“Come è possibile che una persona che ha imparato a leggere all’età di undici anni, in quinta elementare, e che in terza era stata bocciata e aveva dovuto cambiare scuola sia diventato poeta di professione? (Schultz P. (2015), La mia dislessia, Donzelli Editore, Roma)”

La sindrome di Cogan è una malattia a patogenesi autoimmune con le caratteristiche delle vasculiti, caratterizzata  da infiammazione oculare e ipoacusia neurosensoriale, è una patologia rara, è definita atipica e determina la perdita progressiva dell’udito e della vista.
Apparentemente, ma solo apparentemente, quanto di più lontano dalla pratica professionale di uno/una psicoterapeuta; in realtà secondo me, la comunità degli psicologi poco ha fato nei confronti delle malattie rare e della cronicità, lasciando il campo esclusivamente alla professionalità medica, come se la persona iniziasse o finisse con la diagnosi.
Nella mia pratica professionale ha rappresentato l’incontro con una di quelle storie che cambiamo la visione della clinica intorno a tre punti che ritengo fondanti della professionalità di un terapeuta:

1. Non esistono patologie ma relazioni patologizzanti
2. Nessuno si salva da solo
3. C’è sempre un momento giusto

Provo ad esplorare questi tre punti.

Il momento della diagnosi rappresenta un passaggio evolutivo fondamentale per la persona e per il nucleo familiare: pezzetti di un puzzle sparsi su un tavolo, che rappresentano i differenti sintomi con cui la malattia si presenta, prendono la forma di un paesaggio sempre più definito, i cui confini rappresenteranno per il resto della vita la croce e la delizia delle relazioni.

E’ una danza di parti interagenti, per dirla con Bateson, il cui elemento importante è quale struttura che connette noi contribuiamo a creare.

Il vissuto di angoscia e di perdita, legato all’osservazione di qualcosa che non si conosce e che spaventa, viene sostituito da una tempesta emotiva da cui la persona e la famiglia escono grazie alla costruzione di convinzioni forti, generative di una nuova modalità di percezione della realtà.

La diagnosi del problema negli approcci terapeutici evoluti è un sistema complesso di valutazione che trasforma la fase della diagnosi da mero strumento descrittivo a processo di conoscenza e progetto di cambiamento capace di restituire senso alle vicende umane, si rifà al moderno approccio alla diagnosi della terapia sistemica (Mastrantonio, 2015).

In questa nuova prospettiva del processo diagnostico la diagnosi è essa stessa intervento e atto terapeutico che si inscrive nella capacità del/della terapeuta di fare ipotesi la cui efficacia si può valutare solo in base alla capacità che queste ipotesi hanno di offrire visioni alternative del problema e avviare cambiamenti nel sistema (Onnis in Lingiardi, 2009).

La qualità del lavoro diagnostico è di conseguenza valutabile attraverso i seguenti indicatori:

1. Il nucleo familiare deve uscire dalla porta con una chiara visione delle fragilità e delle risorse
2. Il nucleo familiare deve uscire dalla porta con una chiara visione di un progetto
3. Il nucleo familiare deve uscire dalla porta sentendo la propria chiara responsabilità nel processo di cambiamento

Non possiamo dimenticare come terapeuti di essere dentro a un gioco più grande, dove il nostro ruolo è quello di una “parte che causa” e quindi con ancora più responsabilità: le regole di questo gioco prevedono una reciproca possibilità di influenza.

La convinzione che tende a creare relazioni patologizzanti più comune è “sono qui per darti aiuto” e più la famiglia diventa problematica più si rafforza la convinzione di curare, di essere di aiuto.
La sfida dei modelli evoluti è invece quella di un processo di cura- re all’interno di un contesto relazionale di sistemi che si integrano condividendo obiettivi e modalità d’azione. Ciò si può realizzare attraverso il rispetto della differenza dei ruoli, dei punti di vista e lo sforzo di costruire un percorso comune e condiviso.
La domanda a cui dobbiamo essere in grado di rispondere è quindi: quale tipo di movimento sono stato in grado di generare? La mia parte è quella di un direttore di un’orchestra che suona sinergicamente, in grado di improvvisare nei momenti di difficoltà, con una chiara idea di spartito in mente oppure quella di cerimoniere di un rigido rituale?

Nessuno si salva da solo, nemmeno il terapeuta.

La domanda contenuta nella citazione a inizio dell’articolo trova la sua naturale risposta nella qualità degli incontri: quel bambino ha incontrato un maestro che ha saputo porre le giuste domande e che ha visto oltre “il comportamento problema”; il nostro adolescente con la sindrome di Cogan, la sua famiglia e i due terapeuti si sono incontrati ad un certo punto della strada accogliendo la sfida dei modelli evoluti: un processo di cura- re all’interno di un contesto relazionale di sistemi che si integrano condividendo obiettivi e modalità d’azione; il rispetto della differenza dei ruoli, dei punti di vista e lo sforzo di costruire un percorso comune e condiviso.
La tempestività degli interventi è importante: quanto prima si interviene e meglio è, ma dal nostro punto di vista è ancora più importante il come, c’è sempre un momento giusto per attivare un cambiamento e quel momento è ora.

Bibliografia
1. Onnis (2009a), “Come usa la diagnosi lo psicologo sistemico”, in Dazzi N., Lingiardi V., Gazzillo F. (a cura di), La diagnosi in psicologia clinica. Personalità e psicopatologia; Rafaello cortina, Milano
2. Schultz P. (2015), La mia dislessia; Donzelli Editore, Roma

Dott. Andrea Stramaccioni
Dott. Edoardo Pannunzi