiamo noi stessi esattamente distinguendo ciò che in apparenza non siamo, e cioè il mondo.” (F. Varela, 1980, pag.24).

L’osservatore è quindi parte del processo stesso di osservazione e all’interno del setting terapeutico come un pendolo oscilla: infatti deve potersi collocare in alcuni momenti all’interno del sistema, viverlo, farne esperienza emotiva e in altri all’esterno per descriverlo come un antropologo su Marte (per citare un celebro libro di O. Sacks).

Le relazioni che si vengono a stabilire all’interno del processo terapeutico dipendono, in buona parte, dall’interazione delle diverse personalità del paziente e del terapeuta il quale partecipa, in un’ottica di CO-COSTRUZIONE, al processo di cambiamento insieme al paziente, astenendosi dall’aderire rigorosamente e dall’applicare in maniera inflessibile schemi rigidi e stereotipati (Erickson,1980). Un protocollo rigido non dà le soluzioni al problema e i diversi attori danzano congiuntamente.

Questa danza congiunta deve muoversi secondo l’assunto di V. Foerster: agisci in modo da aumentare il numero delle scelte possibili; la comunicazione (verbale e non) come strumento di cambiamento è la quarta core competence del nostro terapeuta. Ne identifichiamo qui brevemente alcuni elementi fondamentali:

  1. Ascolto attivo;
  2. Linguaggio suggestivo, metaforico;
  3. Assenza di giudizio;
  4. Assenza di diagnosi

E’ quindi evidente la centralità della persona del terapeuta nel processo di cura, della sua storia personale, del sistema di credenze e narrative che lo guidano nel processo di osservazione.

“ Come comprendiamo i nostri pazienti attraverso le ragioni della loro storia personale, così abbiamo guidato gli allievi a prendere coscienza di sé attraverso il racconto delle proprie vicende familiari” (Cit. Sorrentino, 1995, in Canevaro A. e Ackermans A. pag. 32).

Questa citazione ci consente di introdurre la core compentence centrale di questo lavoro: l’isomorfismo tra la storia personale e professionale in terapia, l’assoluta indissolubilità del fatto che l’una dimensione mappa l’altra e di conseguenza la necessità utilizzare la supervisione come strumento elettivo per uscire dall’autoreferenzialità e dalla cecità rispetto ai risultati che produciamo.

Nel momento in cui il terapeuta affronta i processi di individuazione e separazione della coppia entra in gioco con i propri, la modalità con la quale avrà costruito il proprio separarsi-individuarsi potrà rappresentare un potente attivatore di cambiamento oppure agire le paure più profonde e bloccare la coppia in una dimensione spaventata.

E’ frequente che, quando questo avviene, il terapeuta senta il bisogno di mettersi nella posizione dell’esperto guaritore, collocando così automaticamente l’altro nella posizione del malato (in qualunque forma questo venga rappresentato).

“Per realizzare ciò, l’operatore deve entrare a far parte del sistema familiare, con il suo bagaglio tecnico di esperienze, ma anche con la sua personalità, la sua fantasia, il suo senso dell’umorismo, la propria capacità a partecipare le emozioni degli altri, rinunciando al vestito magico e falso del “guaritore” (Andolfi, pag. 25)”.

Tutti questi elementi devono entrare all’interno del processo di supervisione, che deve essere in grado di “allenare e potenziare” il supervisore interno consentendo a ciascun terapeuta di diventare strumento all’interno della relazione terapeutica.

Volendo sintetizzare quanto esposto, potremmo far emergere i seguenti elementi centrali del lavoro con le coppie nella terapia strategica evoluta:

  1. Assunzione di un vertice osservativo trigenerazionale;
  2. Costruzione di ipotesi di funzionamento relazionale;
  3. La comunicazione come strumento di cambiamento, inteso come aumento delle possibilità di scelta;
  4. Isomorfismo tra la storia personale e professionale del terapeuta e necessità del processo di supervisione;

Per concludere, una metafora curativa tratta da una intervista di Matteo Fedeli, grande violinista, che dei violini Stradivari ci dice: Ognuno ha la sua personalità, a seconda della forma, ma anche di chi l’ha suonato: il modo di usare l’archetto modifica il suono dello strumento. E poi, i legni: ogni essenza ha la sua voce, e a determinare il timbro – più caldo o più cristallino – ci sono la densità del legno, lo spessore e il punto in cui vengono posizionati i fori armonici. A guardare bene, non sono mai nello stesso punto…».

 

Bibliografia del lavoro

  1. Andolfi M. (1977), La terapia con la familgia – Un approccio relazionale, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma;
  2. Andolfi M. (2015), La terapia familiare intergenerazionale – Strumenti e risorse del terapeuta, Raffaello Cortina Editore, Milano;
  3. Canevaro A., Ackermans A., (2013), La nascita di un terapeuta sistemico, Edizioni Borla srl, Roma;
  4. Elkaim M. (2000), Se mi ami non amarmi, Bollati Boringhieri Editore s.r.l., Torino;
  5. Varela F. (1975), A calculus for self-reference. International Journal of General Systems, 2, pag. 5-24;
  6. Watalawick P., Nardone G. (a cura di) (1997), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina Editore, Milano;
  7. Weeks G.R., Treat S., (1998), Terapia di coppia. Tecniche e strategie per una pratica terapeutica efficace, Franco Angeli, Milano;
  8. Whitaker C. (1990), Considerazioni Notturne di un terapeuta della famiglia, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma;

 

Sitografia:

  1. www.panorama.it › Musica
Read More