“Solo il guaritore che è stato ferito può davvero curare

Irvin D. Yalom

 

“Dottore, non trovo più un motivo per esistere”, gli occhi sono umidi, trattengono a stento una lacrima, lo sguardo mi oltrepassa, non guarda me, ma tutti gli istanti in cui si è sentita totalmente impotente di fronte alla vita.

Penso, tra me e me, “che cosa posso veramente dirle”, da circa sette anni qualcuno o qualcosa ha deciso che nella vita di Sandra dovessero esserci il lutto per la morte del padre, un figlio di 7 anni con diagnosi di autismo ed un tumore al cervello.

Sono paralizzato, tutto ciò che potrei chiederle è veramente irrispettoso penso, allora abbozzo una di quelle domande che per gli psicoterapeuti sono come la copertina di linus “Qual è la prima volta che si è sentita così?”.

Questa domanda mi fa riprendere la respirazione, Sandra risponde “Da sempre, ma quella che ricordo con più dolore è quando mi hanno detto che mio figlio è autistico, è crollato tutto. Quando la neuropsichiatra ha comunicato la diagnosi, non sentivo più il gusto, era come se l’olfatto fosse bloccato”.

Ho veramente bisogno di spostarmi da questa intensità, distrarre la mia mente, guardo il marito, lo sguardo è basso, non guarda me, fissa un punto imprecisato, prova a sorridere per smorzare la tensione.

“Ora non so veramente che dire”, penso, il peso delle parole di Sandra mi schiacciano, cerco qualcosa nella mia mente, la prima cosa che emerge è una diagnosi, tutti gli psicoterapeuti in difficoltà ritrovano equilibrio e controllo attraverso la diagnosi.

Sandra mi toglie dagli impacci e continua “Quando ho iniziato a portare mio figlio al Centro,non sapevo perché ero lì, non capivo che cosa era l’autismo, mi muovevo come un automa.”

Sono invaso dalla sua disperazione e dalla sua tristezza, “mio Dio cosa le dico”, il dialogo interiore produce solamente domande senza risposta sulla mia capacità di essere d’aiuto; provo a respirare, “concentrati sul processo, non sul contenuto”, penso, è un’ottimo suggerimento che do’ ai colleghi in supervisione, ma non serve, “quale processo e quale contenuto, sono di nuovo veramente paralizzato”; penso “la prossima volta che affronterò una supervisione, mi devo ricordare di essere meno profetico, le profezie in questi momenti non servono”.

Sandra continua “Lo psicologo del Centro continua ad arrabbiarsi con me perché non utilizzo le strategie, non compilo lo schede, l’Aba necessità di ripetizioni, ripetizioni, ripetizioni. Deve sapere signora che gli autistici….”

Penso “Noo, pure il pippone sugli autistici, odio profondamente questo modo di fare diagnosi, che stronzo!”.

Ora Sandra tace, il marito mi guarda e capisco “Non l’ho pensato, l’ho detto! E’ veramente finita. Che figura tremenda”.

L’inconfessabile era stato detto.

Ma l’inconfessabile ha cambiato il clima relazionale del colloquio, finalmente mi vedono, mi guardano, ora mi sento il loro terapeuta e stiamo iniziando a camminare; la conversazione si sposta su come si sentono in questo momento in maniera differente.

Dico loro che non era voluto, l’autenticità in terapia è uno degli indicatori più importanti di successo ed aggiungo: “Proviamo a capire insieme che cosa è cambiato in voi ed in me in questo momento.”.

Mi viene in aiuto Carl Whitaker e propongo loro questa citazione “ la psicopatologia sia in realtà una prova di salute psicologica (pag.68)” e che “la depressione, che viene considerata una patologia individuale, sia in realtà la risposta alla concreta percezione della patologia negli altri. E’ il riconoscimento dell’inutilità di qualsiasi sforzo per alleviare il dolore del mondo. L’attacco maniacale è la contro – mossa fondamentale dell’illusione di essere altruisti (ibidem)”.

Aggiungo: “Questo è un punto assolutamente centrale del mio approccio al lavoro: la psicopatologia riguarda la relazione, è fondamentalmente relazionale e riguarda il rapporto interconnesso che abbiamo con noi stessi, gli altri ed il mondo.”

Yalom utilizza una espressione che mi ha sempre molto colpito, quella di compagni di viaggio e la suggella con una storia di guarigione contenuta nel libro di H.HesseIl giuoco delle perle di vetro; la propongo a Sandra e al marito: Joseph e Dion, due noti guaritori vissuti ai tempi della Bibbia. Sebbene fossero entrambi molto efficaci, operavano in modo diverso. Il guaritore più giovane, Joseph, curava attraverso un ascolto silenzioso e ispirato. I pellegrini avevano fiducia in lui. La sofferenza e l’ansia riversate nei suoi occhi svanivano come acqua sulla sabbia del deserto e i penitenti si allontanavano dalla sua presenza svuotati e rasserenati. Dall’altro canto Dion, il guaritore più anziano, affrontava in maniera attiva quelli che cercavano il suo aiuto. Indovinava peccati inconfessati ed era un grande giudice che puniva, rimproverava e correggeva, guarendo appunto attraverso un intervento attivo. Trattando i penitenti come bambini, dava consigli, puniva infliggendo penitenze, ordinava pellegrinaggi e matrimoni e obbligava i nemici a fare la pace.

I due guaritori non si incontrarono mai, e operarono per molti anni come rivali finché lo spirito di Joseph si ammalò, facendolo cadere nella disperazione più nera, e fu assalito da impulsi autodistruttivi. Incapace di curarsi con i propri metodi terapeutici, si mise in viaggio verso sud per cercare l’aiuto di Dion.

Durante il suo pellegrinaggio una sera si fermò a riposare in un’oasi, dove attaccò discorso con un viaggiatore più anziano. Quando Joseph descrisse lo scopo e la destinazione del suo pellegrinaggio, il viaggiatore si offri come guida per aiutarlo nella ricerca di Dion. Più tardi, durante il loro lungo viaggio insieme, il vecchio viaggiatore rivelò la sua identità a Joseph. Era proprio lui Dion, l’uomo che Joseph stava cercando.

Senza esitare Dion invitò il giovane rivale disperato nella sua casa, dove vissero e lavorarono insieme per molti anni. Dion all’inizio chiese a Joseph di fargli da servitore. Quindi lo elevò al rango di allievo e infine lo nominò suo collega a tutti gli effetti. Anni dopo, Dion si ammalò e sul letto di morte chiamò a sé il collega più giovane, affinché ascoltasse la sua confessione. Parlò della terribile malattia di Joseph e del suo viaggio alla ricerca del vecchio Dion per implorare l’aiuto. Raccontò come Joseph avesse interpretato come un miracolo il fatto che il suo compagno di viaggio fosse poi risultato essere Dion in persona.

Ora che stava morendo era giunta l’ora, disse Dion a Joseph, di rompere il silenzio su quel miracolo, e confessò che quell’incontro allora era sembrato un miracolo anche a lui, perché era caduto a sua volta nella disperazione. Anche lui si sentiva vuoto e spiritualmente morto e, incapace di aiutare se stesso, aveva intrapreso un viaggio per cercare aiuto. Proprio la notte in cui si erano incontrati nell’oasi era in pellegrinaggio verso un famoso guaritore di nome Joseph.

Un processo di guarigione è sempre duplice e reciproco.

Sono colpiti dalla possibilità di dare e ricevere aiuto, uscire dall’idea della patologia nell’individuo, dico loro che scopriranno quanto possono imparare dal figlio, sono commossi da questa possibilità, che però infonde loro speranza.

Mentre li accompagno alla porta penso che per poter cambiare l’individuo, il gruppo o la famiglia deve poter cambiare il terapeuta.

Solamente quando ho permesso alla loro storia di poter entrare dentro di me è iniziato il processo di cura, quando ho permesso al loro dolore di potermi curare sono potuto diventare il terapeuta di questa coppia.

 

Bibliografia

  1. Hesse H.(2000), Il giuoco delle perle di vetro, Mondadori Editore, Milano;
  2. Whitaker C.A. (1990), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma;
  3. Yalom I. (2005), La cura Schopenhauer, Neri Pozza Editore, Milano;
  4. Yalom I. (2014), Il dono della terapia, Neri Pozza Editore, Milano;